Sparire senza dire niente.
Chissà quante volte e quanti di voi lo avranno pensato.
Poi c'è chi è più forte e lo fa veramente, sfruttando qualche strana scia o navi che affondano.
Sparire è un pò come diventare niente. La strana forma che dà un valore alla sostanza.
Ci sono cose simili al niente che vanno nel vento e a volte prendono forma sui muri.
Ora sarebbe bello avere un sottofondo, ma non sò suonare a mani nude su un tavolo.
Lo strano effetto eco di pensare a testa alta chiusi in una stanza molto grande, da soli.
Pensare a niente non è possibile, nemmeno quando cerchi di fare di tutto per farlo. Ti
concentri sul niente ma è proprio a quello che pensi.
Niente è bello, niente ha valore, niente ha merito.
Il niente prende forma così, prende valore così e diventa oggettivamente bello.
Niente è bello come non avere niente da fare, da pensare, da decifrare.
Si può sparire senza dire niente.
Chissà quante volte e quanti di voi lo avranno pensato.
Tornando indietro poi dai tornanti della fantasia per un amore reale, un animale da accudire,
le rate da pagare o un amico da aiutare.
Fanno fiamme nel passato e buttano acqua sul futuro. Parola strana "futuro", se associata a
niente. Ma non hanno valore messe insieme, futuro batte niente.
Anche se del futuro non te ne fai niente e non pensi a niente per il futuro.
Qui ci starebbe bene un assolo di chitarra ma non riesco a trovare il modo di suonare
una sedia se non tirandola contro il muro. Senza poi sapere dove sedermi.
Sul niente forse, ma in questo caso si vedono i limite del niente.
L'antimaterialità che lo rende bello e al tempo stesso inutile. Nel presente e nel futuro.
Ecco, forse la chiave è questa. Niente del presente sarà utile nel futuro, oppure il contrario
e quindi tutto tornerebbe.
Che poi forse adesso il fisico c'è per fare a meno di niente e sentirsi tutto.
Sparire nel niente, cosa impossibile e quasi irreale.
Ve lo sarete chiesti anche voi prima o poi, chissà quante volte.
Ora una chiusura di batteria, batto le mani, spengo la luce. Niente.
L'angolo adatto per nani, ballerine, cantanti, troie, alcolizzati e illusi. Ovviamente qui nulla è serio...se sei dei nostri...benvenuto, entra pure
martedì, gennaio 24, 2012
venerdì, gennaio 20, 2012
La cartolina di Natale arrivata l'estate dell'anno precedente
Appoggiato a tavolo cerco misteriosamente il modo più stabile per stare in piedi.
Fisso un punto lontano, anche se il punto più lontano è la finestra che è a 2 metri di
distanza. Non funziona. Allora fisso un libro sulla scaffale e mi ci concentro, penso a
chi l'ha scritto e a chi l'ha rilegato, a chi l'ha pubblicato e a chi l'ha venduto e allora
penso: "ma un libro di chi è? di chi lo compra, di chi l'ha scritto, di chi lo ha pubblicato
o di chi l'ha rilegato?".
Un pensiero che mi porta a spasso per almeno 2 o tre minuti, il tempo giusto per
ritrovare la stabilità. Due piedi a terra, suola delle scarpe ampia ed abbondante. Ci sono.
Non sarà mica questo clima freddo a farmi dimenticare l'estate.
I compiti delle vacanze e il pensiero buono tenuto solo per Natale.
Sento il desiderio di una voce amica e provo con la radio, magari mettendo insieme i
pensieri altrui si riescono a tirare fuori emozioni prese per i capelli, che spostano passi
e si arriva al mare.
Il mare d'inverno, ecco dove devo andare. La favola post moderna che dona il nome
a una generazione e fa restare mistico un luogo comune. Il mare d'inverno.
Tra le cose lette trovo una bustina non letta, senza polvere, deve essere qui da poco.
Auguri di buon Natale e felice anno nuovo, senza date e senza riferimenti, come se
tutti gli anni si debba essere felici e come se tutti i giorni si debbano perdere dietro
l'ansia di provare ad esserlo. Felice anno nuovo, poche frasi hanno meno senso.
Forse solo "carico sporgente" o "compro oro, pago in contanti". Forse anche "si
vendono libri nuovi e usati", come se un libro perda il suo valore se usato. Ma poi un
libro di chi è? Forse di chi lo compra. Anzi un libro è di chi lo legge e sa uscirne a testa
alta coi polmoni pieni d'aria. Come dopo un tuffo in cui vai sott'acqua e poi ne esci
in verticale. Testa su e culo in basso.
Felice anno nuovo dicevamo, come se quello andato sia stato per forza meno felice o
come se la felicità possa essere lunga 365 giorni.
Sarebbe una tortura, un continuo parlare di quanto si sta bene, senza potersi mai
lamentare, senza creatività, senza nevrosi. Un dolore costante al sacchetto degli zebedei.
Mi piacerebbe uscire fuori, ma fuori non c'è il mare. Anzi fuori non ci sono un mare
di cose, ma vorrei immergermi in una storia post moderna, con nevrosi e stati d'animo,
di quelle da cui esci in verticale come dopo un tuffo. Una storia con un mare, il mare
di inverno, come quando ci andavo a Natale. Come se sulla cartolina ci fosse scritto
Buon mare e felice inverno.
Ora musica elettronica, di quella che non mi piace affatto.
Fisso un punto lontano, anche se il punto più lontano è la finestra che è a 2 metri di
distanza. Non funziona. Allora fisso un libro sulla scaffale e mi ci concentro, penso a
chi l'ha scritto e a chi l'ha rilegato, a chi l'ha pubblicato e a chi l'ha venduto e allora
penso: "ma un libro di chi è? di chi lo compra, di chi l'ha scritto, di chi lo ha pubblicato
o di chi l'ha rilegato?".
Un pensiero che mi porta a spasso per almeno 2 o tre minuti, il tempo giusto per
ritrovare la stabilità. Due piedi a terra, suola delle scarpe ampia ed abbondante. Ci sono.
Non sarà mica questo clima freddo a farmi dimenticare l'estate.
I compiti delle vacanze e il pensiero buono tenuto solo per Natale.
Sento il desiderio di una voce amica e provo con la radio, magari mettendo insieme i
pensieri altrui si riescono a tirare fuori emozioni prese per i capelli, che spostano passi
e si arriva al mare.
Il mare d'inverno, ecco dove devo andare. La favola post moderna che dona il nome
a una generazione e fa restare mistico un luogo comune. Il mare d'inverno.
Tra le cose lette trovo una bustina non letta, senza polvere, deve essere qui da poco.
Auguri di buon Natale e felice anno nuovo, senza date e senza riferimenti, come se
tutti gli anni si debba essere felici e come se tutti i giorni si debbano perdere dietro
l'ansia di provare ad esserlo. Felice anno nuovo, poche frasi hanno meno senso.
Forse solo "carico sporgente" o "compro oro, pago in contanti". Forse anche "si
vendono libri nuovi e usati", come se un libro perda il suo valore se usato. Ma poi un
libro di chi è? Forse di chi lo compra. Anzi un libro è di chi lo legge e sa uscirne a testa
alta coi polmoni pieni d'aria. Come dopo un tuffo in cui vai sott'acqua e poi ne esci
in verticale. Testa su e culo in basso.
Felice anno nuovo dicevamo, come se quello andato sia stato per forza meno felice o
come se la felicità possa essere lunga 365 giorni.
Sarebbe una tortura, un continuo parlare di quanto si sta bene, senza potersi mai
lamentare, senza creatività, senza nevrosi. Un dolore costante al sacchetto degli zebedei.
Mi piacerebbe uscire fuori, ma fuori non c'è il mare. Anzi fuori non ci sono un mare
di cose, ma vorrei immergermi in una storia post moderna, con nevrosi e stati d'animo,
di quelle da cui esci in verticale come dopo un tuffo. Una storia con un mare, il mare
di inverno, come quando ci andavo a Natale. Come se sulla cartolina ci fosse scritto
Buon mare e felice inverno.
Ora musica elettronica, di quella che non mi piace affatto.
venerdì, gennaio 13, 2012
La clamorosa storia del post che alla fine lascerà tutto come sta
Non sono diventato famoso con un post. A dire il vero non lo sono diventato neppure con
un blog. La cosa mi pesa non dormo la notte.
Penso tanto e penso ancora come fare a fare soldi con il nero. Il non soluto, il non voluto.
Arsenio Lupin lo stimavo, nei cartoni animati intendo. Perchè il suo pregio non era solo quello
di mettere a segno colpi, ma anche di colpire i cuori e le menti.
La sua fama precedeva il suo talento, che a sua volta arrivava prima del suo sgarbo. In poche
parole per lui far del nero sarebbe stato come prendere ai ricchi per far del bene.
Non necessariamente ai poveri. Anzi...
Robin Hood in questo sbagliava. Il povero non deve aiutare il povero, ma almeno se stesso.
Forse è per questo che con i post non sono mai diventato famoso.
Però se tutto faceste una condivisione. Diventerei follemente pieno di soldi.
Avrei anche più amicizie su facebook e potrei permettermi un nuovo accappatoio.
Dopo la doccia l'accapatoio nuovo potrebbe darmi una sensazione strana. Come mettere una pelle diversa. Forse meglio prima comprarlo e poi abituarmi alla sensazione. Ci vuole tempo.
Ci vogliono anche i soldi per prenderlo. Condividi.
Penso che non diventerò mai famoso per un post e penso anche per un post potrei comunque diventare non famoso. Cioè meno di come sono adesso è difficile.
Ma fare uno strafalcione o sbagliare un congiuntivo. Mi ammazzerebbe. Però nessuno si complimenta mai se scrivi correttamente. Complimenti, bravo, grazie, prego.
Cordialità. Nessuno si rende mai cordiale nel bene comune della normalità.
Per cui per un post non diventi famoso, ma puoi essere deriso, irriso, mutilato, picchiato.
Ma anche no. Cioè mi sembrerebbe esagerato.
Oggi come oggi funziona così, le esagerazioni sono all'ordine del giorno, la frustrazione
sale nel non apparire e nell'apparire cresce la vanità e a volte inizio frasi che non
vogliono dire niente.
Ma scrivo tanto per scrivere. Passa il tempo nel fare un post. Un post che poi non ti farà diventare famoso, a meno che non lo condividiate.
Insomma 5 minuti passano in fretta. In 5 minuti si fanno molte cose. Scrivere, parlare, dire, amoreggiare, mangiare, bere, fumare...bene, è finito il tempo.
Fammi diventare famoso, almeno non picchiarmi.
I prossimi 5 minuti penserò a come si mandavano le mail quando non esisteva internet.
un blog. La cosa mi pesa non dormo la notte.
Penso tanto e penso ancora come fare a fare soldi con il nero. Il non soluto, il non voluto.
Arsenio Lupin lo stimavo, nei cartoni animati intendo. Perchè il suo pregio non era solo quello
di mettere a segno colpi, ma anche di colpire i cuori e le menti.
La sua fama precedeva il suo talento, che a sua volta arrivava prima del suo sgarbo. In poche
parole per lui far del nero sarebbe stato come prendere ai ricchi per far del bene.
Non necessariamente ai poveri. Anzi...
Robin Hood in questo sbagliava. Il povero non deve aiutare il povero, ma almeno se stesso.
Forse è per questo che con i post non sono mai diventato famoso.
Però se tutto faceste una condivisione. Diventerei follemente pieno di soldi.
Avrei anche più amicizie su facebook e potrei permettermi un nuovo accappatoio.
Dopo la doccia l'accapatoio nuovo potrebbe darmi una sensazione strana. Come mettere una pelle diversa. Forse meglio prima comprarlo e poi abituarmi alla sensazione. Ci vuole tempo.
Ci vogliono anche i soldi per prenderlo. Condividi.
Penso che non diventerò mai famoso per un post e penso anche per un post potrei comunque diventare non famoso. Cioè meno di come sono adesso è difficile.
Ma fare uno strafalcione o sbagliare un congiuntivo. Mi ammazzerebbe. Però nessuno si complimenta mai se scrivi correttamente. Complimenti, bravo, grazie, prego.
Cordialità. Nessuno si rende mai cordiale nel bene comune della normalità.
Per cui per un post non diventi famoso, ma puoi essere deriso, irriso, mutilato, picchiato.
Ma anche no. Cioè mi sembrerebbe esagerato.
Oggi come oggi funziona così, le esagerazioni sono all'ordine del giorno, la frustrazione
sale nel non apparire e nell'apparire cresce la vanità e a volte inizio frasi che non
vogliono dire niente.
Ma scrivo tanto per scrivere. Passa il tempo nel fare un post. Un post che poi non ti farà diventare famoso, a meno che non lo condividiate.
Insomma 5 minuti passano in fretta. In 5 minuti si fanno molte cose. Scrivere, parlare, dire, amoreggiare, mangiare, bere, fumare...bene, è finito il tempo.
Fammi diventare famoso, almeno non picchiarmi.
I prossimi 5 minuti penserò a come si mandavano le mail quando non esisteva internet.
sabato, gennaio 07, 2012
Si è disoccupati anche facendo il lavoro sbagliato
Le gambe del tavolo potrebbero anche spezzarsi sotto il peso delle parole che vengono da lontano e vanno a schiantarsi sul soffitto.
L'alito che puzza di alcol, si sa, è leggero e vola alto. Sopra le teste, sopra le tentazioni, passando a fianco dei cattivi pensieri. C'erano posti che quelle teste potevano vedere, c'erano case anche sugli alberi. Lo dicevano scrittori avvinazzati e bambini sporchi di zucchero a velo.
Però forse un'altra birra me la prendo.
La sedia scricchiola e sembra il motore di un vecchio Ciao, di quelli che andavano a miscela anche se nessuno sapeva cosa fosse quella miscela. Una parola che nasconde magia e poesia, unire mischiare amalgamare. La sola cosa che non può fare è rendersi univoca e prescindibile.
La miscela del motorino, la miscela che bevi per schiarire i pensieri, la miscela che aiuta a mettere insieme le parole, la miscela che crea una parola da stupide lettere.
Il tavolo regge sulle quattro instabili gambe. Ma cosa si potrebbe dire e sopratutto chi siamo noi per dire qualcosa. Meglio forse il silenzio, sopratutto se meditato e attento.
Però il silenzio non ha portato mai a niente, come ama ripetere il vecchio partigiano che seduto nell'angolo si fa sempre i cazzi di tutti.
Allora si torna a far girar la mente, senza cattiveria. Solo idee che siano buone, che siano sane, che siano folli. Forse per questo mai realizzate. Il miglior modo per restare giovani è farsi venire in mente cose che poi non si faranno mai. Nemmeno il giorno dopo.
Ma che restano lì, sul comodino per chi lo possiede o nel cassetto per chi semplicemente ha un armadio. Io non ho armadio e non ho comodino.
Però mi viene facile bere e mentre bevo pensare che ci siano ancora tante cose da poter fare.
Come riparare il tavolo oppure come dare a tutte quelle idee, che col loro peso stanno rompendo le gambe al povero tavolo, una casa o un luogo dove stare.
Magari più grande di un cassetto e più stabile di un comodino.
Si è fatto tardi ed è forse giunta loro di chiudere. Nell'alzarmi un attimo di timore e di blocco. Forse la paura di aver perso ancora tempo o la sensazione di avere ancora tempo da riempire. L'idea di non diventare mai più un uomo migliore ormai è salita in alto attaccata all'alito alcolico come si legano le letterine ad un palloncino per farle arrivare lontano, però resta ferma quella che qualcosa si possa fare magari partendo da una sedia di legno e un'educazione cattolica, senza dei e santi in Paradiso.
L'alito che puzza di alcol, si sa, è leggero e vola alto. Sopra le teste, sopra le tentazioni, passando a fianco dei cattivi pensieri. C'erano posti che quelle teste potevano vedere, c'erano case anche sugli alberi. Lo dicevano scrittori avvinazzati e bambini sporchi di zucchero a velo.
Però forse un'altra birra me la prendo.
La sedia scricchiola e sembra il motore di un vecchio Ciao, di quelli che andavano a miscela anche se nessuno sapeva cosa fosse quella miscela. Una parola che nasconde magia e poesia, unire mischiare amalgamare. La sola cosa che non può fare è rendersi univoca e prescindibile.
La miscela del motorino, la miscela che bevi per schiarire i pensieri, la miscela che aiuta a mettere insieme le parole, la miscela che crea una parola da stupide lettere.
Il tavolo regge sulle quattro instabili gambe. Ma cosa si potrebbe dire e sopratutto chi siamo noi per dire qualcosa. Meglio forse il silenzio, sopratutto se meditato e attento.
Però il silenzio non ha portato mai a niente, come ama ripetere il vecchio partigiano che seduto nell'angolo si fa sempre i cazzi di tutti.
Allora si torna a far girar la mente, senza cattiveria. Solo idee che siano buone, che siano sane, che siano folli. Forse per questo mai realizzate. Il miglior modo per restare giovani è farsi venire in mente cose che poi non si faranno mai. Nemmeno il giorno dopo.
Ma che restano lì, sul comodino per chi lo possiede o nel cassetto per chi semplicemente ha un armadio. Io non ho armadio e non ho comodino.
Però mi viene facile bere e mentre bevo pensare che ci siano ancora tante cose da poter fare.
Come riparare il tavolo oppure come dare a tutte quelle idee, che col loro peso stanno rompendo le gambe al povero tavolo, una casa o un luogo dove stare.
Magari più grande di un cassetto e più stabile di un comodino.
Si è fatto tardi ed è forse giunta loro di chiudere. Nell'alzarmi un attimo di timore e di blocco. Forse la paura di aver perso ancora tempo o la sensazione di avere ancora tempo da riempire. L'idea di non diventare mai più un uomo migliore ormai è salita in alto attaccata all'alito alcolico come si legano le letterine ad un palloncino per farle arrivare lontano, però resta ferma quella che qualcosa si possa fare magari partendo da una sedia di legno e un'educazione cattolica, senza dei e santi in Paradiso.
lunedì, gennaio 02, 2012
I canditi gialli nel panettone avanzato sono allucinogeni
Eran tempi diversi quelli in cui la batteria non aveva suono e l'umidità stava di casa in un altro
paese o perlomeno lontano delle mie ossa.
Lento era il movimento dei giorni, ma pur sempre attivo e senza pause.
Si scandivamo i momenti dando un senso. L'esame, il compito in classe, il ritorno dell'andata.
Nulla si confondeva in altro e se proprio si trovavano tinte uguali, eran sempre molto forti.
Non c'erano sigle, suonerie e piattoforme sociali, ma tutto si svolgeva in totale fantasia o
tramite il telefono fisso. Senza messaggi e messaggeri, senza foto e fotografi.
Avevamo occhi attenti, sguardi fermi e menti avanzanti. Poco altro, niente pregi.
Qualcuno era dotato di ironia, altri erano intelligenti. Tutte doti che non sono mai servite a
nulla, se non per far volare gli aquiloni e prendere gli uccelli in volo per farli cadere a
terra e diventare preda dei fantasmi. Gli uccelli non mi sono mai piaciuti.
Il volo era per pochi, per quelli che non sapevano usare gli acquiloni e allora ci si trovava tutti
a correre per la strada, tra sassi, fossi e grossi prati. Prati verdi e altri fatti di cemento, senza
paura per le ginocchia sbucciate o le scarpe consumate.
Anche i palloni non restavano indifferenti al cemento, rovinandosi e riducendo la propria vita.
Vero sacrificio al divertimento.
Persi nel tempo e nella fantasia, quando la masturbazione era il pensiero della mamma di un
nostro amico e non il video scarno di una sconosciuta di un altro luogo, di un'altra lingua.
"Mi piace" lo si diceva per cose serie e non per commentare l'approvazione alle idee di
chissachi o alla foto di un vecchio conoscente.
Era un tempo in cui dagli auricolari usciva una musica diversa e le promesse avevano un senso, quando pensavi che tutto avesse una forma diversa se visto da un altro punto di vista.
Certo gli abiti facevano il monaco e il bianco e il nero non potevano stare nella stessa foto, ma distinti in immagini e odori differenti. Niente di totale, tutto di parziale.
Sono periodi differenti con battute in quattro quarti e schermi sedici noni, visioni periferiche e l'umidità che ora entra nelle ossa, rompe gli schemi ed appiattisce i pochi capelli rimasti.
paese o perlomeno lontano delle mie ossa.
Lento era il movimento dei giorni, ma pur sempre attivo e senza pause.
Si scandivamo i momenti dando un senso. L'esame, il compito in classe, il ritorno dell'andata.
Nulla si confondeva in altro e se proprio si trovavano tinte uguali, eran sempre molto forti.
Non c'erano sigle, suonerie e piattoforme sociali, ma tutto si svolgeva in totale fantasia o
tramite il telefono fisso. Senza messaggi e messaggeri, senza foto e fotografi.
Avevamo occhi attenti, sguardi fermi e menti avanzanti. Poco altro, niente pregi.
Qualcuno era dotato di ironia, altri erano intelligenti. Tutte doti che non sono mai servite a
nulla, se non per far volare gli aquiloni e prendere gli uccelli in volo per farli cadere a
terra e diventare preda dei fantasmi. Gli uccelli non mi sono mai piaciuti.
Il volo era per pochi, per quelli che non sapevano usare gli acquiloni e allora ci si trovava tutti
a correre per la strada, tra sassi, fossi e grossi prati. Prati verdi e altri fatti di cemento, senza
paura per le ginocchia sbucciate o le scarpe consumate.
Anche i palloni non restavano indifferenti al cemento, rovinandosi e riducendo la propria vita.
Vero sacrificio al divertimento.
Persi nel tempo e nella fantasia, quando la masturbazione era il pensiero della mamma di un
nostro amico e non il video scarno di una sconosciuta di un altro luogo, di un'altra lingua.
"Mi piace" lo si diceva per cose serie e non per commentare l'approvazione alle idee di
chissachi o alla foto di un vecchio conoscente.
Era un tempo in cui dagli auricolari usciva una musica diversa e le promesse avevano un senso, quando pensavi che tutto avesse una forma diversa se visto da un altro punto di vista.
Certo gli abiti facevano il monaco e il bianco e il nero non potevano stare nella stessa foto, ma distinti in immagini e odori differenti. Niente di totale, tutto di parziale.
Sono periodi differenti con battute in quattro quarti e schermi sedici noni, visioni periferiche e l'umidità che ora entra nelle ossa, rompe gli schemi ed appiattisce i pochi capelli rimasti.
giovedì, dicembre 15, 2011
Il blog è come il tatuaggio, un segno postmoderno del disagio attuale
Sembrava un'alba postorgasmica venuta dopo il pranzo di Natale.
Io seduto in quella poltrona troppo grande per il mio ego ma un pò
stretta per il mio sedere. Avevo alle spalle giorni di salsiccie e tortelli,
panettoni e vino. Giorni felici, li chiamano, quelli del Natale.
Quelli prima e quelli dopo, quasi fosse un'orgia di sentimenti tutti uguali.
In quei momenti pensi di potere tutto, che tutti ti sono attorno.
Non pensare di trovare qualcosa in queste righe, forse devi imparare a
leggerci attraverso, come la notte in cui fai un bagno in piscina.
Sembra senza senso e forse un senso ce l'ha.
Ma ti ripeto, non credere che uno voglia dire qualcosa con le parole scritte
una dopo l'altra su righe virtuali che righe non sono.
Il volto amico, il calore di un camino, le castagne, l'ennesimo morto sul
lavoro mentre nasce il Bambino, il pezzo di torrone.
Solito scrivere e solito arrotondare frasi, smussare un angolo, scartavetrare
un pensiero. Tutte cose già dette, non pensare che ci sia chissà quale
persona dietro tutto questo. Leggi un pezzo, hai letto tutto.
Arrivano piano piano i significati e spesso si capiscono solo quando tramontano
i soli e le albe tardano ad arrivare. In quel buio, in cui c'è meno luce, forse
si capisce meglio o forse non c'è niente da capire.
Lo scritto è vuoto come lo sguardo di chi scrive.
Non c'è niente di scritto, veramente niente, su cui ragionare, ridere, dormire,
sognare, sperare, piangere, amare. In giorni, mesi e forse anni di cose
catalogate e messe da parte, ai lati di uno schermo.
Nulla o forse quello che vuoi leggerci dentro.
Aeroporti da cui partono aerei vuoti che vanno chissà dove, tanto per viaggiare.
Io seduto in quella poltrona troppo grande per il mio ego ma un pò
stretta per il mio sedere. Avevo alle spalle giorni di salsiccie e tortelli,
panettoni e vino. Giorni felici, li chiamano, quelli del Natale.
Quelli prima e quelli dopo, quasi fosse un'orgia di sentimenti tutti uguali.
In quei momenti pensi di potere tutto, che tutti ti sono attorno.
Non pensare di trovare qualcosa in queste righe, forse devi imparare a
leggerci attraverso, come la notte in cui fai un bagno in piscina.
Sembra senza senso e forse un senso ce l'ha.
Ma ti ripeto, non credere che uno voglia dire qualcosa con le parole scritte
una dopo l'altra su righe virtuali che righe non sono.
Il volto amico, il calore di un camino, le castagne, l'ennesimo morto sul
lavoro mentre nasce il Bambino, il pezzo di torrone.
Solito scrivere e solito arrotondare frasi, smussare un angolo, scartavetrare
un pensiero. Tutte cose già dette, non pensare che ci sia chissà quale
persona dietro tutto questo. Leggi un pezzo, hai letto tutto.
Arrivano piano piano i significati e spesso si capiscono solo quando tramontano
i soli e le albe tardano ad arrivare. In quel buio, in cui c'è meno luce, forse
si capisce meglio o forse non c'è niente da capire.
Lo scritto è vuoto come lo sguardo di chi scrive.
Non c'è niente di scritto, veramente niente, su cui ragionare, ridere, dormire,
sognare, sperare, piangere, amare. In giorni, mesi e forse anni di cose
catalogate e messe da parte, ai lati di uno schermo.
Nulla o forse quello che vuoi leggerci dentro.
Aeroporti da cui partono aerei vuoti che vanno chissà dove, tanto per viaggiare.
martedì, dicembre 06, 2011
Il circolo vizioso della difficoltà di non essere una rock star al tempo della crisi economica
Tristezza.
Forse ai più che in questo momento stanno leggendo, in maniera spesso distratta, sembrerà semplice condurre un'esistenza da recluso in casa. La difficoltà sta nel fuggire dal quotidiano.
Perchè tutto quello che ti sembrà solito nel tuo uscire di casa al mattino e andare a lavoro, nel vedere le solite facce boriose e prive di interesse privato dei colleghi e delle colleghe, nel prendere i mezzi e mangiare in mensa, tutto quello che abitualmente fai, non è paragonabile al silenzio di starsene in casa da soli ad ascoltare musica ad alto volume.
Non parlare con nessuno, non vedere nessuno. Almeno sino a un certo orario, quello che decidi tu.
I bar alla mattina e nel primo pomeriggio sono pieni di vecchiette che passano la giornata come te, più o meno. Persone che starebbero in casa tutto il giorno a vedere i programmi loro dedicati, al massimo del volume consentito dalla loro sordità.
Escono solo quando finiscono di lavare i piatti, le tazzine e il cucinino, quando la televendita del programma è terminata e riempiono i bar bevendo spuma, un bianchino o qualche caffè.
Anche mia nonna lo faceva.
La televisione meglio lasciarla sempre spenta.
I programmi di cucina fan venire solo voglia di mangiare e diventare grassi, ingurgitando fottutissimi dolci sorridendo allo spreco.
I telegiornali non fanno altro che ricordarmi che non andrò mai in pensione, che non avrò mai un futuro, che lo spread e i bond e le tasse e l'ici e l'irpef...
Il risultato è soltanto la voglia omicida di andare fuori, in strada, e uccidere tutti i vecchietti e le vecchiette che incroci. Senza sentimento e solo per la loro pensione.
Ovviamente non lo faccio perchè il divano vince sempre attaccandomi con la sua forza di gravità più forte rispetto alla mia voglia di uscire in maniera direttamente proporzionale. Più mi deprimo, più voglia di uscire accumulo e più mi incollo al divano.
Per fortuna mi restano i libri.
Li compro, ne faccio cataste, li leggo anche alle volte. Ma ne compro molti, più di quanti ne possa leggere. E' una forma di difesa personale, mi danno un segnale concreto per andare avanti.
Finchè avrò libri da leggere non potrò mai deprimermi troppo, perdendomi in quelle storie. Perdendomi in quelle storie non potrei mai farmi del male.
Anche se vedo il telegiornale, mi incazzo, voglio uscire a uccidere vecchietti, non esco, sto in casa, mi deprimo, leggo, non mi deprimo più, non mi faccio del male. Strano circolo vizioso.
Capite voi ora la difficoltà del non fare niente. Molto più stressante della quotidianità precedente.
Quella quotidianità che ti portava sui mezzi pubblici a girare la città, a vedere le stesse facce e dire le stesse frasi di circostanza. Molto più difficile.
Tristezza.
Forse ai più che in questo momento stanno leggendo, in maniera spesso distratta, sembrerà semplice condurre un'esistenza da recluso in casa. La difficoltà sta nel fuggire dal quotidiano.
Perchè tutto quello che ti sembrà solito nel tuo uscire di casa al mattino e andare a lavoro, nel vedere le solite facce boriose e prive di interesse privato dei colleghi e delle colleghe, nel prendere i mezzi e mangiare in mensa, tutto quello che abitualmente fai, non è paragonabile al silenzio di starsene in casa da soli ad ascoltare musica ad alto volume.
Non parlare con nessuno, non vedere nessuno. Almeno sino a un certo orario, quello che decidi tu.
I bar alla mattina e nel primo pomeriggio sono pieni di vecchiette che passano la giornata come te, più o meno. Persone che starebbero in casa tutto il giorno a vedere i programmi loro dedicati, al massimo del volume consentito dalla loro sordità.
Escono solo quando finiscono di lavare i piatti, le tazzine e il cucinino, quando la televendita del programma è terminata e riempiono i bar bevendo spuma, un bianchino o qualche caffè.
Anche mia nonna lo faceva.
La televisione meglio lasciarla sempre spenta.
I programmi di cucina fan venire solo voglia di mangiare e diventare grassi, ingurgitando fottutissimi dolci sorridendo allo spreco.
I telegiornali non fanno altro che ricordarmi che non andrò mai in pensione, che non avrò mai un futuro, che lo spread e i bond e le tasse e l'ici e l'irpef...
Il risultato è soltanto la voglia omicida di andare fuori, in strada, e uccidere tutti i vecchietti e le vecchiette che incroci. Senza sentimento e solo per la loro pensione.
Ovviamente non lo faccio perchè il divano vince sempre attaccandomi con la sua forza di gravità più forte rispetto alla mia voglia di uscire in maniera direttamente proporzionale. Più mi deprimo, più voglia di uscire accumulo e più mi incollo al divano.
Per fortuna mi restano i libri.
Li compro, ne faccio cataste, li leggo anche alle volte. Ma ne compro molti, più di quanti ne possa leggere. E' una forma di difesa personale, mi danno un segnale concreto per andare avanti.
Finchè avrò libri da leggere non potrò mai deprimermi troppo, perdendomi in quelle storie. Perdendomi in quelle storie non potrei mai farmi del male.
Anche se vedo il telegiornale, mi incazzo, voglio uscire a uccidere vecchietti, non esco, sto in casa, mi deprimo, leggo, non mi deprimo più, non mi faccio del male. Strano circolo vizioso.
Capite voi ora la difficoltà del non fare niente. Molto più stressante della quotidianità precedente.
Quella quotidianità che ti portava sui mezzi pubblici a girare la città, a vedere le stesse facce e dire le stesse frasi di circostanza. Molto più difficile.
Tristezza.
venerdì, dicembre 02, 2011
Cronaca di una cena annoiata
Un uovo, spinaci surgelati e un birra. La prima stasera.
La prima ha sempre un gusto diverso, ferroso e dissetante, come leccare
un ghiacciolo in inverno, quando il controsenso è meglio del gusto.
Dal tetto si vede tutta la città, almeno fino al muro del palazzo di fronte
mentre dalla mia finestra si vede soltanto il muro. Questione di spazi e
punti di vista. Tu dici visioni limitate, io mi limito a un sorso di birra.
Gli spinaci si stanno scongelando, l'acqua bagna il tavolo ma la mia
immagine allo specchio non cambia. Resto un bel ragazzo anche con un
primo piano, nonostante gli anni mi abbian segnato. Senza aver fatto un
cazzo, sia chiaro. Ma l'acne, le birre, il poco sonno e le rotture di coglioni
han detto la loro.
Sarei molto più bello in campo lungo, camminando verso l'obiettivo. Lo
sguardo perso ma concentrato, finto malinconico. So benissimo che non
c'entra niente, ma bisogna allungare il brodo.
La pentola si scalda butto gli spinaci. Quelli col formaggio dentro, surgelati.
Erano in offerta. In offerta come tutto ciò che ho in frigo, retaggio dell'ultima
spesa fatta oltre 20 giorni fa. Sono senza lavoro, devo risparmiare.
Peccato che poi compri cd e libri senza trattenermi.
Non ho turni adesso, senza tempi precisi tranne la cottura di questi spinaci e
il calcolo del tempo esatto in cui metterò l'uovo.
L'uovo amalgama, tiene insieme, fa volume e ci metterò un pò a digerirlo.
Un sorso di birra, sta finendo come spesso finiscono le belle cose, sopratutto
se chiuse in bottiglie da 33cl, in scopate da 5 minuti o in canzoni.
Mi perdo nel vedere una zanzara che si sposta tra il divano e la televisione
spenta. Sembra che mi culli ma poi mi vuole inculare, pungendomi a tradimento,
stordito dal suo continuo girare. Ma poi questa non è stagione per una zanzara.
Non lo so. Continuo a pensare che chi crede di sapere tutto serva soltanto a
tenere buoni gli ignoranti e gli analfabeti.
Prendo l'uovo, lo butto nella padella e mischio tutto. Fisso la padella finchè tutto
non è cotto. Il mio sguardo è sempre stato accattivante.
Scusa se (non) dico di stare male, ma non sono proprio in forma. Soltanto che qui
non c'è un allenatore che mi tiene fuori ad ogni costo, mi tocca giocare.
Dalla padella tutto passa magicamente in un piatto.
Adesso mi tocca salutare, devo mangiare fissando il vetro, non vorrei perdere l'idea
che mi è venuta.
La prima ha sempre un gusto diverso, ferroso e dissetante, come leccare
un ghiacciolo in inverno, quando il controsenso è meglio del gusto.
Dal tetto si vede tutta la città, almeno fino al muro del palazzo di fronte
mentre dalla mia finestra si vede soltanto il muro. Questione di spazi e
punti di vista. Tu dici visioni limitate, io mi limito a un sorso di birra.
Gli spinaci si stanno scongelando, l'acqua bagna il tavolo ma la mia
immagine allo specchio non cambia. Resto un bel ragazzo anche con un
primo piano, nonostante gli anni mi abbian segnato. Senza aver fatto un
cazzo, sia chiaro. Ma l'acne, le birre, il poco sonno e le rotture di coglioni
han detto la loro.
Sarei molto più bello in campo lungo, camminando verso l'obiettivo. Lo
sguardo perso ma concentrato, finto malinconico. So benissimo che non
c'entra niente, ma bisogna allungare il brodo.
La pentola si scalda butto gli spinaci. Quelli col formaggio dentro, surgelati.
Erano in offerta. In offerta come tutto ciò che ho in frigo, retaggio dell'ultima
spesa fatta oltre 20 giorni fa. Sono senza lavoro, devo risparmiare.
Peccato che poi compri cd e libri senza trattenermi.
Non ho turni adesso, senza tempi precisi tranne la cottura di questi spinaci e
il calcolo del tempo esatto in cui metterò l'uovo.
L'uovo amalgama, tiene insieme, fa volume e ci metterò un pò a digerirlo.
Un sorso di birra, sta finendo come spesso finiscono le belle cose, sopratutto
se chiuse in bottiglie da 33cl, in scopate da 5 minuti o in canzoni.
Mi perdo nel vedere una zanzara che si sposta tra il divano e la televisione
spenta. Sembra che mi culli ma poi mi vuole inculare, pungendomi a tradimento,
stordito dal suo continuo girare. Ma poi questa non è stagione per una zanzara.
Non lo so. Continuo a pensare che chi crede di sapere tutto serva soltanto a
tenere buoni gli ignoranti e gli analfabeti.
Prendo l'uovo, lo butto nella padella e mischio tutto. Fisso la padella finchè tutto
non è cotto. Il mio sguardo è sempre stato accattivante.
Scusa se (non) dico di stare male, ma non sono proprio in forma. Soltanto che qui
non c'è un allenatore che mi tiene fuori ad ogni costo, mi tocca giocare.
Dalla padella tutto passa magicamente in un piatto.
Adesso mi tocca salutare, devo mangiare fissando il vetro, non vorrei perdere l'idea
che mi è venuta.
lunedì, novembre 28, 2011
Urla il vento
Urla il vento e suona la bufera. Cosa accadrà alla città?
Scenderà la sera, si chiuderanno le porte e i portoni e forse ce ne staremo tutti in casa, persa la speranza si perde la voglia di condivisione.
Il vento cambia davvero ci era stato detto e ci avevamo creduto. Noi che in piazza ci andammo non per protestare, non per indignazione o sfogo, ma per sognare.
Il risveglio dal sonno poi, può essere peggiore di un incubo.
In quel Maggio, che poi era questo, proprio questo, l'ultimo, abbiamo messo l'ultima speranza nella politica, nella condivisione di un presunto cambiamento.
Non mi vergogno di dire di esser stato in Piazza Duca d'Aosta non per la musica ma perchè "cazzo bisogna esserci". Non mi vergogno di dire che ero in Duomo prima del primo turno, che c'ero poi e c'ero in tutte quelle manifestazioni di gioia che non contano un cazzo, ma che ti fanno capire che si può fare.
Il vento poteva cambiare, basta coi partiti e partitini e con la politica degli interessi personali, degli sperperi e dello spreco. Questi parlano di "noi", di "squadra" e di possibilità. Di una Milano non più Padana ma Europea, internazionale.
Città aperta ai giovani, agli stranieri...a tutti noi che illusi per le strade abbiamo brindato con birra e vino rosso, sventolato il tricolore e bandiere arancioni, abbracciato gli amici e pianto di gioia come solo la squadra del cuore ci aveva fatto fare. Noi che abbiamo fatto una testa tanta agli amici indecisi parlando di futuro e speranza.
Noi che dopo sei mesi capiamo che parole come Expo non si sposano con quel vento come ci avevano fatto credere, che anche la sinistra ha il suo caso di corruzione proprio qui e che i due cui avevi riposto maggior fiducia, Boeri e Pisapia, litigano su chi ce l'ha più lungo, tra lo snobismo da radical chic e vecchi fantasmi.
In mezzo ancora "noi", che difficilmente torneremo a dare la nostra fiducia a qualcuno se tutto questo si tramutasse in un fallimento, in una revisione dei progetti e in una chiusura alla Milano aperta che abbiamo sognato e votato.
Parlo per me, da trentenne cittadino senza fronzoli e senza lavoro, di sicuro non l'esempio migliore, che però ama Milano e la vorrebbe vedere come meriterebbe di essere, sperando in una soluzione che veda finalmente il Comune agire come un squadra per tutte quelle migliaia di persone che come una squadra li hanno fatti eleggere.
Adesso ditemi cosa accadrà alla città.
Scenderà la sera, si chiuderanno le porte e i portoni e forse ce ne staremo tutti in casa, persa la speranza si perde la voglia di condivisione.
Il vento cambia davvero ci era stato detto e ci avevamo creduto. Noi che in piazza ci andammo non per protestare, non per indignazione o sfogo, ma per sognare.
Il risveglio dal sonno poi, può essere peggiore di un incubo.
In quel Maggio, che poi era questo, proprio questo, l'ultimo, abbiamo messo l'ultima speranza nella politica, nella condivisione di un presunto cambiamento.
Non mi vergogno di dire di esser stato in Piazza Duca d'Aosta non per la musica ma perchè "cazzo bisogna esserci". Non mi vergogno di dire che ero in Duomo prima del primo turno, che c'ero poi e c'ero in tutte quelle manifestazioni di gioia che non contano un cazzo, ma che ti fanno capire che si può fare.
Il vento poteva cambiare, basta coi partiti e partitini e con la politica degli interessi personali, degli sperperi e dello spreco. Questi parlano di "noi", di "squadra" e di possibilità. Di una Milano non più Padana ma Europea, internazionale.
Città aperta ai giovani, agli stranieri...a tutti noi che illusi per le strade abbiamo brindato con birra e vino rosso, sventolato il tricolore e bandiere arancioni, abbracciato gli amici e pianto di gioia come solo la squadra del cuore ci aveva fatto fare. Noi che abbiamo fatto una testa tanta agli amici indecisi parlando di futuro e speranza.
Noi che dopo sei mesi capiamo che parole come Expo non si sposano con quel vento come ci avevano fatto credere, che anche la sinistra ha il suo caso di corruzione proprio qui e che i due cui avevi riposto maggior fiducia, Boeri e Pisapia, litigano su chi ce l'ha più lungo, tra lo snobismo da radical chic e vecchi fantasmi.
In mezzo ancora "noi", che difficilmente torneremo a dare la nostra fiducia a qualcuno se tutto questo si tramutasse in un fallimento, in una revisione dei progetti e in una chiusura alla Milano aperta che abbiamo sognato e votato.
Parlo per me, da trentenne cittadino senza fronzoli e senza lavoro, di sicuro non l'esempio migliore, che però ama Milano e la vorrebbe vedere come meriterebbe di essere, sperando in una soluzione che veda finalmente il Comune agire come un squadra per tutte quelle migliaia di persone che come una squadra li hanno fatti eleggere.
Adesso ditemi cosa accadrà alla città.
lunedì, novembre 14, 2011
In requiem
Il settimo nano è morto.
Cause sociali e civili si sono messe in mezzo alle sue cause naturali. Non lo
meritava e riecheggiava la sua musica pop. Tutti presenti sulla pista finchè ci
sono i free drink e il bar è open, come le lucine a intermittenza di Natale.
Non servono i free drink con l'open bar, ma mi piace spendere sopratutto quando
non posso permettermelo. Povero fottuto nanetto da collezione, morto per il
fisico testardo al passare del tempo, altrochè lento.
Era pop quel pezzo che finiva con un tatatata ta tata ta.
La rivoluzione è morta.
Lo dice l'Ansa senza troppa convinzione. Ma le notizie non dovrebbero esser
certe prima di esser divulgate? Ma come si può non esserne sicuri.
Io non scherzo. Non serve esser sani per capire gli errori.
Il coyote dei cartoni non c'è più.
La troppa fame e l'allergia lo han portato via. Animalista incallito dell'ultima ora
non poteva sapere di quel brutto male, troppo impegnato al suo lavoro ufficiale.
Grande festa per le esequie coi risparmi di una vita e con i botti tra le mani. Pare
rincorresse il sogno di un struzzo stronzo senza sapere di esserne allergico.
L'illusione di avere un sogno che poi ti riduce a terra, come correre e correre e
correre e poi starsene fermi e ritrovarsi per ore su un divano. Come morire sul lavoro.
Speciale del tg, la rivoluzione non è morta.
Lo sono Che Guevara, Mike Bongiorno, Emilio Fede, Hello Spank ed altri miti.
La rivoluzione è in coma, presa a pugni per un campo coltivato a girasoli,
sprangata per il lancio di una droga rivoluzionaria sul mercato, che anzichè allucinare
fa vedere chiara e nitida la realtà.
Notizie incerte, fonti poco chiare. Inquinate e commercializzate.
La solitudine si è uccisa.
Presa dalla frenesia del momento ha deciso di dedicarsi del tempo, lo ha fatto una
volta sola per tutte. A moltiplicazione fatta viene un numero infinitesimale, tendente
all'infinito. E' il caso a volerlo, tendere all'infinito moltiplicandosi per la fine.
Non so perchè, era molto che non la si vedeva in giro, troppo presa a dedicarsi
agli altri, nascondendosi dalla vista. Non so perchè, ma immagino.
Altro scoop scandalistico dell'ultimo minuto. La rivoluzione se n'è andata ed
ha cambiato stato, regione, città, via, appartamento. Senza traccia, scrive lo pseudo
giornalista nelle 4 righe sotto un grande foto di non si sa chi.
Non sa chi sia la rivoluzione, morta picchiata scappata.
La morte è morta di morte innaturale.
Al che non vuol dire nulla, ma voleva provar la sensazione di sè stessa. Guardandosi
allo specchio si guardò come si ama facendosi una sega.
In questa gran masturbazione non ha lasciato nessun messaggio, nemmeno un
post-it sul suo frigorifero, uno status modificato su facebook.
Via come un orgasmo finale neanche troppo lungo. La motivazione non è nota, non so
perchè, ma immagino. Forse nemmeno Lei aveva il fisico per la rivoluzione.
Cause sociali e civili si sono messe in mezzo alle sue cause naturali. Non lo
meritava e riecheggiava la sua musica pop. Tutti presenti sulla pista finchè ci
sono i free drink e il bar è open, come le lucine a intermittenza di Natale.
Non servono i free drink con l'open bar, ma mi piace spendere sopratutto quando
non posso permettermelo. Povero fottuto nanetto da collezione, morto per il
fisico testardo al passare del tempo, altrochè lento.
Era pop quel pezzo che finiva con un tatatata ta tata ta.
La rivoluzione è morta.
Lo dice l'Ansa senza troppa convinzione. Ma le notizie non dovrebbero esser
certe prima di esser divulgate? Ma come si può non esserne sicuri.
Io non scherzo. Non serve esser sani per capire gli errori.
Il coyote dei cartoni non c'è più.
La troppa fame e l'allergia lo han portato via. Animalista incallito dell'ultima ora
non poteva sapere di quel brutto male, troppo impegnato al suo lavoro ufficiale.
Grande festa per le esequie coi risparmi di una vita e con i botti tra le mani. Pare
rincorresse il sogno di un struzzo stronzo senza sapere di esserne allergico.
L'illusione di avere un sogno che poi ti riduce a terra, come correre e correre e
correre e poi starsene fermi e ritrovarsi per ore su un divano. Come morire sul lavoro.
Speciale del tg, la rivoluzione non è morta.
Lo sono Che Guevara, Mike Bongiorno, Emilio Fede, Hello Spank ed altri miti.
La rivoluzione è in coma, presa a pugni per un campo coltivato a girasoli,
sprangata per il lancio di una droga rivoluzionaria sul mercato, che anzichè allucinare
fa vedere chiara e nitida la realtà.
Notizie incerte, fonti poco chiare. Inquinate e commercializzate.
La solitudine si è uccisa.
Presa dalla frenesia del momento ha deciso di dedicarsi del tempo, lo ha fatto una
volta sola per tutte. A moltiplicazione fatta viene un numero infinitesimale, tendente
all'infinito. E' il caso a volerlo, tendere all'infinito moltiplicandosi per la fine.
Non so perchè, era molto che non la si vedeva in giro, troppo presa a dedicarsi
agli altri, nascondendosi dalla vista. Non so perchè, ma immagino.
Altro scoop scandalistico dell'ultimo minuto. La rivoluzione se n'è andata ed
ha cambiato stato, regione, città, via, appartamento. Senza traccia, scrive lo pseudo
giornalista nelle 4 righe sotto un grande foto di non si sa chi.
Non sa chi sia la rivoluzione, morta picchiata scappata.
La morte è morta di morte innaturale.
Al che non vuol dire nulla, ma voleva provar la sensazione di sè stessa. Guardandosi
allo specchio si guardò come si ama facendosi una sega.
In questa gran masturbazione non ha lasciato nessun messaggio, nemmeno un
post-it sul suo frigorifero, uno status modificato su facebook.
Via come un orgasmo finale neanche troppo lungo. La motivazione non è nota, non so
perchè, ma immagino. Forse nemmeno Lei aveva il fisico per la rivoluzione.
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