Sono uscito a prendere aria, per la testa o per le idee, non so bene.
Troppo buona questa sensazione, certo non troppo per una mozione di fiducia a me stesso.
Analitico pezzo di merda, analizza le feci su questa terra.
Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionale alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa.
Ero in giro tra le vie, non ho visto niente e non ho trovat nessuno. Solo freddo e rabbia, solo un cane con al guinzaglio un padrone. Freddo sì, quello lo ricordo e poi niente.
A un tratto riconosco una strada che non però non c'entra un cazzo.
Penso a quanto possano soffrire i pezzi di carne nel congelatore, al freddo. Io pezzo di carne in mezzo a una strada, al freddo.
L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.
Cerco e ricerco i passi che mi hanno portato qui, da un lato palazzi anonimi e vecchie forme d'arte, dall'altra un lento corso d'acqua. Calmo e rassicurante. In mezzo a loro passano auto veloci come idee che non si innestano nel cervello.
Vanno veloci e mi fa male la testa, non riesco ad afferrarne neppure una. Respiro a fondo ma, cazzo, la puzza mi annebbia ancora di più la mente. Forse è il momento di gridare.
Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
Trovo una scia e la seguo, passo passo ritrovo tutti i miei passi, me li ricordo tutti, li riconosco. Riavvolgo anche il nastro dei pensieri in modo da non cancellarli, ma per registrarci sopra quelli nuovi ed essere sempre fresco.
Il freddo mi annienta ogni voglia, l'aria condensa i miei pensieri e si formano nuvoloni carichi di acqua e a me l'acqua mi rilassa.
La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.
Arrivo stanco da dove son partito, eppure sono passati soltanto 10 minuti. Il freddo fa compagnia ai miei sensi di colpa, la mia fiducia affidata a un cieco sta cercando di trovare la via d'uscita. Mi fermo in un angolo e non trovo scuse, vorrei piangere ma si forman soltanto ghiaccioli sotto gli occhi, allora prova a pisciare in un angolo senza che nessuno mi veda. Per un'altra fottutissima volta sono uscito e tutto ciò che ho riportato a casa è il banale.
Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge.
La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.
Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.
L'angolo adatto per nani, ballerine, cantanti, troie, alcolizzati e illusi. Ovviamente qui nulla è serio...se sei dei nostri...benvenuto, entra pure
mercoledì, dicembre 22, 2010
domenica, dicembre 19, 2010
Noi
Noi ci trovavamo ai giardinetti al pomeriggio, dopo la scuola e il suo tempo pieno che lasciava spazi interminabili alla fantasia.
La focaccia non era sempre buona, anzi spesso non lo era. Dipendeva dal panettiere, dalla strada che la nonna aveva fatto per arrivare a scuola, ma secondo me spesso e volentieri, anche dal tempo. Poco importa la focaccia o il succo di frutta ed il thè freddo. Bere e mangiare è sempre stato marginale a quei tempi, per noi.
Togliere la felpa era la prima cosa importante di quelle giornate, la seconda era prendere il pallone dal sacchetto di plastica. La terza, il goal.
Noi abbiamo continuato a trovarci al parco, nel dopo nulla che attingeva dalla fantasia il motivo per non stare a letto tutto il pomeriggio.
La pizza e le patatine erano importanti soltanto per accompagnare la birra.
Le birre venivano prese al supermercato di fronte al parco. Abbiamo attraversato indenni la moda delle lattine per poi passare al periodo nero delle birre da 66cl, aperte nei modi più improbabili. Solo mia madre sa quante chiavi di casa posso aver rotto.
Mai una sola birra, sempre almeno tre e sopratutto sempre in compagnia.
Mai soli e mai soltanto gli stessi discorsi. I temi forse erano sempre gli stessi, cioè il tema eravamo noi nelle nostre declinazioni.
Noi e le ragazze, noi e il calcio, noi e la vita, noi e la paura.
Noi ora non andiamo più al parco, ma siamo sempre noi.
Senza felpe e sacchetti di plastica, giocheremmo per ore senza fermarci, con la pioggia e con il sole. Ne sono certo, ne sono quasi certo. Prenderemmo per seri i calci negli stinchi e le spallate, ci manderemmo a "fare in culo" perchè "sei una testa di cazzo", ma potremmo anche star seduti e dire le stesse cose di ieri. Con le stesse birre e gli stessi sguardi persi dietro a un autobus che passa, a qualche culo o alle foglie che cadono. Perchè oggi son quasi trenta e ieri eran venti, ma la trama è sempre quella.
Noi e le ragazze, noi e il calcio, noi e i pochi soldi, noi e la vita, noi e la paura.
Perchè noi non saremo mai quelli che entrano nei libri di storia o trovano posto negli scaffali delle librerie. Quelli che quando c'è una festa sono gli ultimi ad essere invitati ma anche gli ultimi ad uscire. Siamo ancora quelli che si commuovono per un regalo, una canzone o una coppa alzata.
Abbiamo ancora qualche sogno nel cassetto, sotto qualche paio di calzini spaiati che han sostituito il Guerin Sportivo e i giornaletti porno di ieri.
Magari non avremo più nessuna panchina sotto il culo per dirci le nostre cose, non vedremo più i nostri consigli o dubbi o sbadigli farsi nuvole per il freddo o l'umidità, però quelle parole le abbiamo dentro e forse in qualche modo usciranno fuori insieme alla nostra anima.
Quando non lo so, il come nemmeno ma forse conosco il posto.
Non saranno le guerre o le malattie, non saranno nemmeno le ansie o le minacce.
Saremo sempre noi e le ragazze, noi e il calcio, noi e i pochi soldi, noi e la vita.
Noi e la paura.
La focaccia non era sempre buona, anzi spesso non lo era. Dipendeva dal panettiere, dalla strada che la nonna aveva fatto per arrivare a scuola, ma secondo me spesso e volentieri, anche dal tempo. Poco importa la focaccia o il succo di frutta ed il thè freddo. Bere e mangiare è sempre stato marginale a quei tempi, per noi.
Togliere la felpa era la prima cosa importante di quelle giornate, la seconda era prendere il pallone dal sacchetto di plastica. La terza, il goal.
Noi abbiamo continuato a trovarci al parco, nel dopo nulla che attingeva dalla fantasia il motivo per non stare a letto tutto il pomeriggio.
La pizza e le patatine erano importanti soltanto per accompagnare la birra.
Le birre venivano prese al supermercato di fronte al parco. Abbiamo attraversato indenni la moda delle lattine per poi passare al periodo nero delle birre da 66cl, aperte nei modi più improbabili. Solo mia madre sa quante chiavi di casa posso aver rotto.
Mai una sola birra, sempre almeno tre e sopratutto sempre in compagnia.
Mai soli e mai soltanto gli stessi discorsi. I temi forse erano sempre gli stessi, cioè il tema eravamo noi nelle nostre declinazioni.
Noi e le ragazze, noi e il calcio, noi e la vita, noi e la paura.
Noi ora non andiamo più al parco, ma siamo sempre noi.
Senza felpe e sacchetti di plastica, giocheremmo per ore senza fermarci, con la pioggia e con il sole. Ne sono certo, ne sono quasi certo. Prenderemmo per seri i calci negli stinchi e le spallate, ci manderemmo a "fare in culo" perchè "sei una testa di cazzo", ma potremmo anche star seduti e dire le stesse cose di ieri. Con le stesse birre e gli stessi sguardi persi dietro a un autobus che passa, a qualche culo o alle foglie che cadono. Perchè oggi son quasi trenta e ieri eran venti, ma la trama è sempre quella.
Noi e le ragazze, noi e il calcio, noi e i pochi soldi, noi e la vita, noi e la paura.
Perchè noi non saremo mai quelli che entrano nei libri di storia o trovano posto negli scaffali delle librerie. Quelli che quando c'è una festa sono gli ultimi ad essere invitati ma anche gli ultimi ad uscire. Siamo ancora quelli che si commuovono per un regalo, una canzone o una coppa alzata.
Abbiamo ancora qualche sogno nel cassetto, sotto qualche paio di calzini spaiati che han sostituito il Guerin Sportivo e i giornaletti porno di ieri.
Magari non avremo più nessuna panchina sotto il culo per dirci le nostre cose, non vedremo più i nostri consigli o dubbi o sbadigli farsi nuvole per il freddo o l'umidità, però quelle parole le abbiamo dentro e forse in qualche modo usciranno fuori insieme alla nostra anima.
Quando non lo so, il come nemmeno ma forse conosco il posto.
Non saranno le guerre o le malattie, non saranno nemmeno le ansie o le minacce.
Saremo sempre noi e le ragazze, noi e il calcio, noi e i pochi soldi, noi e la vita.
Noi e la paura.
martedì, dicembre 14, 2010
Nella stanza al buio.
Le luci colorate nella notte sono belle.
Le luci colorate illuminano l'anima, la stanza vuota. Il buio in cui siamo immersi ha confini immensi e spazi interminabili.
Le luci colorate sono belle soltanto perchè intorno non c'è nulla. Nemmeno il ricordo di un tempo andato o il sapore di momenti senza storia.
Intanto il Natale arriva con il carico di sorrisi e finti auguri, carte colorate e occhi luccicanti.
Ma le luci colorate le riconosci soltanto al buio, quando tutto intorno non ha senso.
Di giorno o immerse in vetrine luccicanti non hanno gioia, non hanno luce, non ti danno profondità. Con il Natale sempre più vicino, la camicia inamidata e la candela per il desiderio inespresso nell'anno vecchio stretta in mano andiamo a passi lenti sulla strada senza sapere dove ci fermeremo a pensare o a guardare i bambini giocare.
Fermo nella stanza buia penso ai movimenti che farei.
Pezzi di cartone bruciano nel camino, come vorrei tornare bambino almeno per una sera e guardare la finestra che dava sull'orto, così piccolo da sembrarmi immenso.
Fuori buio, la mia immagine riflessa sul vetro. Occhio per occhio e tutto era mio anche il buio. Chissà cosa ci sarebbe stato il giorno dopo, ma quella sera, forse solo per quella notte, avrei visto le luminarie accese come scie della speranza.
Le luci colorate disegnano immagini senza senso, come azioni quotidiane. La fiducia che si ha nelle cose, invece, fa immaginare disegni irrealizzabili.
Il Natale quando arriva cancella i brutti propositi portando i lumi della speranza in lunghe processioni, dentro Chiese piene di credenti e finti santi.
Le luci colorate che non illuminano la stanza, mi danno un segno di riconoscimento, un punto lontano, un segno sfuocato. Posso arrivare fin là.
Poco importa se lontano sento bombe a mano scoppiare o se non azzecco una cinquina da quattro anni. Sono solo le apparenze, ciò che è certo è che le luci colorate nella notte sono belle.
Le luci colorate illuminano l'anima, la stanza vuota. Il buio in cui siamo immersi ha confini immensi e spazi interminabili.
Le luci colorate sono belle soltanto perchè intorno non c'è nulla. Nemmeno il ricordo di un tempo andato o il sapore di momenti senza storia.
Intanto il Natale arriva con il carico di sorrisi e finti auguri, carte colorate e occhi luccicanti.
Ma le luci colorate le riconosci soltanto al buio, quando tutto intorno non ha senso.
Di giorno o immerse in vetrine luccicanti non hanno gioia, non hanno luce, non ti danno profondità. Con il Natale sempre più vicino, la camicia inamidata e la candela per il desiderio inespresso nell'anno vecchio stretta in mano andiamo a passi lenti sulla strada senza sapere dove ci fermeremo a pensare o a guardare i bambini giocare.
Fermo nella stanza buia penso ai movimenti che farei.
Pezzi di cartone bruciano nel camino, come vorrei tornare bambino almeno per una sera e guardare la finestra che dava sull'orto, così piccolo da sembrarmi immenso.
Fuori buio, la mia immagine riflessa sul vetro. Occhio per occhio e tutto era mio anche il buio. Chissà cosa ci sarebbe stato il giorno dopo, ma quella sera, forse solo per quella notte, avrei visto le luminarie accese come scie della speranza.
Le luci colorate disegnano immagini senza senso, come azioni quotidiane. La fiducia che si ha nelle cose, invece, fa immaginare disegni irrealizzabili.
Il Natale quando arriva cancella i brutti propositi portando i lumi della speranza in lunghe processioni, dentro Chiese piene di credenti e finti santi.
Le luci colorate che non illuminano la stanza, mi danno un segno di riconoscimento, un punto lontano, un segno sfuocato. Posso arrivare fin là.
Poco importa se lontano sento bombe a mano scoppiare o se non azzecco una cinquina da quattro anni. Sono solo le apparenze, ciò che è certo è che le luci colorate nella notte sono belle.
mercoledì, dicembre 08, 2010
La terra trema
Se un farfalla batte le ali a Milano può scatenare un terremoto in Brianza.
E' lo scaturire sano della concatenazione degli eventi.
Per questo oggi pomeriggio mi sono fatto la barba, per causare delle conseguenze.
Non tanto sulla mia epidermide o sul mio look, anche se perdere 5 anni con alcuni sapienti colpi di lametta è una gran soddisfazione. In periodo di ritocchi e silicone poi ancora di più.
Mi sono favorevolmente accorto che la terra trema, eccome.
Basta pensare a cosa possa generare un giornalista che pubblica notizie scottanti su un sito. Tutta la polizia mondiale che si mette alla caccia di uno che si è rifiutato di scopare col preservativo.
Ora siamo tutti sotto controllo.
Così penso che Benedetto XVI ha detto che in alcuni casi l'uso del preservativo è accettabile e penso anche che ogni tanto stare zitti sarebbe utile. A meno che non si riferisse al giornalista in questione. Allora la terra trema davvero e non solo per un preservativo rotto.
Così mi sono deciso a usare anche il dopobarba pensando a come metterlo in faccia.
Parto dal mento o dalle guance? Mi schiaffeggio o massaggio?
Ora penso che tutto sia importante, anche come mi gratto il pacco o come allaccio le scarpe.
Come mi metto le mutande. E se non le mettessi proprio?
Tutto così fondamentale. Da come mi sono messo il dopo barba ho appreso che ho generato l'ennesima caccia alle streghe in un paese Grande Fratello dipendente. L'ennesimo maghrebino accusato di esser colpevole di un qualcosa che non ha fatto. L'ennesimo rincorrere di telecamere e la presa per il culo della dignità. Tutto tremava dandomi il voltastomaco, come essere sul Bruco Verde avendo mangiato una scatola di MonCheri.
Ho deciso allora di togliere il dopo barba, ma mi sono fatto assalire dal dubbio. Mi lavo la faccia o lo levo energicamente sfregandomi con un asciugamano? L'ansia da prestazione mi assale e decido prima di bere un bicchiere d'acqua. Freddo o temperatura ambiente? Anche qui però trema tutto perchè a breve anche quest'acqua che penso essere di tutti potrebbe essere privatizzata. Però non posso sempre bere birra. La mia birra.
Decido per il sorso d'acqua fredda e per l'asciugamano.
Mi guardo un attimo intorno, non è successo niente. Allora lo sguardo mi va sulla prima pagina di un giornale quotidiano nazionale. Manca poco al 14 dicembre, nemmeno fosse il mio compleanno o il tuo Natale, ma tutti lo attendono con ansia e frenesia. Fiducia o sfiducia, la terra non trema, ma la credibilità di qualcuno sì.
Troppi interessi forse, la farfalla non riuscirà a far granchè in questo caso. Leggo che un voto, un Sì o un NO, viene valutato intorno ai 500mila euro e allora penso a mio nonno e al culo che s'è fatto per non guadagnare mai quei soldi. Soldi sporchi come le mani che li prenderanno.
A questo punto mi sono stancato ed ho pensato che una bella cagata avrebbe causato un terromoto, un'inondazione o altro sul Parlamento. Magari tra qualche giorno...Mi sono concentrato bene e fatto coraggio. Ora aspetto il lento susseguirsi delle conseguenze.
Non posso farci niente, I'm a dreamer but I'm not the only one.
E' lo scaturire sano della concatenazione degli eventi.
Per questo oggi pomeriggio mi sono fatto la barba, per causare delle conseguenze.
Non tanto sulla mia epidermide o sul mio look, anche se perdere 5 anni con alcuni sapienti colpi di lametta è una gran soddisfazione. In periodo di ritocchi e silicone poi ancora di più.
Mi sono favorevolmente accorto che la terra trema, eccome.
Basta pensare a cosa possa generare un giornalista che pubblica notizie scottanti su un sito. Tutta la polizia mondiale che si mette alla caccia di uno che si è rifiutato di scopare col preservativo.
Ora siamo tutti sotto controllo.
Così penso che Benedetto XVI ha detto che in alcuni casi l'uso del preservativo è accettabile e penso anche che ogni tanto stare zitti sarebbe utile. A meno che non si riferisse al giornalista in questione. Allora la terra trema davvero e non solo per un preservativo rotto.
Così mi sono deciso a usare anche il dopobarba pensando a come metterlo in faccia.
Parto dal mento o dalle guance? Mi schiaffeggio o massaggio?
Ora penso che tutto sia importante, anche come mi gratto il pacco o come allaccio le scarpe.
Come mi metto le mutande. E se non le mettessi proprio?
Tutto così fondamentale. Da come mi sono messo il dopo barba ho appreso che ho generato l'ennesima caccia alle streghe in un paese Grande Fratello dipendente. L'ennesimo maghrebino accusato di esser colpevole di un qualcosa che non ha fatto. L'ennesimo rincorrere di telecamere e la presa per il culo della dignità. Tutto tremava dandomi il voltastomaco, come essere sul Bruco Verde avendo mangiato una scatola di MonCheri.
Ho deciso allora di togliere il dopo barba, ma mi sono fatto assalire dal dubbio. Mi lavo la faccia o lo levo energicamente sfregandomi con un asciugamano? L'ansia da prestazione mi assale e decido prima di bere un bicchiere d'acqua. Freddo o temperatura ambiente? Anche qui però trema tutto perchè a breve anche quest'acqua che penso essere di tutti potrebbe essere privatizzata. Però non posso sempre bere birra. La mia birra.
Decido per il sorso d'acqua fredda e per l'asciugamano.
Mi guardo un attimo intorno, non è successo niente. Allora lo sguardo mi va sulla prima pagina di un giornale quotidiano nazionale. Manca poco al 14 dicembre, nemmeno fosse il mio compleanno o il tuo Natale, ma tutti lo attendono con ansia e frenesia. Fiducia o sfiducia, la terra non trema, ma la credibilità di qualcuno sì.
Troppi interessi forse, la farfalla non riuscirà a far granchè in questo caso. Leggo che un voto, un Sì o un NO, viene valutato intorno ai 500mila euro e allora penso a mio nonno e al culo che s'è fatto per non guadagnare mai quei soldi. Soldi sporchi come le mani che li prenderanno.
A questo punto mi sono stancato ed ho pensato che una bella cagata avrebbe causato un terromoto, un'inondazione o altro sul Parlamento. Magari tra qualche giorno...Mi sono concentrato bene e fatto coraggio. Ora aspetto il lento susseguirsi delle conseguenze.
Non posso farci niente, I'm a dreamer but I'm not the only one.
mercoledì, dicembre 01, 2010
La finestra
Da casa mia si vedeva un bel tramonto.
Addirittura vedevo il Duomo e la Madonnina che ammiccava maliziosa.
Da casa mia si vedeva...poi hanno costruito palazzi.
Da casa mia non si vede più niente.
All'inizio avevo paura. Ero triste e avevo paura.
Poi mi sono abituato. Equilibrio forse.
Si deve sempre cercare il giusto equilibrio.
Oppure ho imparato a capire che non mi devo interessare alle apparenze
ed ho imparato a osservare ciò che voglio.
Ora che vivo a piano terra tengo le finestre sempre chiuse.
Non vedrei nulla di bello se le tenessi aperte ed ho imparato a guardare
lontano. Oltre il mio naso, senza fermarmi all'apparenza.
Poco oltre al cartello luminoso con la scritta FANCULO.
Addirittura vedevo il Duomo e la Madonnina che ammiccava maliziosa.
Da casa mia si vedeva...poi hanno costruito palazzi.
Da casa mia non si vede più niente.
All'inizio avevo paura. Ero triste e avevo paura.
Poi mi sono abituato. Equilibrio forse.
Si deve sempre cercare il giusto equilibrio.
Oppure ho imparato a capire che non mi devo interessare alle apparenze
ed ho imparato a osservare ciò che voglio.
Ora che vivo a piano terra tengo le finestre sempre chiuse.
Non vedrei nulla di bello se le tenessi aperte ed ho imparato a guardare
lontano. Oltre il mio naso, senza fermarmi all'apparenza.
Poco oltre al cartello luminoso con la scritta FANCULO.
lunedì, novembre 29, 2010
Cercherò su di me
Cercherò su di me quelle risposte non date. Che non mi vengono date.
Partendo dai piedi proverò a capire i passi fatti, le circonvallazioni percorse dietro a locali o parlando coi conducenti. Dalle unghie rotte sui campi di periferia, per capire cosa mi resta di un sogno iniziato a sei anni, con un pallone e poche speranze.
Non sono belli, ma sono tutta la strada che ho fatto. Sono tutta la strada che sono riuscito a fare, senza precauzioni o passaggi filtrati da amici preoccupati.
La scia lasciata dalle mie camminate non è sempre dritta e lascia sempre il dubbio vivo nella mente, che io non sappia mai dove andare. Ma la parola MAI ha un peso troppo grande.
Cercherò su di me quei segni non avuti.
Salendo sino alle ginocchia che ormai cadono a pezzi. Articolazioni arrugginite in poco tempo, cariche del peso del corpo, delle botte e delle sere saltate per arrivare prima al giorno dopo.
Mi direbbero di operazioni andate a buon fine, mi accuserebbero di continuare a provarci anche con un ginocchio senza un legamento. Non saprei che rispondergli se non che quando vuoi il dolore non lo senti. Quando vuoi.
Cercherò su di me le cicatrici lasciate da altri su altri corpi. Perchè in fondo si vive anche sulle vite costruite da chi non sei tu.
Chiedendo a un fegato di buttare fuori la bile e tornare ad incazzarsi come prima. Come quando fuori piove. Le cene in ristoranti improbabili passate e dirsi quanto non può essere così, ieri come oggi, prima come dopo.
Chiedendo a un cuore di pompare sempre di più, perchè quando vuoi sai buttarlo oltre quelle mura con cui ti opprimi la mente. Anche se sai che non hai qualità, ma riesci a simularle. In altre forme, in altri colori, con la stessa resa.
Cercherò su di me la voglia di andare oltre il padrone, il padronato e la commozione.
Chiedendo alle mia braccia, alla mia schiena e al mio petto di farsi forza e tirare su il palazzo che è nella mia testa, chiuso tra schizzi di inchiostro, ricordi e qualche idea.
Anche quando la stanchezza ti fa dire "chi me lo fa fare" o per scaricare tensioni prendendo a bottigliate i fantasmi nella testa.
Cercherò su di me pezzi di altre persone, di cose che non ho vissuto, di storie che non ho scritto.
Chiedendo ai miei occhi di vedere un pò più in là, oltre ai miei piedi e al mio io. Oltre alla strada illuminata dal lampione. Cancellando l'egocentrismo indotto che ha una causa ma non dà nessun beneficio.
Portando i miei occhi a piangere ogni volta che lo ritengo opportuno, senza vergogna degli altri occhi che potrebbero giudicare. Voglio vedere tutto e quello che non posso vedere, voglio immaginarlo, leggerlo, scriverlo. Anche tenendoli chiusi.
Cercherò su di me. Punto.
Chiedendo alla mi testa di essere meno schierata e al mio pensiero di essere meno presente. Perdendomi in discorsi fatti in serate sbagliate, camminando all'indietro o correndo sul posto.
Girando le parole si possono cambiare i significati e allo stesso tempo non dire nulla. Anche senza stare in silenzio. Forse mi sono soltanto perso in un labirinto con troppe vie d'uscita, come un giro di chitarra in un pezzo che dal country sfocia in una ballata rock.
Cercherò su di me, già.
Partendo dai piedi proverò a capire i passi fatti, le circonvallazioni percorse dietro a locali o parlando coi conducenti. Dalle unghie rotte sui campi di periferia, per capire cosa mi resta di un sogno iniziato a sei anni, con un pallone e poche speranze.
Non sono belli, ma sono tutta la strada che ho fatto. Sono tutta la strada che sono riuscito a fare, senza precauzioni o passaggi filtrati da amici preoccupati.
La scia lasciata dalle mie camminate non è sempre dritta e lascia sempre il dubbio vivo nella mente, che io non sappia mai dove andare. Ma la parola MAI ha un peso troppo grande.
Cercherò su di me quei segni non avuti.
Salendo sino alle ginocchia che ormai cadono a pezzi. Articolazioni arrugginite in poco tempo, cariche del peso del corpo, delle botte e delle sere saltate per arrivare prima al giorno dopo.
Mi direbbero di operazioni andate a buon fine, mi accuserebbero di continuare a provarci anche con un ginocchio senza un legamento. Non saprei che rispondergli se non che quando vuoi il dolore non lo senti. Quando vuoi.
Cercherò su di me le cicatrici lasciate da altri su altri corpi. Perchè in fondo si vive anche sulle vite costruite da chi non sei tu.
Chiedendo a un fegato di buttare fuori la bile e tornare ad incazzarsi come prima. Come quando fuori piove. Le cene in ristoranti improbabili passate e dirsi quanto non può essere così, ieri come oggi, prima come dopo.
Chiedendo a un cuore di pompare sempre di più, perchè quando vuoi sai buttarlo oltre quelle mura con cui ti opprimi la mente. Anche se sai che non hai qualità, ma riesci a simularle. In altre forme, in altri colori, con la stessa resa.
Cercherò su di me la voglia di andare oltre il padrone, il padronato e la commozione.
Chiedendo alle mia braccia, alla mia schiena e al mio petto di farsi forza e tirare su il palazzo che è nella mia testa, chiuso tra schizzi di inchiostro, ricordi e qualche idea.
Anche quando la stanchezza ti fa dire "chi me lo fa fare" o per scaricare tensioni prendendo a bottigliate i fantasmi nella testa.
Cercherò su di me pezzi di altre persone, di cose che non ho vissuto, di storie che non ho scritto.
Chiedendo ai miei occhi di vedere un pò più in là, oltre ai miei piedi e al mio io. Oltre alla strada illuminata dal lampione. Cancellando l'egocentrismo indotto che ha una causa ma non dà nessun beneficio.
Portando i miei occhi a piangere ogni volta che lo ritengo opportuno, senza vergogna degli altri occhi che potrebbero giudicare. Voglio vedere tutto e quello che non posso vedere, voglio immaginarlo, leggerlo, scriverlo. Anche tenendoli chiusi.
Cercherò su di me. Punto.
Chiedendo alla mi testa di essere meno schierata e al mio pensiero di essere meno presente. Perdendomi in discorsi fatti in serate sbagliate, camminando all'indietro o correndo sul posto.
Girando le parole si possono cambiare i significati e allo stesso tempo non dire nulla. Anche senza stare in silenzio. Forse mi sono soltanto perso in un labirinto con troppe vie d'uscita, come un giro di chitarra in un pezzo che dal country sfocia in una ballata rock.
Cercherò su di me, già.
martedì, novembre 23, 2010
Ho ruttato a metà il nome di D**
Tra una cosa e l'altra c'è modo di vedere quello che non c'è.
Così è per questo che ti credi finito, ti senti sfinito e guardi l'infinito.
Credo che avrei potuto fare una fine migliore ma sarei dovuto partire da un inizio migliore.
Credo che le cose vadano in maniera direttamente proporzionale nella maggior parte della cose. Quelle in cui non va così non voglio nemmeno immaginarle.
Credo che se riuscissi a credere un pò di più in quello che non c'è avrei più fiducia in Dio e anche in me stesso. Nessun accostamento sia chiaro, io bevo, bestemmio e non ho santi in Paradiso.
Se guardo attentamente nella cesta delle cose sporche, oltre a calze spaiate e mutande ben educate, trovo anche anni di corse dietro al niente fatte solo per il gusto di avere il fiatone alla fine, di essersi spinti un pò più in là.
Credo a quella volta in cui mi sono tirato indietro perchè volevo farlo e basta.
Credo a tutti i treni che ho lasciato passare fissando gli occhi di quelli affacciati al finestrino. Se solo mi fossi impegnato di più ora potrei guidarlo io quel treno, ma visto il mio successo con la guida meglio lasciar perdere.
Credo che forse dovrei smetterla di credere anche a queste cose o al poco che credo.
Credo di non ricordare più dov'è quel posto che pensavo fosse definitivo.
Sono convinto che credere e pensare non abbiano motivo di essere accostabili. Due linee che si inseguono all'infinito e si incontrano solo quando l'occhio non arriva più a distinguer l'orizzonte. Perchè anche l'occhio vuole la sua parte.
Credo di ritenere interessante l'immagine di me, con tutti i pregiudizi che ho verso i ragazzi come me. Fintamente appartenenti a qualcosa o a qualcuno.
Credo di parlare a caso il più delle volte e che non sempre vengo ascoltato quando parlo veramente, dopotutto l'unica favola cui ho sempre creduto è quella di Pierino e il lupo.
Nel frigorifero ho tutto quello di cui posso aver bisogno. Birre, vino, carne ossa e altri parti una volta in vita. Scatolette, idee e qualche sguardo furtivo cui non posso dare seguito.
Credo nelle passeggiate senza meta, a una vita senza metà e alla mela tagliata a metà che si unisce ad altra metà. Di colore e gusto diverso, a volte opposto.
Credo nel guardare fuori dalla finestra per vedere il mondo stando fermi e nell'osservare uno schermo diviso a quadratini e non capirci un cazzo.
Credo in ore passate a raccontarsi il passato per vedere il futuro, passando in mezzo al presente. Coniugando tutto nel modo perfetto, sbagliando solo la punteggiatura.
Credo nei figli delle regine e nei figli di puttana, unendola spesso nella stessa figura di donna.
Credo che abbiate perso tempo oggi a leggere queste cose, ma ovviamente dovreste essere arrivati sino in fondo.
Così è per questo che ti credi finito, ti senti sfinito e guardi l'infinito.
Credo che avrei potuto fare una fine migliore ma sarei dovuto partire da un inizio migliore.
Credo che le cose vadano in maniera direttamente proporzionale nella maggior parte della cose. Quelle in cui non va così non voglio nemmeno immaginarle.
Credo che se riuscissi a credere un pò di più in quello che non c'è avrei più fiducia in Dio e anche in me stesso. Nessun accostamento sia chiaro, io bevo, bestemmio e non ho santi in Paradiso.
Se guardo attentamente nella cesta delle cose sporche, oltre a calze spaiate e mutande ben educate, trovo anche anni di corse dietro al niente fatte solo per il gusto di avere il fiatone alla fine, di essersi spinti un pò più in là.
Credo a quella volta in cui mi sono tirato indietro perchè volevo farlo e basta.
Credo a tutti i treni che ho lasciato passare fissando gli occhi di quelli affacciati al finestrino. Se solo mi fossi impegnato di più ora potrei guidarlo io quel treno, ma visto il mio successo con la guida meglio lasciar perdere.
Credo che forse dovrei smetterla di credere anche a queste cose o al poco che credo.
Credo di non ricordare più dov'è quel posto che pensavo fosse definitivo.
Sono convinto che credere e pensare non abbiano motivo di essere accostabili. Due linee che si inseguono all'infinito e si incontrano solo quando l'occhio non arriva più a distinguer l'orizzonte. Perchè anche l'occhio vuole la sua parte.
Credo di ritenere interessante l'immagine di me, con tutti i pregiudizi che ho verso i ragazzi come me. Fintamente appartenenti a qualcosa o a qualcuno.
Credo di parlare a caso il più delle volte e che non sempre vengo ascoltato quando parlo veramente, dopotutto l'unica favola cui ho sempre creduto è quella di Pierino e il lupo.
Nel frigorifero ho tutto quello di cui posso aver bisogno. Birre, vino, carne ossa e altri parti una volta in vita. Scatolette, idee e qualche sguardo furtivo cui non posso dare seguito.
Credo nelle passeggiate senza meta, a una vita senza metà e alla mela tagliata a metà che si unisce ad altra metà. Di colore e gusto diverso, a volte opposto.
Credo nel guardare fuori dalla finestra per vedere il mondo stando fermi e nell'osservare uno schermo diviso a quadratini e non capirci un cazzo.
Credo in ore passate a raccontarsi il passato per vedere il futuro, passando in mezzo al presente. Coniugando tutto nel modo perfetto, sbagliando solo la punteggiatura.
Credo nei figli delle regine e nei figli di puttana, unendola spesso nella stessa figura di donna.
Credo che abbiate perso tempo oggi a leggere queste cose, ma ovviamente dovreste essere arrivati sino in fondo.
mercoledì, novembre 17, 2010
Senza vetro
Il più bel mare della mia vita. Aprendo la finestra di quella che era camera mia, anche se ad ore e per pochi giorni, potevo vederlo.
In lontananza. Non ho mai più visto un mare come quello, nemmeno all'alba, nemmeno in giorni di pioggia o di calma apparente. Credo di essermelo meritato e basta, ma non so il perchè, sono passati troppi anni oramai.
La calma data dalle prime luci di un mattino nato presto, dalle ceneri della sera prima, senza esser passato nel letto di nessuno, col cuscino ancora intatto dal passaggio della donna delle pulizie. Chi l'ha detto che alle 6 meno venti del mattino il caffè sia meglio di una birra fredda?
E' solo questione di abitudine.
Una stanza non mia, un letto non mio, una finestra non mia. Amici a condividere gli odori.
Però ciò che è intorno è anche mio, partendo dall'aria che respiro sino al mare, con tutto quello che ci sta in mezzo. Fino al mare appunto.
Perchè tutto il Mondo sia meritevole di essere, senza necessità o aiuti.
Quella calma piatta del mare d'inverno, anche se è Agosto e il sole comincia a dare cenni di esserci, educatamente ma con insistenza.
Guardare fermi fuori dalla finestra, una leggera brezza per restare svegli, sullo sfondo qualcuno che russa, altri stanno decidendo se dormire o restare vigili ad attendere il sole.
Un sorso di birra per calcolare la lunghezza del pensiero, per sentire quanto tempo serve per esser là, in mezzo al mare. Il mio fiato ha l'aroma della birra bevuta in serata, ma fa lo stesso una piccola nuvola quando fuoriesce dalla bocca, forse per il freddo forse per l'umidità.
Da piccolo mi piaceva pensare che quelle nuvolette fossero le parole, il peso delle parole, di un "ciao" o di "stai, ti prego".
Anche il respiro è meno affannato di quanto potessi pensare.
Dalla finestra vedo il mare piatto e il cielo calmo e mi rilasso pensando che forse un giorno anche io sarò così. Insieme sembrano perdersi nell'infinito sino a un punto in cui non arriverò mai nemmeno ad occhi chiusi.
La linea che divide il cielo e il mare non è mai stata così netta come in quella mattina.
In quel momento avrei voluto piangere credendo di poter scrivere di tutto senza sapere niente.
In lontananza. Non ho mai più visto un mare come quello, nemmeno all'alba, nemmeno in giorni di pioggia o di calma apparente. Credo di essermelo meritato e basta, ma non so il perchè, sono passati troppi anni oramai.
La calma data dalle prime luci di un mattino nato presto, dalle ceneri della sera prima, senza esser passato nel letto di nessuno, col cuscino ancora intatto dal passaggio della donna delle pulizie. Chi l'ha detto che alle 6 meno venti del mattino il caffè sia meglio di una birra fredda?
E' solo questione di abitudine.
Una stanza non mia, un letto non mio, una finestra non mia. Amici a condividere gli odori.
Però ciò che è intorno è anche mio, partendo dall'aria che respiro sino al mare, con tutto quello che ci sta in mezzo. Fino al mare appunto.
Perchè tutto il Mondo sia meritevole di essere, senza necessità o aiuti.
Quella calma piatta del mare d'inverno, anche se è Agosto e il sole comincia a dare cenni di esserci, educatamente ma con insistenza.
Guardare fermi fuori dalla finestra, una leggera brezza per restare svegli, sullo sfondo qualcuno che russa, altri stanno decidendo se dormire o restare vigili ad attendere il sole.
Un sorso di birra per calcolare la lunghezza del pensiero, per sentire quanto tempo serve per esser là, in mezzo al mare. Il mio fiato ha l'aroma della birra bevuta in serata, ma fa lo stesso una piccola nuvola quando fuoriesce dalla bocca, forse per il freddo forse per l'umidità.
Da piccolo mi piaceva pensare che quelle nuvolette fossero le parole, il peso delle parole, di un "ciao" o di "stai, ti prego".
Anche il respiro è meno affannato di quanto potessi pensare.
Dalla finestra vedo il mare piatto e il cielo calmo e mi rilasso pensando che forse un giorno anche io sarò così. Insieme sembrano perdersi nell'infinito sino a un punto in cui non arriverò mai nemmeno ad occhi chiusi.
La linea che divide il cielo e il mare non è mai stata così netta come in quella mattina.
In quel momento avrei voluto piangere credendo di poter scrivere di tutto senza sapere niente.
venerdì, novembre 12, 2010
Il ritmo è sempre lo stesso
Vorrei che il Natale quest’anno fosse caldo. Senza giri di parole e sorrisi di circostanza, senza mezze misure. Però caldo. Perché caldo non vuol dire soltanto calore temporale, sole o mare o tutto ciò che ci sta attorno. No, di quello non mi frega niente.
Lo voglio caldo come il letto quando mi svegliavo da bambino.
Voglio togliermi il pensiero di domani, di quando guardi il cielo e non ci senti niente, se non il clacson delle macchine o la suoneria dei cellulari.
Cielo grigio chiama amore infame. Risponde il niente.
Lunghi giri di ritorni e andate senza ritorni e ritorni dal niente, nel vortice complesso di un completamento lento. La quotidianità, il parente, il viso amico, lo specchio.
Dove sono quando guardo fuori dal finestrino? Ora mi sono perso in queste strade, cerco la scia di qualche tram, ma non riconosco nessun volto.
Forse un guidatore, a volte un passante distratto, ma nessuno riconosce me.
Attimo di smarrimento, mi rimetto in ordine. E’ Natale. Voglio il caldo.
In lontananza vedo dei vecchi avvicinarsi, l’ombra curva e il passo lento. Sono i miei nonni, sono proprio loro, sono qui per il Natale…più si avvicinano più cresce l’emozione, più si avvicinano più sale la frustrazione. Non possono essere loro, loro sono morti anni fa.
Senza dirmi il motivo, se ne sono andati insieme al calore di cui avevo bisogno.
Eccomi lì, fermo a metà via, da una parte una fermata dei mezzi pubblici che porta chissà dove e dall’altra una coppia di vecchi che non conosco, ma avrei voluto conoscere.
L’indecisione mi porta ad esitare, salgo sopra al primo mezzo disponibile, sguardo basso, rincorro primavere. Guardo fisso dal finestrino, che tengo aperto per rimanere sveglio e non addormentarmi.
Respiro l’aria fredda che schiaffeggia il volto.
In strada accanto ad una rete vedo un padre coi suoi figli intenti a guardare gli aerei che decollano. Quelli che atterrano, quelli fermi. Ricordo quando da bambino andavo al Parco con mio padre e mio nonno, ma non piango, non mi commuovo.
Penso solo alla semplicità delle cose belle, al loro calore.
Scendo e sono in piazza buia di un posto che non so dov’è, cosa sia. Di sicuro non ci sono mai stato, non è casa mia.
Scendo e mi guardo attorno, tutta ha la sua dimensione e sembra continuare a vivere nonostante la mia presenza sia invasiva, fuori luogo.
Tutto ha il suo senso pur con la mia presenza. Ricomincia un vortice nella mia testa.
Non fa caldo, non è Natale, ma io lo voglio caldo lo stesso.
Lo voglio caldo come il letto quando mi svegliavo da bambino.
Voglio togliermi il pensiero di domani, di quando guardi il cielo e non ci senti niente, se non il clacson delle macchine o la suoneria dei cellulari.
Cielo grigio chiama amore infame. Risponde il niente.
Lunghi giri di ritorni e andate senza ritorni e ritorni dal niente, nel vortice complesso di un completamento lento. La quotidianità, il parente, il viso amico, lo specchio.
Dove sono quando guardo fuori dal finestrino? Ora mi sono perso in queste strade, cerco la scia di qualche tram, ma non riconosco nessun volto.
Forse un guidatore, a volte un passante distratto, ma nessuno riconosce me.
Attimo di smarrimento, mi rimetto in ordine. E’ Natale. Voglio il caldo.
In lontananza vedo dei vecchi avvicinarsi, l’ombra curva e il passo lento. Sono i miei nonni, sono proprio loro, sono qui per il Natale…più si avvicinano più cresce l’emozione, più si avvicinano più sale la frustrazione. Non possono essere loro, loro sono morti anni fa.
Senza dirmi il motivo, se ne sono andati insieme al calore di cui avevo bisogno.
Eccomi lì, fermo a metà via, da una parte una fermata dei mezzi pubblici che porta chissà dove e dall’altra una coppia di vecchi che non conosco, ma avrei voluto conoscere.
L’indecisione mi porta ad esitare, salgo sopra al primo mezzo disponibile, sguardo basso, rincorro primavere. Guardo fisso dal finestrino, che tengo aperto per rimanere sveglio e non addormentarmi.
Respiro l’aria fredda che schiaffeggia il volto.
In strada accanto ad una rete vedo un padre coi suoi figli intenti a guardare gli aerei che decollano. Quelli che atterrano, quelli fermi. Ricordo quando da bambino andavo al Parco con mio padre e mio nonno, ma non piango, non mi commuovo.
Penso solo alla semplicità delle cose belle, al loro calore.
Scendo e sono in piazza buia di un posto che non so dov’è, cosa sia. Di sicuro non ci sono mai stato, non è casa mia.
Scendo e mi guardo attorno, tutta ha la sua dimensione e sembra continuare a vivere nonostante la mia presenza sia invasiva, fuori luogo.
Tutto ha il suo senso pur con la mia presenza. Ricomincia un vortice nella mia testa.
Non fa caldo, non è Natale, ma io lo voglio caldo lo stesso.
giovedì, novembre 11, 2010
La funzione del ricalcolo
E’ la dignità di un vecchio il punto di arrivo. Passando dal passeggino alla sedia a rotelle che accompagnerà i miei ultimi giorni. La saggezza del vecchio come guida nel momento del bisogno avanzando ciecamente verso la conquista di qualcosa, anche di un banalissimo stipendio.
Anni di call center, di copia incolla e fotocopie. Ho perso giorni fondamentali della mia vita ascoltando insistente il rumore di una fotocopiatrice, anni ’90, generazione cresciuta nel vuoto più totale. I giovani italiani che non leggono più, i quotidiani che non vendono più.
La crisi della carta stampata non è data da motivazioni ecologiche, ma culturali.
Generazione ai raggi X, sempre appresso ai mille euro, raggiunti a 28 anni e forse persi molto presto. Mi sembrava che non fosse vero. Tutti questi soldi per me? Ma veramente?
Anni ’90 calcolati ancora in lire, perché oggi per noi tutto vale il doppio.
Dal titolo di studio alla proposta lavorativa.
“Apprendi da apprendista e forse tra qualche anno avrai modo di trovare un posto fisso per arrivare al tuo sogno di pensione”.
Apprendi coglione e sogna la pensione.
Tempo di calcoli per arrivare a fine mese, per la spesa del sabato e la cottura del surgelato, stando attenti a non scontrarsi col carrello pieno, si collezionano gratitudini come quando eravamo bambini con le figurine. Ringrazia chi ti fa lavorare, chi ti dà da mangiare, chi ti fa respirare. Non pensare a chi ti fa emozionare. A cosa è emozione.
Pensa, sogna, vivi, desidera una vita in monodose.
Calcola bene le risposte e i tempi di rimozione forzata dal posto in cui ti trovi, tieni sempre libero il tuo spazio. Facendo bene attenzione a non toccare chi ti sta vicino, senza correre il rischio di conoscerlo.
Perché col tempo si riesce sempre a trovare qualcuno in grado di prendere il tuo posto, il tuo tempo e la tua dimensione. Tempo del ricalcolo, per rivedere la posizione da assumere.
Per decidere se vale la pena andare o se non è meglio tornare indietro, che tanto chi ce lo fa fare di rischiare. Ho già la cena pronta e il letto fatto, un lavoro, una donna e il cane mi corre incontro appena mi vede sul vialetto della mia villa privata.
Apprendo fermo il modo in cui muovermi, osservo il movimento del vento tra le foglie, resto rapito dal suo colore, così forte e così trasparente e resto fermo. Senza cambiare modi e posizioni. Come il Natale che sta arrivando, quello che se n’è andato, quello che stiamo vivendo. Sottosopra. Ricalcolo, stop emozionale. Sono pronto per partire senza sapere dove cazzo andare.
**scritto una sera, qualche tempo fa, forse se ne farà qualcosa altrimenti si darà al gatto
Anni di call center, di copia incolla e fotocopie. Ho perso giorni fondamentali della mia vita ascoltando insistente il rumore di una fotocopiatrice, anni ’90, generazione cresciuta nel vuoto più totale. I giovani italiani che non leggono più, i quotidiani che non vendono più.
La crisi della carta stampata non è data da motivazioni ecologiche, ma culturali.
Generazione ai raggi X, sempre appresso ai mille euro, raggiunti a 28 anni e forse persi molto presto. Mi sembrava che non fosse vero. Tutti questi soldi per me? Ma veramente?
Anni ’90 calcolati ancora in lire, perché oggi per noi tutto vale il doppio.
Dal titolo di studio alla proposta lavorativa.
“Apprendi da apprendista e forse tra qualche anno avrai modo di trovare un posto fisso per arrivare al tuo sogno di pensione”.
Apprendi coglione e sogna la pensione.
Tempo di calcoli per arrivare a fine mese, per la spesa del sabato e la cottura del surgelato, stando attenti a non scontrarsi col carrello pieno, si collezionano gratitudini come quando eravamo bambini con le figurine. Ringrazia chi ti fa lavorare, chi ti dà da mangiare, chi ti fa respirare. Non pensare a chi ti fa emozionare. A cosa è emozione.
Pensa, sogna, vivi, desidera una vita in monodose.
Calcola bene le risposte e i tempi di rimozione forzata dal posto in cui ti trovi, tieni sempre libero il tuo spazio. Facendo bene attenzione a non toccare chi ti sta vicino, senza correre il rischio di conoscerlo.
Perché col tempo si riesce sempre a trovare qualcuno in grado di prendere il tuo posto, il tuo tempo e la tua dimensione. Tempo del ricalcolo, per rivedere la posizione da assumere.
Per decidere se vale la pena andare o se non è meglio tornare indietro, che tanto chi ce lo fa fare di rischiare. Ho già la cena pronta e il letto fatto, un lavoro, una donna e il cane mi corre incontro appena mi vede sul vialetto della mia villa privata.
Apprendo fermo il modo in cui muovermi, osservo il movimento del vento tra le foglie, resto rapito dal suo colore, così forte e così trasparente e resto fermo. Senza cambiare modi e posizioni. Come il Natale che sta arrivando, quello che se n’è andato, quello che stiamo vivendo. Sottosopra. Ricalcolo, stop emozionale. Sono pronto per partire senza sapere dove cazzo andare.
**scritto una sera, qualche tempo fa, forse se ne farà qualcosa altrimenti si darà al gatto
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