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venerdì, novembre 12, 2010

Il ritmo è sempre lo stesso

Vorrei che il Natale quest’anno fosse caldo. Senza giri di parole e sorrisi di circostanza, senza mezze misure. Però caldo. Perché caldo non vuol dire soltanto calore temporale, sole o mare o tutto ciò che ci sta attorno. No, di quello non mi frega niente.
Lo voglio caldo come il letto quando mi svegliavo da bambino.
Voglio togliermi il pensiero di domani, di quando guardi il cielo e non ci senti niente, se non il clacson delle macchine o la suoneria dei cellulari.
Cielo grigio chiama amore infame. Risponde il niente.
Lunghi giri di ritorni e andate senza ritorni e ritorni dal niente, nel vortice complesso di un completamento lento. La quotidianità, il parente, il viso amico, lo specchio.
Dove sono quando guardo fuori dal finestrino? Ora mi sono perso in queste strade, cerco la scia di qualche tram, ma non riconosco nessun volto.
Forse un guidatore, a volte un passante distratto, ma nessuno riconosce me.
Attimo di smarrimento, mi rimetto in ordine. E’ Natale. Voglio il caldo.
In lontananza vedo dei vecchi avvicinarsi, l’ombra curva e il passo lento. Sono i miei nonni, sono proprio loro, sono qui per il Natale…più si avvicinano più cresce l’emozione, più si avvicinano più sale la frustrazione. Non possono essere loro, loro sono morti anni fa.
Senza dirmi il motivo, se ne sono andati insieme al calore di cui avevo bisogno.
Eccomi lì, fermo a metà via, da una parte una fermata dei mezzi pubblici che porta chissà dove e dall’altra una coppia di vecchi che non conosco, ma avrei voluto conoscere.
L’indecisione mi porta ad esitare, salgo sopra al primo mezzo disponibile, sguardo basso, rincorro primavere. Guardo fisso dal finestrino, che tengo aperto per rimanere sveglio e non addormentarmi.
Respiro l’aria fredda che schiaffeggia il volto.
In strada accanto ad una rete vedo un padre coi suoi figli intenti a guardare gli aerei che decollano. Quelli che atterrano, quelli fermi. Ricordo quando da bambino andavo al Parco con mio padre e mio nonno, ma non piango, non mi commuovo.
Penso solo alla semplicità delle cose belle, al loro calore.
Scendo e sono in piazza buia di un posto che non so dov’è, cosa sia. Di sicuro non ci sono mai stato, non è casa mia.
Scendo e mi guardo attorno, tutta ha la sua dimensione e sembra continuare a vivere nonostante la mia presenza sia invasiva, fuori luogo.
Tutto ha il suo senso pur con la mia presenza. Ricomincia un vortice nella mia testa.
Non fa caldo, non è Natale, ma io lo voglio caldo lo stesso.

4 commenti:

LTfgg ha detto...

Sono senza parole. Mi è scesa una lacrimuccia, perché condivido questo tuo pensiero. La mattina mi sveglio anch'io, salgo in metro e fisso il vuoto, perché non sono in grado si sostenere lo sguardo delle altre persone. Ci pensavo proprio oggi: in giro c'è di tutto. A me piace guardare di sottecchi tutte le stranezze che ti capitano attorno, ma loro di me cosa penseranno? E' così importante? Forse sì. Forse.

krepa ha detto...

forse sì, ma forse anche no.
grazie per la lacrimuccia...

fRa ha detto...

Caro kRePa,
sai che c'è. Che io ti invidio un sacco per come scrivi, ed è la realtà che quando uno invidia un altro per come scrive è indice di grande ammirazione.

Saranno anni che mi dico che vorrei incontrarti, e sicuro sarebbe già capitato se a dividerci non ci sia una strada lunga 1000 km, fra Nichelino e Jambellino.

A presto.
fRa

krepa ha detto...

Caro fRa,
ciò che mi dici spero sia uno scherzo, perchè tra i due quello che scrive davvero sei tu. Proprio per questo però, ti ringrazio e la tua ammirazione mi fa ancora più piacere.

Sono proprio anni che ci diciamo di berci una benedetta birra insieme e la prossima volta che capito a Torino, lo faremo.

Grazie ancora,
S1moN3