Un vestito migliore era tutto ciò che avrebbe dovuto comprare. Per i colloqui di lavoro che non aveva da tempo, per non uscire sempre in mutande ciabatte e calze bucate, per non essere identificato sempre in quelle t-shirt adolescenziali. Lui era nato con la camicia.
Una buona famiglia, una media istruzione, un buon numero di giochi e un pessimo rapporto con le ragazzine. Quanti non sono si rivedono in questa descrizione sono come quelli che dicono di non masturbarsi e hanno gli occhiali da sempre. Ipocriti, come la pioggia.
Aveva talento ma non nel suo contesto, come una tromba in mezzo a un pezzo rock o come chi non sa quale sia il suo contesto e annaspa per trovarlo. Insomma un vestito nuovo, di una foggia consistente, ecco cosa avrebbe dovuto acquistare. Manca poco a Natale e i soldi delle mance dei parenti li butterà tutti da un sarto. Già ma...i nonni sono morti e gli zii son preoccupati a pagare l'affitto ai figli disoccupati. Fanculo il Natale e i suoi sporchi giochi di potere.
Come l'amore anche il Natale è stato creato dagli esperti di marketing che insieme a qualche cocainomane e un paio di grafici hanno montato il teatrino. Vogliamoci comunque bene.
Idee e pensieri sparsi i suoi. Forse un pò da stronzo, ma dopotutto non aveva soldi per un vestito.
Non sa se sia sbagliato ma, sa di aver cambiato sguardo e sorriso. Un pò come un pagliaccio che poi si mette a uccidere i bambini in un film comico dell'orrore.
Graficamente impostava la sua persona su tinte di rosa perchè dentro sè nascondeva uno spirito da Barbie vestita da Betty Boop, filosoficamente immaginava di non dover pensare a niente continuando a pensare che fosse il pensiero migliore, realisticamente attendeva la speranza con la speranza dell'attesa. Capì sin dal primo momento che i soldi avrebbe dovuto procurarseli da solo per il vestito nuovo. C'era da lavorare e prima di tutto c'era da lavorare su sè stessi. Andando a casa pensò alle prime cose che potevano fargli bene in una situazione di "guerra e pace" col mondo.
Per vincere la guerra niente poteva esser meglio di una doccia e due shampoo, magari comprensivi di un bidet e un attendo uso dello spazzolino. Visto quanto si sentiva meglio, decise di sconfiggere la pace con un metodo soft ed emozionante. La barba. Tagliarsi barba e baffi delineando il viso gli toglieva anni e lo faceva sentire rilassato, almeno fino al primo squillo del telefono o al clacson di chissàchi chissàdove.
Finiti i preparativi e deciso a cercare un lavoro, dei soldi, una stabilità e un percorso, si scontrò contro il buio della strada. Già cazzo, nel suo essere sbadato non aveva fatto casa alle variabili futili che regolano e scandiscono le vite. Gli orari e le abitudini, i cani da portare a spasso e le malattie, il sole e la luna. Era troppo tardi per importunare qualcuno con una richiesta tanto arguta.
Dopo uno sguardo al cielo buio, uno a destra alla strada vuota e uno a sinistra verso la strada ugualmente vuota riaprì il portone tirando fuori il mazzo di chiavi.
Domani sarà un altro giorno uguale, ma pur sempre buono a render la sua vita qualcosa di completo. Stanotte mangerà l'altra metà della sua mela in attesa che dal cielo piovano canzoni.
L'angolo adatto per nani, ballerine, cantanti, troie, alcolizzati e illusi. Ovviamente qui nulla è serio...se sei dei nostri...benvenuto, entra pure
lunedì, aprile 23, 2012
giovedì, aprile 19, 2012
Il piatto del giorno è: "pensieri sparsi stracotti al forno in salsa onanista"
Siamo solo ai dettagli e già mi sono perso.
Mi guardo le unghie per vedere se son sporche, ma senza faticare non le sporcherò.
Ho i capelli sporchi e me ne duole. E' il mio fascino nerd che ne trae vantaggio.
Se non ce la faccio più a sopportare il mio odore, una doccia può cambiare. E' una visuale
sola che si appanna, sono due istanti che mi possono calmare.
La barba appena fatta e le luci della sera, a volte voglio uno shampoo solo e una faccia
da cambiare, modellare e farla diventare bella. E' il mio debole per il diverso che mi chiama.
Se non puoi calmare niente, una cosa la puoi fare. Io solo nella doccia posso sempre ripetermi
che l'acqua bollente caccia i cattivi pensieri e il vapore che sale sono spiriti finiti.
Appanno un vetro e riesco a parlare. Parlare senza nessuno che mi stia ad ascoltare,
parlare senza nessuno che mi possa dir la sua. Parlare mi fa calmare.
Del resto mi interessa poco, poco interesse come il bagnoschiuma. Che deve essere neutro,
poco profumato ed economico, proprio come il parere altrui.
Deve essere il mio autismo psicologico.
Come allo stadio così anche al cinema fatico ad andare con altra gente, non per la voce
o per l'odore, non per la mente o per altro, ma per quello che potrebbero dire.
Un giudizio sbagliato e cade tutto il castello di carte e io a carte non so giocare.
Però due fili d'erba bagnata bastano a farci felici. Due maglioni e un pallone quando va bene.
Il sottile passaggio dal "potrò fare" all' "ormai è andata così" è il sentimento di rivalsa che
ci porterà tutti, un giorno, sotto terra.
Perchè a morire sono i deboli ed è inutile pensare di esser forti quando tocca a te. Non è
vero che i padri non debbano vivere più a lungo dei figli, io non lo vorrei, forse.
Adesso preparo la borsa, ma le cose importanti le dimentico sempre, mi raccomando
portale tu. Non scherzo, quando parlo seriamente come ora c'è chi ride o non capisce.
Quando sono serio vengo preso poco sul serio. Il triste declino della mia vena interpretativa
sulla coscienza altrui o lo sgretolarsi dell'ego di pongo.
In televisione parlano delle crisi e degli sprechi, ma non ho ancora sentito un regionamento
autonomo sul come non fare o sul perchè alzarsi al mattino. Come se chi non ce la fa
sceglie se suicidarsi per debiti o andare a prendere l'ennesimo caffè corretto.
"no grazie, non mi fa dormire". Eppure il mondo è pieno di gente diventata famosa solo
dopo essersene andata, ma quando era presente nessuno se n'era accorto.
Se le preghiere dei preti non sono come i loro movimenti, se i piccini piacciono ai grandi o se
il sorriso è in bocca a tutti quelli che non hanno un cazzo.
Se essere è uguale ad avere e il pianerottolo è il centro del mondo come un tappo che tiene in piedi il mare.
Se dire e fare fossero la stessa cosa sarei biondo e con gli occhi azzurri come a sedici anni, quando ero innocente e non avevo detto mai "lo giuro".
Il piatto del giorno sono pensieri sparsi cotti al forno in salsa onanista.
Mi guardo le unghie per vedere se son sporche, ma senza faticare non le sporcherò.
Ho i capelli sporchi e me ne duole. E' il mio fascino nerd che ne trae vantaggio.
Se non ce la faccio più a sopportare il mio odore, una doccia può cambiare. E' una visuale
sola che si appanna, sono due istanti che mi possono calmare.
La barba appena fatta e le luci della sera, a volte voglio uno shampoo solo e una faccia
da cambiare, modellare e farla diventare bella. E' il mio debole per il diverso che mi chiama.
Se non puoi calmare niente, una cosa la puoi fare. Io solo nella doccia posso sempre ripetermi
che l'acqua bollente caccia i cattivi pensieri e il vapore che sale sono spiriti finiti.
Appanno un vetro e riesco a parlare. Parlare senza nessuno che mi stia ad ascoltare,
parlare senza nessuno che mi possa dir la sua. Parlare mi fa calmare.
Del resto mi interessa poco, poco interesse come il bagnoschiuma. Che deve essere neutro,
poco profumato ed economico, proprio come il parere altrui.
Deve essere il mio autismo psicologico.
Come allo stadio così anche al cinema fatico ad andare con altra gente, non per la voce
o per l'odore, non per la mente o per altro, ma per quello che potrebbero dire.
Un giudizio sbagliato e cade tutto il castello di carte e io a carte non so giocare.
Però due fili d'erba bagnata bastano a farci felici. Due maglioni e un pallone quando va bene.
Il sottile passaggio dal "potrò fare" all' "ormai è andata così" è il sentimento di rivalsa che
ci porterà tutti, un giorno, sotto terra.
Perchè a morire sono i deboli ed è inutile pensare di esser forti quando tocca a te. Non è
vero che i padri non debbano vivere più a lungo dei figli, io non lo vorrei, forse.
Adesso preparo la borsa, ma le cose importanti le dimentico sempre, mi raccomando
portale tu. Non scherzo, quando parlo seriamente come ora c'è chi ride o non capisce.
Quando sono serio vengo preso poco sul serio. Il triste declino della mia vena interpretativa
sulla coscienza altrui o lo sgretolarsi dell'ego di pongo.
In televisione parlano delle crisi e degli sprechi, ma non ho ancora sentito un regionamento
autonomo sul come non fare o sul perchè alzarsi al mattino. Come se chi non ce la fa
sceglie se suicidarsi per debiti o andare a prendere l'ennesimo caffè corretto.
"no grazie, non mi fa dormire". Eppure il mondo è pieno di gente diventata famosa solo
dopo essersene andata, ma quando era presente nessuno se n'era accorto.
Se le preghiere dei preti non sono come i loro movimenti, se i piccini piacciono ai grandi o se
il sorriso è in bocca a tutti quelli che non hanno un cazzo.
Se essere è uguale ad avere e il pianerottolo è il centro del mondo come un tappo che tiene in piedi il mare.
Se dire e fare fossero la stessa cosa sarei biondo e con gli occhi azzurri come a sedici anni, quando ero innocente e non avevo detto mai "lo giuro".
Il piatto del giorno sono pensieri sparsi cotti al forno in salsa onanista.
domenica, aprile 15, 2012
Il controllo delle date serve solo a chi crede nel tempo e spesso sono i produttori di calendari
Ecco, forse non si inizia mai uno scritto con "ecco" ma in fondo oggi ce lo lasciamo andare.
Fuggire via. Sciacquare. Il giorno di festa tutto è concesso. Se vale tutto allora tanto vale
non avere regole. Ecco.
Ecco appunto. E' la prima volta che mi arrovello intorno a una parola tanto inutile quanto
totale. Ecco riporta all'attuale, al momento, all'attimo. Perchè ecco è una parola che scade
subito anche se scritta. Dire ecco adesso non equivale dirlo ora. Nemmeno ora.
Ecco in questo pezzo ci sta proprio, perchè oggi, ora e adesso questo blog compie 7 anni.
Questo vuol dire che in 7 anni qualcuno c'è passato e ha letto, qualcuno si è emozionato
e molti altri pensano solo siano cazzate e che la loro lista della spesa sia migliore.
In 7 anni un blog l'hanno avuto tutti, oggi ce l'hanno solo i grandi giornalisti sui siti di
opinione, qualche vip aiutato da un ghostwriter e qualche irriducibile che lo usa per fare
la propria psicoanalisi. Io sono una grande rockstar che si psicoanalizza e poi ci sono quelli
che parlano di cucina, di vestiti e dei cazzi loro.
Ma 7 anni fa ce l'avevano in pochi e pochi son rimasti, poi è stata la moda e pochi son rimasti.
Per questo ci sono affezionato, per questo e perchè è una delle cose che più mi rappresenta.
Come la coperta di Charlie Brown o le trecce di Pippi CalzeLunghe e di Gullit. Come
il pisello di Rocco Siffredi o Woodstock per Snoopy. Valori seri.
Ecco che allora spesso mi trovo a rileggere vecchi post e decriptarli, perchè dopo anni
anche per me è difficile capire cosa volessi dire davvero, quale altra frase c'era sotto e
rivivere certi momenti, certi ricordi.
Mi sono appena scoperto a ridere e commuovermi rileggendo un vecchio post, del 2005,
sugli allenamenti, sui compagni e sugli streep per esultare a un goal in pieno Dicembre, un goal
che non conta nulla nel riscaldamento e correre nudi in mezzo a un campo. Oppure parole
regalate alla difficoltà di un amico, al rancore personale o guidate dall'alcol. Cose scritte
per amore senza dirlo o guidate dal pensiero verso chi non c'è. Sono solo poche gocce in
un mare di parole e ricordi che non ti possono dire nulla o forse poco.
Mi perdo spesso in pagine o parole per ricordare emozioni o istanti, sopratutto ultimamente.
Di sicuro se ora stai leggendo molte di queste parole ti diranno qualcosa oppure potrai
rivederti in qualche modo. Ecco, tutto questo puoi farlo ora, adesso.
Dopo 7 anni anche io posso farlo ora e sempre dando una scadenza maggiore a tutto questo.
Ecco, forse non si finisce mai uno scritto con "ecco" ma in fondo oggi ce lo lasciamo andare.
Finire così. Terminare. Il giorno di festa tutto è concesso. Se vale tutto allora niente vale.
Ecco.
Fuggire via. Sciacquare. Il giorno di festa tutto è concesso. Se vale tutto allora tanto vale
non avere regole. Ecco.
Ecco appunto. E' la prima volta che mi arrovello intorno a una parola tanto inutile quanto
totale. Ecco riporta all'attuale, al momento, all'attimo. Perchè ecco è una parola che scade
subito anche se scritta. Dire ecco adesso non equivale dirlo ora. Nemmeno ora.
Ecco in questo pezzo ci sta proprio, perchè oggi, ora e adesso questo blog compie 7 anni.
Questo vuol dire che in 7 anni qualcuno c'è passato e ha letto, qualcuno si è emozionato
e molti altri pensano solo siano cazzate e che la loro lista della spesa sia migliore.
In 7 anni un blog l'hanno avuto tutti, oggi ce l'hanno solo i grandi giornalisti sui siti di
opinione, qualche vip aiutato da un ghostwriter e qualche irriducibile che lo usa per fare
la propria psicoanalisi. Io sono una grande rockstar che si psicoanalizza e poi ci sono quelli
che parlano di cucina, di vestiti e dei cazzi loro.
Ma 7 anni fa ce l'avevano in pochi e pochi son rimasti, poi è stata la moda e pochi son rimasti.
Per questo ci sono affezionato, per questo e perchè è una delle cose che più mi rappresenta.
Come la coperta di Charlie Brown o le trecce di Pippi CalzeLunghe e di Gullit. Come
il pisello di Rocco Siffredi o Woodstock per Snoopy. Valori seri.
Ecco che allora spesso mi trovo a rileggere vecchi post e decriptarli, perchè dopo anni
anche per me è difficile capire cosa volessi dire davvero, quale altra frase c'era sotto e
rivivere certi momenti, certi ricordi.
Mi sono appena scoperto a ridere e commuovermi rileggendo un vecchio post, del 2005,
sugli allenamenti, sui compagni e sugli streep per esultare a un goal in pieno Dicembre, un goal
che non conta nulla nel riscaldamento e correre nudi in mezzo a un campo. Oppure parole
regalate alla difficoltà di un amico, al rancore personale o guidate dall'alcol. Cose scritte
per amore senza dirlo o guidate dal pensiero verso chi non c'è. Sono solo poche gocce in
un mare di parole e ricordi che non ti possono dire nulla o forse poco.
Mi perdo spesso in pagine o parole per ricordare emozioni o istanti, sopratutto ultimamente.
Di sicuro se ora stai leggendo molte di queste parole ti diranno qualcosa oppure potrai
rivederti in qualche modo. Ecco, tutto questo puoi farlo ora, adesso.
Dopo 7 anni anche io posso farlo ora e sempre dando una scadenza maggiore a tutto questo.
Ecco, forse non si finisce mai uno scritto con "ecco" ma in fondo oggi ce lo lasciamo andare.
Finire così. Terminare. Il giorno di festa tutto è concesso. Se vale tutto allora niente vale.
Ecco.
venerdì, aprile 06, 2012
Come un rotolo di carta igienica
Basta un programma sul cellulare per essere dei bravi fotografi. Almeno per crederlo.
Il potere della tecnologia oggi ci può dare con due ditate quello che fotografi hanno
studiato e imparato, sbagliato e imparato nuovamente, per anni.
Anche se i giorni si susseguono senza un peso o gioie esasperate, con muri fissati
che non si spostano mai, le giornate passano lo stesso. Sono queste banalità le uniche
cose fissate nella testa. Fissate con uno scatto, sfuocato ad hoc.
Come l'acidità di un commento, come il tempo fissato su un orologio, come il tempo
che non viene fissato su un orologio. Tutto passa lo stesso.
Intorno a te tutto si muove troppo velocemente? Inutile rincorrere le attese, meglio
stare fermi e immobili e prima o poi si stancheranno. Appendere le scarpe al chiodo
è la migliore soluzione che vedo per il mio corpo, in attesa dei tempi migliori.
Quelli passati in riva al fiume in attesa di vedere il cadavere passare e poi star fermi
per capire di chi cazzo fosse.
Basta un sito sul computer per essere dei bravi scrittori. Almeno per crederlo.
L'insuccesso dell'editoria attuale riporta in strada il vuoto delle teste dei passanti. Tutti
troppo presi dal taglio dei propri capelli anzichè da quello che sta sotto.
Credo che tra tutte le persone che conosco, soltanto 10 di loro superino i 20 libri letti
in un anno e nemmeno di tutti sono sicuro. Potrei dire lo stesso su dischi comprati o
ascoltati, artisti conosciuti.
Sarei molto meno ottimista su ragionamenti fatti e non imposti dalla pubblicità, da
un colore cui si è affezionati o dal ricordo del peluche quando si era piccoli.
Con questo non voglio giudicare chi mi era amico e forse lo sarà.
Basta un gioco di sostanze chimiche per essere felici. Almeno per crederlo.
Il peso che oggi hanno pochi sul resto toglie il peso alle parole e offre il fianco alle
opinioni imposte.
Anche se non vorresti vedi cose che non vuoi solo perchè imposte, ricevi messaggi
imposti e in tutto ciò non ti imponi. Ti affezioni a Babbo Natale perchè è vecchio,
grasso e rosso oppure pensi che il cuore, un organo molliccio e zuppo di sangue sia
l'organo dell'amore o dell'affetto.
Fermi alla stessa fermata non possiamo accorgerci se ci sono cose che cambiano tutto,
né se qualcuno vuole farlo, né se qualcuno ha bisogno di farlo. Fermi alla fermata si
aspetta il solito tram per la solita destinazione sicura. Casa.
Come un rotolo di carta igienica aspetti il tuo momento per pulire il culo di qualcuno,
quando arriva sei felice e ti senti pieno. Ma il rotolo, pur lungo quanto la vita, prima
o poi finisce, strappo dopo strappo, culo dopo culo.
Il potere della tecnologia oggi ci può dare con due ditate quello che fotografi hanno
studiato e imparato, sbagliato e imparato nuovamente, per anni.
Anche se i giorni si susseguono senza un peso o gioie esasperate, con muri fissati
che non si spostano mai, le giornate passano lo stesso. Sono queste banalità le uniche
cose fissate nella testa. Fissate con uno scatto, sfuocato ad hoc.
Come l'acidità di un commento, come il tempo fissato su un orologio, come il tempo
che non viene fissato su un orologio. Tutto passa lo stesso.
Intorno a te tutto si muove troppo velocemente? Inutile rincorrere le attese, meglio
stare fermi e immobili e prima o poi si stancheranno. Appendere le scarpe al chiodo
è la migliore soluzione che vedo per il mio corpo, in attesa dei tempi migliori.
Quelli passati in riva al fiume in attesa di vedere il cadavere passare e poi star fermi
per capire di chi cazzo fosse.
Basta un sito sul computer per essere dei bravi scrittori. Almeno per crederlo.
L'insuccesso dell'editoria attuale riporta in strada il vuoto delle teste dei passanti. Tutti
troppo presi dal taglio dei propri capelli anzichè da quello che sta sotto.
Credo che tra tutte le persone che conosco, soltanto 10 di loro superino i 20 libri letti
in un anno e nemmeno di tutti sono sicuro. Potrei dire lo stesso su dischi comprati o
ascoltati, artisti conosciuti.
Sarei molto meno ottimista su ragionamenti fatti e non imposti dalla pubblicità, da
un colore cui si è affezionati o dal ricordo del peluche quando si era piccoli.
Con questo non voglio giudicare chi mi era amico e forse lo sarà.
Basta un gioco di sostanze chimiche per essere felici. Almeno per crederlo.
Il peso che oggi hanno pochi sul resto toglie il peso alle parole e offre il fianco alle
opinioni imposte.
Anche se non vorresti vedi cose che non vuoi solo perchè imposte, ricevi messaggi
imposti e in tutto ciò non ti imponi. Ti affezioni a Babbo Natale perchè è vecchio,
grasso e rosso oppure pensi che il cuore, un organo molliccio e zuppo di sangue sia
l'organo dell'amore o dell'affetto.
Fermi alla stessa fermata non possiamo accorgerci se ci sono cose che cambiano tutto,
né se qualcuno vuole farlo, né se qualcuno ha bisogno di farlo. Fermi alla fermata si
aspetta il solito tram per la solita destinazione sicura. Casa.
Come un rotolo di carta igienica aspetti il tuo momento per pulire il culo di qualcuno,
quando arriva sei felice e ti senti pieno. Ma il rotolo, pur lungo quanto la vita, prima
o poi finisce, strappo dopo strappo, culo dopo culo.
mercoledì, marzo 21, 2012
Meet a freak on Giambellino Street
Ascoltavo John Lennon quella sera, per la precisione la raccolta Lennon Legend.
La lavatrice non finiva mai, il sonno tardava ad arrivare e forse non avrebbe mai
fatto capolino quella notte, chi lo sa. La birra nel frigorifero chiamava ad alta voce,
ma non volevo sentirla e lo stereo dava chiari e forti segnali di quella saggezza che
forse anche io potevo cogliere lì, sul mio divano.
In sere come quella i veri artisti avrebbero trovato qualcosa di buono da scrivere,
qualcosa di ispirato o di fantasioso.
Io no, me ne stavo fermo a fissare il monitor del pc intento a fare qualcosa di buono.
Qualcosa come mettere insieme delle parole che mi avrebbero reso famoso. Come
spesso però capita in queste sere, me ne sarei rimasto lì per altri minuti ad attendere
la lavatrice e poi, una volta stesi i vestiti, sarei andato a letto a leggere ciò che qualcuno
aveva scritto per me. In fondo è molto più comodo così, la vita da finti scrittori
d’appartamento o forse, meglio, scrittori domestici.
Non sporco molto, mangio il giusto e non consumo nemmeno fogli di carta imbrattati
da inchiostro o da mine di matite spezzate a metà.
Il dramma del foglio bianco è inquietante, una continua provocazione anche quando
alle parole manca solo il modo per uscire da quella porta. Come mettere in gabbia delle
farfalle o liberare un pesce rosso in una vasca troppo grossa.
Sono delle forzature senza senso.
Le vie da percorrere servono a portare via pensieri che portano via se stessi verso altre vie
fatte di versi e percorsi a volte lontani ed altre paralleli. Questo è un foglio bianco, una
lunga autostrada senza sbocchi che non porta a nulla.
Scrivere è un po’ come fare quattro passi e non avere voglia di guardare l’orologio
oppure correre dietro a qualcuno senza volerlo mai davvero prendere o superare. Ma
è molto diverso dal fare un viaggio senza una meta precisa, perché quel viaggio lo vuoi
fare per poi poter scrivere qualcosa.
Infatti, io esco sempre a piedi dal mio portone.
Quando vado sinistra mi guardo attentamente alla mia destra e faccio la stessa e
identica cosa quando esco e vado destra. Fisso e scruto l’orizzonte nella direzione
opposta per aver certezza di non perdermi nulla, ma proprio nulla di quello che mi lascio
alle spalle. Il resto sarà fatto da ciò che i miei passi saranno in grado di fare.
L’ultima volta che sono uscito a piedi dal portone di casa ....
La lavatrice non finiva mai, il sonno tardava ad arrivare e forse non avrebbe mai
fatto capolino quella notte, chi lo sa. La birra nel frigorifero chiamava ad alta voce,
ma non volevo sentirla e lo stereo dava chiari e forti segnali di quella saggezza che
forse anche io potevo cogliere lì, sul mio divano.
In sere come quella i veri artisti avrebbero trovato qualcosa di buono da scrivere,
qualcosa di ispirato o di fantasioso.
Io no, me ne stavo fermo a fissare il monitor del pc intento a fare qualcosa di buono.
Qualcosa come mettere insieme delle parole che mi avrebbero reso famoso. Come
spesso però capita in queste sere, me ne sarei rimasto lì per altri minuti ad attendere
la lavatrice e poi, una volta stesi i vestiti, sarei andato a letto a leggere ciò che qualcuno
aveva scritto per me. In fondo è molto più comodo così, la vita da finti scrittori
d’appartamento o forse, meglio, scrittori domestici.
Non sporco molto, mangio il giusto e non consumo nemmeno fogli di carta imbrattati
da inchiostro o da mine di matite spezzate a metà.
Il dramma del foglio bianco è inquietante, una continua provocazione anche quando
alle parole manca solo il modo per uscire da quella porta. Come mettere in gabbia delle
farfalle o liberare un pesce rosso in una vasca troppo grossa.
Sono delle forzature senza senso.
Le vie da percorrere servono a portare via pensieri che portano via se stessi verso altre vie
fatte di versi e percorsi a volte lontani ed altre paralleli. Questo è un foglio bianco, una
lunga autostrada senza sbocchi che non porta a nulla.
Scrivere è un po’ come fare quattro passi e non avere voglia di guardare l’orologio
oppure correre dietro a qualcuno senza volerlo mai davvero prendere o superare. Ma
è molto diverso dal fare un viaggio senza una meta precisa, perché quel viaggio lo vuoi
fare per poi poter scrivere qualcosa.
Infatti, io esco sempre a piedi dal mio portone.
Quando vado sinistra mi guardo attentamente alla mia destra e faccio la stessa e
identica cosa quando esco e vado destra. Fisso e scruto l’orizzonte nella direzione
opposta per aver certezza di non perdermi nulla, ma proprio nulla di quello che mi lascio
alle spalle. Il resto sarà fatto da ciò che i miei passi saranno in grado di fare.
L’ultima volta che sono uscito a piedi dal portone di casa ....
giovedì, marzo 08, 2012
La ricerca della dolce illegalità
Felice Maniero era "Faccia d'Angelo" o "il boss del Brenta".
Altre serie tv si abbattono sui desideri di onnipotenza dell'uomo comune. Lo dico
da ammiratore dei libri e delle biografie di ex-criminali ed ex-terroristi. Ho perso la
vista sulle storie delle Brigate Rosse, ammirandone i primi ardori e detestandone
i finali tristi. Ho studiato, nel piccolo della mia ignoranza, le dinamiche interne,
i komintern e le discussioni, lo stretto e ipnotico scrivere delle riunioni, così
prolisse e piene di paroloni e allo stesso tempo la pochezza intellettuale di alcune
figure. Ci si appassiona di più a ciò che si legge o a ciò che si vede?
Alberto Franceschini, Renato Curcio e Margherita Cagol erano tre giovani idealisti,
molto convinti e un pò illusi quando nel '70 fondarono le Br.
Non ho visto film su Vallanzasca, ho letto il libro "Il fiore del Male" e altre interviste.
Mi sono appassionato molto di più alla storia di Luciano Lutrigh, il Pianista
del Mitra. Storie di una mala milanese da bar, da osteria. Posti dove c'era il
"belsò" e le bische clandestine si sviluppavano in periferie. Come in Piazza
Tirana, a due passi da casa mia, con gli Epaminonda detto "il Tebano" e i Francis
Turatello a tenere in mano Milano. Son cose che raccontate non fanno così
male perchè vengono romanzate. Dai nonni, dai padri, dai vecchi al bar.
Son storie che lette servono a mantenerne un ricordo vivo, pericoloso e
affascinante. Perchè ogniuno può farsi il suo film e ogni mente eleborare i
propri eroi. Carlo Alberto dalla Chiesa era un eroe? Gianni e Umberto Agnelli e
come loro centinaia di industriali, sono da considerarsi alla stregua di terroristi
legalizzati o semplici cittadini abbienti? Tutti noi dobbiamo aspirare ad
essere come Maniero o come Vallanzasca?
Renato Vallanzasca era il "bel Renè" perchè spendeva la sua vita e i suoi soldi
a sfruttare il suo faccino tra puttane, bische, alcool e ancora donne.
Quello che mi chiedo è a cosa servano serie e film così? A fare in modo che
quelli della Banda della Magliana diventino idoli? Il libro di De Cataldo è uno
dei migliori che abbia mai letto e anche io mi sono fatto il mio film personale
consumando quelle pagine, ma da qui a farne accendini, magliette e veri e
propri miti ce ne vuole. Passi per il primo film, mi chiedo perchè ci debba
essere la necessità continua di queste figure, che pure ammetto affascinanti.
Di cosa ha bisogno la gente? Perchè ci si deve riportare a figure malate,
perverse, sporche e ammiccanti? Forse è la deriva della società del
Grande Fratello. Forse si ha bisogno di evadere dal piattume delle vite.
Forse è meglio che le cose ci vengano raccontate a "loro" piacimento anzichè
farci una realtà "nostra" simile a qualcosa di vero.
Sopratutto mi chiedo se un domani le serie tv verranno fatte su Olindo e Rosa
o su Misseri.
Alcune risposte me le son date, su altre mi serve una mano.
Altre serie tv si abbattono sui desideri di onnipotenza dell'uomo comune. Lo dico
da ammiratore dei libri e delle biografie di ex-criminali ed ex-terroristi. Ho perso la
vista sulle storie delle Brigate Rosse, ammirandone i primi ardori e detestandone
i finali tristi. Ho studiato, nel piccolo della mia ignoranza, le dinamiche interne,
i komintern e le discussioni, lo stretto e ipnotico scrivere delle riunioni, così
prolisse e piene di paroloni e allo stesso tempo la pochezza intellettuale di alcune
figure. Ci si appassiona di più a ciò che si legge o a ciò che si vede?
Alberto Franceschini, Renato Curcio e Margherita Cagol erano tre giovani idealisti,
molto convinti e un pò illusi quando nel '70 fondarono le Br.
Non ho visto film su Vallanzasca, ho letto il libro "Il fiore del Male" e altre interviste.
Mi sono appassionato molto di più alla storia di Luciano Lutrigh, il Pianista
del Mitra. Storie di una mala milanese da bar, da osteria. Posti dove c'era il
"belsò" e le bische clandestine si sviluppavano in periferie. Come in Piazza
Tirana, a due passi da casa mia, con gli Epaminonda detto "il Tebano" e i Francis
Turatello a tenere in mano Milano. Son cose che raccontate non fanno così
male perchè vengono romanzate. Dai nonni, dai padri, dai vecchi al bar.
Son storie che lette servono a mantenerne un ricordo vivo, pericoloso e
affascinante. Perchè ogniuno può farsi il suo film e ogni mente eleborare i
propri eroi. Carlo Alberto dalla Chiesa era un eroe? Gianni e Umberto Agnelli e
come loro centinaia di industriali, sono da considerarsi alla stregua di terroristi
legalizzati o semplici cittadini abbienti? Tutti noi dobbiamo aspirare ad
essere come Maniero o come Vallanzasca?
Renato Vallanzasca era il "bel Renè" perchè spendeva la sua vita e i suoi soldi
a sfruttare il suo faccino tra puttane, bische, alcool e ancora donne.
Quello che mi chiedo è a cosa servano serie e film così? A fare in modo che
quelli della Banda della Magliana diventino idoli? Il libro di De Cataldo è uno
dei migliori che abbia mai letto e anche io mi sono fatto il mio film personale
consumando quelle pagine, ma da qui a farne accendini, magliette e veri e
propri miti ce ne vuole. Passi per il primo film, mi chiedo perchè ci debba
essere la necessità continua di queste figure, che pure ammetto affascinanti.
Di cosa ha bisogno la gente? Perchè ci si deve riportare a figure malate,
perverse, sporche e ammiccanti? Forse è la deriva della società del
Grande Fratello. Forse si ha bisogno di evadere dal piattume delle vite.
Forse è meglio che le cose ci vengano raccontate a "loro" piacimento anzichè
farci una realtà "nostra" simile a qualcosa di vero.
Sopratutto mi chiedo se un domani le serie tv verranno fatte su Olindo e Rosa
o su Misseri.
Alcune risposte me le son date, su altre mi serve una mano.
lunedì, marzo 05, 2012
Il ciclista lasciò al top
Ora vi racconto una storia. Una storia quasi del tutto vera, una di quelle storie del
Giambellino che non sempre hanno un alone di verità perchè spesso se lo sono
portati via quelli che con i loro smart phone fotografano l'attuale con le tinte di
ieri. Lo chiamano il vintage...mah...
La storia che voglio raccontare è la storia di uno che chiamerò Il ciclista. Avrai
capito che non è il suo vero nome, ma da un lato non lo ricordo e dall'altro ne
preservo il ricordo. Il ciclista non lavorava, ma dava una mano in un negozio di
ciclismo. Aiutava, tutto il giorno, dal mattino alla sera, senza saper fare niente.
Vestito sempre da ciclista. Fisico abbondante e maglietta attillata, pantaloncino
attillato (...da ciclista) e, unico vezzo, stivali militari.
La sua paga che poi non era uno stipendio, magliette e pantaloncini da ciclista,
regalati dal proprietario o dagli avventori del bar vicino, quelli che per una vita
o per quella vita erano gli unici amici.
Si vestiva da Fondriest, da Bugno, impazziva per Chiappucci e per un piccoletto
romagnolo. Ora questa storia è una storia vera, sopratutto sino a questo punto.
Una storia del Giambellino, di quelle condivise al massimo con via Tolstoj, vie dove
gli angoli diventano incroci e agli incroci si scontrano storie.
Il ciclista non era come gli altri. Aveva una sorella bellissima, bellissima per lui,
di cui era geloso e nessun altro al di fuori della sua bicicletta.
Sia chiaro, non da corsa, perchè non si sentiva degno di portarne una.
Il ciclista era mio amico, io lo salutavo e ne andavo anche fiero nel mio piccolo
non capire molto della realtà, sopratutto in queste storie vere.
Per scherzare, ogni giorno o quasi in cui lo incontravo, mi offriva della pasticche
che a lui servivano per stare bene. Mio padre mi spiegò che erano quelle per i
matti, ma in fondo io ho sempre pensato che lui stesse bene così. Forse per questo
pensavo fosse mio amico.
Il ciclista era matto, così diceva la gente normale, ma non era mai arrabbiato. Mi
diceva che il suo sogno era stare in quel negozio, nel cortile in cui io abitavo e
abito ancora a sistemare biciclette. Anche se non ne era capace.
I sogni per essere realizzati devono essere piccoli, altrimenti poi devi fare i conti
con ciò che non si realizza. I sogni si pagano caro, al netto. Il rischio di avere dell'
invenduto non si può correre. Il suo sogno era sistemare bici vestito da ciclista.
Era sereno, ma non felice. Pensava che la rigenerazione avvenisse con una continua
contaminazione tra i generi, ma non lui. Perchè lui era matto.
Scherzava su quelle pillole, che gli davano la felicità e lo deprimevano e scherzava
su quanto fosse sottile il confine tra un matto e un normale.
Storie, storie vere o forse meno. Come quelle del Giambellino, del Gamba de legn
e dei bar degli operai, della mala.
A volte scherzava sul suicidio, ma non poteva lasciare la sorella. Quella bella, che poi
bella non era, ma lo era per lui. Lui, il ciclista, che una donna non aveva mai avuto
e mai l'avrebbe avuta. Girava in lungo e in largo per la via fuori dall'orario di lavoro,
che poi lavoro era. Dava una mano a riparare le biciclette della gente normale.
Poi un giorno d'estate, uno di quei giorni che fa caldo e tutti sembrano un pò meno
normali, un piccoletto con una maglia da ciclista vinse una tappa strepitosa durante
una gara chiamata Giro d'Italia. Molti in Italia ne erano felici, ma lui lì rivide un
sogno realizzarsi. Non quello umile di sistemare biciclette ma quello di un suo idolo
maltrattato e malmenato, sfortunato e infelice, rialzarsi sui pedali e vincere da
campione. La vittoria dei malnati, quelli che son brutti a vedere. Non normali.
In quel momento raggiunse uno stato di grazia, girando per la via con la maglia di
quel piccolo ciclista romagnolo. Il momento più felice della sua vita.
Poi quella sera, quel pomeriggio o il giorno dopo, perchè questa è una storia vera, ma
di quelle storie del Giambellino dove la poesia e il romanzo si incontrano ai giardini,
quella sera o il giorno dopo, il piccolo romagnolo venne bloccato, eliminato, insultato.
Da idolo a nulla, dal momento massimo di gioia all'incubo.
Il ciclista una volta disse, parlando in uno degli sproloqui al bar della sua morte, che
se ne sarebbe andato al momento massimo della sua gioia.
Alle battute di chi gli chiedeva se si sarebbe allontanato dalla vita in bici non aveva mai
risposto. Rispose coi fatti dopo quella squalifica.
Aveva raggiunto la sua felicità massima, correre con la maglia di quel piccolo
romagnolo lungo via Giambellino, come fosse in maglia rosa. Non sarebbe mai stato
più felice di così perchè si può sempre vincere, ma mai sarà come vincere quando tutti
ti hanno dato per perso non una, ma mille volte. Come quando tutti ti dicono che
loro sono normali.
Questa è una storia vera senza tempi corretti, con le stagioni che vanno e vengono e i
ricordi macchiati dal tempo. Il negozio da ciclista è sempre lì e io abito sempre lì.
Non ho pensato mai al ciclista in questi anni e non so perchè ne ho scritto ora.
Forse perchè Giambellino a volte tira fuori pensieri che credevi essere sepolti o
perchè stanotte camminando su quella strada ho avuto modo di ricordar.
Questa storia vera lascia la possibilità di non essere creduta, proprio perchè vera non
è mica detto che sia stata anche reale.
Giambellino che non sempre hanno un alone di verità perchè spesso se lo sono
portati via quelli che con i loro smart phone fotografano l'attuale con le tinte di
ieri. Lo chiamano il vintage...mah...
La storia che voglio raccontare è la storia di uno che chiamerò Il ciclista. Avrai
capito che non è il suo vero nome, ma da un lato non lo ricordo e dall'altro ne
preservo il ricordo. Il ciclista non lavorava, ma dava una mano in un negozio di
ciclismo. Aiutava, tutto il giorno, dal mattino alla sera, senza saper fare niente.
Vestito sempre da ciclista. Fisico abbondante e maglietta attillata, pantaloncino
attillato (...da ciclista) e, unico vezzo, stivali militari.
La sua paga che poi non era uno stipendio, magliette e pantaloncini da ciclista,
regalati dal proprietario o dagli avventori del bar vicino, quelli che per una vita
o per quella vita erano gli unici amici.
Si vestiva da Fondriest, da Bugno, impazziva per Chiappucci e per un piccoletto
romagnolo. Ora questa storia è una storia vera, sopratutto sino a questo punto.
Una storia del Giambellino, di quelle condivise al massimo con via Tolstoj, vie dove
gli angoli diventano incroci e agli incroci si scontrano storie.
Il ciclista non era come gli altri. Aveva una sorella bellissima, bellissima per lui,
di cui era geloso e nessun altro al di fuori della sua bicicletta.
Sia chiaro, non da corsa, perchè non si sentiva degno di portarne una.
Il ciclista era mio amico, io lo salutavo e ne andavo anche fiero nel mio piccolo
non capire molto della realtà, sopratutto in queste storie vere.
Per scherzare, ogni giorno o quasi in cui lo incontravo, mi offriva della pasticche
che a lui servivano per stare bene. Mio padre mi spiegò che erano quelle per i
matti, ma in fondo io ho sempre pensato che lui stesse bene così. Forse per questo
pensavo fosse mio amico.
Il ciclista era matto, così diceva la gente normale, ma non era mai arrabbiato. Mi
diceva che il suo sogno era stare in quel negozio, nel cortile in cui io abitavo e
abito ancora a sistemare biciclette. Anche se non ne era capace.
I sogni per essere realizzati devono essere piccoli, altrimenti poi devi fare i conti
con ciò che non si realizza. I sogni si pagano caro, al netto. Il rischio di avere dell'
invenduto non si può correre. Il suo sogno era sistemare bici vestito da ciclista.
Era sereno, ma non felice. Pensava che la rigenerazione avvenisse con una continua
contaminazione tra i generi, ma non lui. Perchè lui era matto.
Scherzava su quelle pillole, che gli davano la felicità e lo deprimevano e scherzava
su quanto fosse sottile il confine tra un matto e un normale.
Storie, storie vere o forse meno. Come quelle del Giambellino, del Gamba de legn
e dei bar degli operai, della mala.
A volte scherzava sul suicidio, ma non poteva lasciare la sorella. Quella bella, che poi
bella non era, ma lo era per lui. Lui, il ciclista, che una donna non aveva mai avuto
e mai l'avrebbe avuta. Girava in lungo e in largo per la via fuori dall'orario di lavoro,
che poi lavoro era. Dava una mano a riparare le biciclette della gente normale.
Poi un giorno d'estate, uno di quei giorni che fa caldo e tutti sembrano un pò meno
normali, un piccoletto con una maglia da ciclista vinse una tappa strepitosa durante
una gara chiamata Giro d'Italia. Molti in Italia ne erano felici, ma lui lì rivide un
sogno realizzarsi. Non quello umile di sistemare biciclette ma quello di un suo idolo
maltrattato e malmenato, sfortunato e infelice, rialzarsi sui pedali e vincere da
campione. La vittoria dei malnati, quelli che son brutti a vedere. Non normali.
In quel momento raggiunse uno stato di grazia, girando per la via con la maglia di
quel piccolo ciclista romagnolo. Il momento più felice della sua vita.
Poi quella sera, quel pomeriggio o il giorno dopo, perchè questa è una storia vera, ma
di quelle storie del Giambellino dove la poesia e il romanzo si incontrano ai giardini,
quella sera o il giorno dopo, il piccolo romagnolo venne bloccato, eliminato, insultato.
Da idolo a nulla, dal momento massimo di gioia all'incubo.
Il ciclista una volta disse, parlando in uno degli sproloqui al bar della sua morte, che
se ne sarebbe andato al momento massimo della sua gioia.
Alle battute di chi gli chiedeva se si sarebbe allontanato dalla vita in bici non aveva mai
risposto. Rispose coi fatti dopo quella squalifica.
Aveva raggiunto la sua felicità massima, correre con la maglia di quel piccolo
romagnolo lungo via Giambellino, come fosse in maglia rosa. Non sarebbe mai stato
più felice di così perchè si può sempre vincere, ma mai sarà come vincere quando tutti
ti hanno dato per perso non una, ma mille volte. Come quando tutti ti dicono che
loro sono normali.
Questa è una storia vera senza tempi corretti, con le stagioni che vanno e vengono e i
ricordi macchiati dal tempo. Il negozio da ciclista è sempre lì e io abito sempre lì.
Non ho pensato mai al ciclista in questi anni e non so perchè ne ho scritto ora.
Forse perchè Giambellino a volte tira fuori pensieri che credevi essere sepolti o
perchè stanotte camminando su quella strada ho avuto modo di ricordar.
Questa storia vera lascia la possibilità di non essere creduta, proprio perchè vera non
è mica detto che sia stata anche reale.
mercoledì, febbraio 29, 2012
Non basta aver problemi per scrivere qualcosa di interessante
Odio, mi odio, mio dio.
Mi da dannatamente fastidio il non scrivere subito le cose che penso, sopratutto a notte tarda.
Ho perso l'abitudine di farlo, una volta lo facevo sempre. Adesso non giro più con una penna,
non scrivo più su tutti i supporti possibili e immaginabili, dai biglietti del tram ai bordi del
giornale alle tovaglie dei bar.
Mi manca molto questo, perchè perdo la maggior parte dei miei pensieri e non è che ne abbia
molti in una giornata. Sopratutto buoni. E' la sottile linea che mi fa passare dall'essere uno
scrittore fallito a un cialtrone di successo.
La luce della sera devo dire che mi ispira molto. Sopratutto se fioca o spenta.
Il punto è che sarebbe una cosa che non mi costa nulla, a differenza dei conti che dovrei
pagare da un analista o da un dietologo esperto, evitando di confidarmi allo specchio.
Un mio amico una volta mi ha detto che due persone che si guardano negli occhi sono
assolutamente vicine, ma se si danno le spalle son distanti 924 375 700 km. Diversi anni di
distanza a piedi, meno in macchina. Punti di vista.
Mi odio, mio dio, odio.
Mi fa particolarmente piacere quando mi sveglio e ricordo le cose che la sera prima mi
sembravano geniali. Il problema è che al mattino dopo le trovo del tutto inutili. Forse è
per questo che si dice di cogliere l'attimo nelle situazioni. Poi si potrebbe aprire un dibattito
sul tempo e su cosa è la vita. Qualcosa di simile a un libro con il suo susseguirsi romantico o
romanzesco oppure un quadro cui basta un solo sguardo per capire tutto.
Io penso sia più simile a un libro. Il tempo serve proprio a questo, a dare una cadenza agli
attimi come i numeri sulle pagine di un libro.
Questo pensiero non ha senso con il testo, ma volevo far vedere qualcosa che nel momento
in cui lo stavo pensando mi sembrava geniale, anche se a conti fatti non lo è.
Un mio amico una volta ha letto di una ragazza che si prostituiva ma diceva di non farlo, che
non era vero negando l'evidenza. La sua motivazione era semplice e alquanto vera. Si faceva
pagare 50 euro, ma diceva espressamente di volerne 100, in modo da poter dare il resto di 50.
Dare e avere sproporzionato. Punti di vista.
Mio dio, odio, mi odio.
Mi fa fondamentalmente invidia chi riesce a ispirarsi guardando un tramonto, oppure chi si
sente un fotografo facendo belle foto con Instagram.
Al giorno d'oggi bastano un cappello alla Humphrey Bogart, la barba incolta e un cappotto
vintage per essere un artista. Oppure aver fatto il classico o sentirsi esperti di cinema per
pensare che nessuno sia in grado di vedere un film.
Sarà tutto vero, forse no, però a volte mi piace pensare di poter fissare i pensieri in qualche
modo. Forse sono solo i grandi che vanno in giro con la penna e la Moleskine, anche se
oggi è diventato più un vezzo da radical chic che l'agenda di Hemingway.
Un amico una volta mi ha parlato dei manicomi e di come fossero pieni di matti, lì dentro.
Io ho pensato che per quelli lì dentro forse era pieno di matti il Mondo, lì fuori.
Punti di vista.
Mi da dannatamente fastidio il non scrivere subito le cose che penso, sopratutto a notte tarda.
Ho perso l'abitudine di farlo, una volta lo facevo sempre. Adesso non giro più con una penna,
non scrivo più su tutti i supporti possibili e immaginabili, dai biglietti del tram ai bordi del
giornale alle tovaglie dei bar.
Mi manca molto questo, perchè perdo la maggior parte dei miei pensieri e non è che ne abbia
molti in una giornata. Sopratutto buoni. E' la sottile linea che mi fa passare dall'essere uno
scrittore fallito a un cialtrone di successo.
La luce della sera devo dire che mi ispira molto. Sopratutto se fioca o spenta.
Il punto è che sarebbe una cosa che non mi costa nulla, a differenza dei conti che dovrei
pagare da un analista o da un dietologo esperto, evitando di confidarmi allo specchio.
Un mio amico una volta mi ha detto che due persone che si guardano negli occhi sono
assolutamente vicine, ma se si danno le spalle son distanti 924 375 700 km. Diversi anni di
distanza a piedi, meno in macchina. Punti di vista.
Mi odio, mio dio, odio.
Mi fa particolarmente piacere quando mi sveglio e ricordo le cose che la sera prima mi
sembravano geniali. Il problema è che al mattino dopo le trovo del tutto inutili. Forse è
per questo che si dice di cogliere l'attimo nelle situazioni. Poi si potrebbe aprire un dibattito
sul tempo e su cosa è la vita. Qualcosa di simile a un libro con il suo susseguirsi romantico o
romanzesco oppure un quadro cui basta un solo sguardo per capire tutto.
Io penso sia più simile a un libro. Il tempo serve proprio a questo, a dare una cadenza agli
attimi come i numeri sulle pagine di un libro.
Questo pensiero non ha senso con il testo, ma volevo far vedere qualcosa che nel momento
in cui lo stavo pensando mi sembrava geniale, anche se a conti fatti non lo è.
Un mio amico una volta ha letto di una ragazza che si prostituiva ma diceva di non farlo, che
non era vero negando l'evidenza. La sua motivazione era semplice e alquanto vera. Si faceva
pagare 50 euro, ma diceva espressamente di volerne 100, in modo da poter dare il resto di 50.
Dare e avere sproporzionato. Punti di vista.
Mio dio, odio, mi odio.
Mi fa fondamentalmente invidia chi riesce a ispirarsi guardando un tramonto, oppure chi si
sente un fotografo facendo belle foto con Instagram.
Al giorno d'oggi bastano un cappello alla Humphrey Bogart, la barba incolta e un cappotto
vintage per essere un artista. Oppure aver fatto il classico o sentirsi esperti di cinema per
pensare che nessuno sia in grado di vedere un film.
Sarà tutto vero, forse no, però a volte mi piace pensare di poter fissare i pensieri in qualche
modo. Forse sono solo i grandi che vanno in giro con la penna e la Moleskine, anche se
oggi è diventato più un vezzo da radical chic che l'agenda di Hemingway.
Un amico una volta mi ha parlato dei manicomi e di come fossero pieni di matti, lì dentro.
Io ho pensato che per quelli lì dentro forse era pieno di matti il Mondo, lì fuori.
Punti di vista.
venerdì, febbraio 24, 2012
i tempi in cui la credenza non serve più
io non l'avrei mai detto a 5 anni, ma il gelato al puffo adesso non mi piace più.
sognavo poco o perlomeno non lo ricordavo. i pensieri che avevo in testa arrivavano
malappena al quanto ci avrei messo ad arrivare al mio stadio. i miei giardini.
non sapevo cosa fossero i momenti vuoti, parlavo sempre e mi piaceva giocare con
i soldatini. cazzo quante guerre che ho vinto tenendo l'esercito dei verdi. poi crescendo
sono diventato rosso e ora i verdi, sopratutto del nord, non li sopporto proprio.
ho avuto anche il trauma più grosso della mia vita prendendo in mano un piccione e ora
ho la fobia degli uccelli. tutti. non sapevo comunque dove sarei andato ad abitare ma
abito sempre lì, dopo qualche stanza spostata e un giro all'Ikea.
io non l'avrei mai detto a 15 anni, ma non pensavo sarei mai riuscito a perdere
la verginità. forse i miei baffi incolti coltivati senza volontà o i troppi chili di troppo
mi portavano a pensieri malsani, normali per l'età.
una cyclette raccolta dall'immonzia fu il primo passo verso uno stato da finto magro.
poi mi accorsi che i libri mi piacevano e che mi potevo scegliere i personaggi dentro
storie scritte da altri. il minimo dello sforzo per il minimo dei volenterosi. imparai
anche a scrivere, leggere per imparare è sempre stato un modo di dire utile alla
mia enfasi. ora lo posso dire, ma i lavori manuali non mi sono mai piaciuti. però li
faccio solo perchè non so fare altro. non sapevo ancora dove sarei andato a vivere ma
vivo sempre lì, ho spostato qualche stanza e tolto un muro, ma ho perso tutti i nascondigli
in cui mettevo i miei giornaletti porno, che poi erano miei e del mio amico.
io non l'avrei mai detto a 25 anni, ma la crisi dei trentanni l'ho avuto in anticipo.
pernsavo che sarei diventato niente e che avrei potuto aspirare a tutto senza avere il
coraggio di farlo. è per questo che mi sento realizzato. non volevo mettere su un gruppo
e mi piaceva scrivere, così aprii un blog con il solo scopo di farmi prendere per il culo
dai miei amici che non lo leggono ma pensano che faccia schifo comunque.
a volte rileggo i commenti e mi dico di non avere perso poi tanto tempo, altre volte
penso invece che forse è stato meglio non aver precato tanto carta inutilmente.
pensando a queste cose penso anche a quanta carta igienica ho buttato nel cesso, quanta
carta da foto ho buttato in vacanze adolescenziali e potrei far di tutto ciò tanti bei
coriandoli con cui riempire la vasca da bagno e scattarmi una bella foto per il mio profilo
di facebook. poi scrivere un bello status in cui mando a fare in culo tutti e poi controllerei
il mio conto in banca. solo che a 25 anni guardavo sempre quelle foto, non esisteva
facebook e il mio conto in banca era sempre a zero. mai sotto zero.
io non l'avrei mai detto a 30 anni, ma la crisi dei venticinquenni la vivo in ritardo.
ho pensato a costruire montature senza vie di fuga e ora penso "figa, ma una fuga
sarebbe stata la giusta punizione ai miei spasmi". ancora oggi penso a quello stadio
davanti al quale passo tutti i giorni evitando di incrociare lo sguardo di qualche
piccione. controllo il mio conto in banca e mi accorgo che se non sto attento lo zero
arriva. forse ho vinto qualche guerra e i verdi ora non li prendo proprio più, sono un
pò meno rosso, ma solo perchè adesso mi hanno tolto ogni tipo di voglia di credere
in qualcosa o in qualcuno. sto pensando di diventare cattolico praticante credente e
rabdomante, voglio mettere su un gruppo post punk e suonare i sint e fare musica
cattolica. suonare per il papa e con madonna. scrivere cose senza senso a questo
punto ha dato senso al mio blog. tanto i miei amici non lo leggono ancora.
un blog che evidenzia come sia venuto meno il mio credere nella credenza. infatti
vivo nella stessa casa, spostando mobili e comprando un divano. però la credenza
non l'ho mai comprata all'Ikea.
sognavo poco o perlomeno non lo ricordavo. i pensieri che avevo in testa arrivavano
malappena al quanto ci avrei messo ad arrivare al mio stadio. i miei giardini.
non sapevo cosa fossero i momenti vuoti, parlavo sempre e mi piaceva giocare con
i soldatini. cazzo quante guerre che ho vinto tenendo l'esercito dei verdi. poi crescendo
sono diventato rosso e ora i verdi, sopratutto del nord, non li sopporto proprio.
ho avuto anche il trauma più grosso della mia vita prendendo in mano un piccione e ora
ho la fobia degli uccelli. tutti. non sapevo comunque dove sarei andato ad abitare ma
abito sempre lì, dopo qualche stanza spostata e un giro all'Ikea.
io non l'avrei mai detto a 15 anni, ma non pensavo sarei mai riuscito a perdere
la verginità. forse i miei baffi incolti coltivati senza volontà o i troppi chili di troppo
mi portavano a pensieri malsani, normali per l'età.
una cyclette raccolta dall'immonzia fu il primo passo verso uno stato da finto magro.
poi mi accorsi che i libri mi piacevano e che mi potevo scegliere i personaggi dentro
storie scritte da altri. il minimo dello sforzo per il minimo dei volenterosi. imparai
anche a scrivere, leggere per imparare è sempre stato un modo di dire utile alla
mia enfasi. ora lo posso dire, ma i lavori manuali non mi sono mai piaciuti. però li
faccio solo perchè non so fare altro. non sapevo ancora dove sarei andato a vivere ma
vivo sempre lì, ho spostato qualche stanza e tolto un muro, ma ho perso tutti i nascondigli
in cui mettevo i miei giornaletti porno, che poi erano miei e del mio amico.
io non l'avrei mai detto a 25 anni, ma la crisi dei trentanni l'ho avuto in anticipo.
pernsavo che sarei diventato niente e che avrei potuto aspirare a tutto senza avere il
coraggio di farlo. è per questo che mi sento realizzato. non volevo mettere su un gruppo
e mi piaceva scrivere, così aprii un blog con il solo scopo di farmi prendere per il culo
dai miei amici che non lo leggono ma pensano che faccia schifo comunque.
a volte rileggo i commenti e mi dico di non avere perso poi tanto tempo, altre volte
penso invece che forse è stato meglio non aver precato tanto carta inutilmente.
pensando a queste cose penso anche a quanta carta igienica ho buttato nel cesso, quanta
carta da foto ho buttato in vacanze adolescenziali e potrei far di tutto ciò tanti bei
coriandoli con cui riempire la vasca da bagno e scattarmi una bella foto per il mio profilo
di facebook. poi scrivere un bello status in cui mando a fare in culo tutti e poi controllerei
il mio conto in banca. solo che a 25 anni guardavo sempre quelle foto, non esisteva
facebook e il mio conto in banca era sempre a zero. mai sotto zero.
io non l'avrei mai detto a 30 anni, ma la crisi dei venticinquenni la vivo in ritardo.
ho pensato a costruire montature senza vie di fuga e ora penso "figa, ma una fuga
sarebbe stata la giusta punizione ai miei spasmi". ancora oggi penso a quello stadio
davanti al quale passo tutti i giorni evitando di incrociare lo sguardo di qualche
piccione. controllo il mio conto in banca e mi accorgo che se non sto attento lo zero
arriva. forse ho vinto qualche guerra e i verdi ora non li prendo proprio più, sono un
pò meno rosso, ma solo perchè adesso mi hanno tolto ogni tipo di voglia di credere
in qualcosa o in qualcuno. sto pensando di diventare cattolico praticante credente e
rabdomante, voglio mettere su un gruppo post punk e suonare i sint e fare musica
cattolica. suonare per il papa e con madonna. scrivere cose senza senso a questo
punto ha dato senso al mio blog. tanto i miei amici non lo leggono ancora.
un blog che evidenzia come sia venuto meno il mio credere nella credenza. infatti
vivo nella stessa casa, spostando mobili e comprando un divano. però la credenza
non l'ho mai comprata all'Ikea.
giovedì, febbraio 16, 2012
La matematica mi perseguita dai tempi dell'asilo nido (che non ho frequentato)
47. Se il morto parla allora il moribondo può almeno permettersi di scrivere. Dire la propria e difendere la libertà di poterlo fare, anche se quello che viene detto è una cazzata.
Ci sono cose che a volte non vorresti sentirti dire tipo "morirai" o "tagliati i capelli", ma devi farci il callo, la vita è dura sopratutto per i sensibili e i deboli di cuore.
1. l'Italia. Dovrebbero permetterle almeno di dire la propria nelle cause che ancora non hanno memoria. E' sensibile, seria ed affidabile, raramente la trovi in un locale ubriaca. Ma la trattano come una puttana, di quelle con una storia che nessun cliente vuole mai ascoltare, nemmeno quelli che a puttane vanno solo per parlare.
Anche i numeri hanno un loro senso se visti in ordine, come un continuum di motivazioni
crescenti o descrescenti. Crescono le mie ansie e diminuisce il mio conto in banca.
Il giusto ordine delle cose anche in una casa, per non avere i problemi canonici dei pezzi persi e delle cose mancanti. Un mio amico dice che è meglio essere ignoranti per non sapere cosa ci stiamo perdendo, altri miei amici hanno perso tutto e stanno spaccando tutto.
Il tutto che numero è? Come vincere una guerra. Quanto si vince.
9. E' il numero di casa mia. Da sempre anche quando ho traslocato e tu non mi hai aiutato. Ho traslocato due volte, una in entrata e una in uscita. Sono entrato e uscito perchè come sempre si deve entrare e poi uscire, non rimanere fermi e bloccati col culo ancorato alla sedia.
42. Il caffè che senza quello non sto sveglio e senza quello non ho voglia e senza quello, sono anche molto più tranquillo, senza senso.
45. Vino buono. 55. Musica. Mancan solo due o tre amici, quelli buoni, veri e sinceri. Il resto conta poco, il resto è come pagare 100euro per niente e ricevere in cambio monetine di rame senza senso.
47. Se il morto parla allora il moribondo può almeno girare indisturbato fingendo vitalità e facendo smorfie simpatiche e alcolizzate alle foto di gruppo.
Ci sono cose che a volte non leggeresti mai, tipo i post di un blog di uno che conosci e consideri un coglione o gli articoli di Ferrara. Oppure il blog di Ferrara o un articolo descrittivo di Ferrara e dei suoi monumenti.
6. La vagina. 59. I peli. 52. La mamma. Metti insieme tutto quanto e dimmi se non ci siamo ridotti come ci siamo ridotti per un pò di peli di f*** e anche se siamo in anni in cui è in auge la
depilazione forse avremmo bisogno di una bella rivoluzione.
Ma qui entra in gioco il fatto che la nostra mamma forse avrebbe da ridire. Non siamo fatti per la rivoluzione in anni di agiata depressione.
63. La sposa. 66. Le zitelle. Caldo e freddo, bello e brutto. Tutto è assolutamente soggettivo ma tutto può diventare fottutamente oggettivo. Trovo oggettivamente brutto ostentare, oggettivamente inutile passare il tempo nei centri commerciali e fastidiose le ciabattone con i faccioni dei peluche.
90. La paura. Tutto finisce lì, dalla voglia iniziale di buttarsi alla reazione dei muscoli quando saltano nel vuoto. Dal costruire scatole per prepararsi a partire, al disfare una valigia arrivati molto lontano. Comincio a capire che il difficile non è arrivare, ma imparare a stare. Convivere con le altre persone, gli arredi e la luce soffusa del mattino fa più paura che vincere la guerra. Sopratutto quando non sai di esserci entrato.
47. Se il morto parla allora il moribondo può scrivere quel cazzo che vuole e giudicare. Leggere imparare e poi cancellare tutto. Mi chiedevo quanti romanzi sono stati scritti e quanti erano uguali tra loro, così come le canzoni. Poi mi sono chiesto se valesse la pena avere figli in un era di zero crescita economica e sociale, se ascoltare il consiglio e tagliare i capelli, se mangiare più verdure o se fottermene e ballare, se fare spesa al discount o mangiare meno e meglio, se darmi all'alcolismo o diventare buddhista. Poi mi sono arreso a tavolino, ho messo in fila i numeri e mi mancava tutto quello che stava in mezzo, tra l'1 e il 2 ci sono infinite soluzioni.
Ci sono cose che a volte non vorresti sentirti dire tipo "morirai" o "tagliati i capelli", ma devi farci il callo, la vita è dura sopratutto per i sensibili e i deboli di cuore.
1. l'Italia. Dovrebbero permetterle almeno di dire la propria nelle cause che ancora non hanno memoria. E' sensibile, seria ed affidabile, raramente la trovi in un locale ubriaca. Ma la trattano come una puttana, di quelle con una storia che nessun cliente vuole mai ascoltare, nemmeno quelli che a puttane vanno solo per parlare.
Anche i numeri hanno un loro senso se visti in ordine, come un continuum di motivazioni
crescenti o descrescenti. Crescono le mie ansie e diminuisce il mio conto in banca.
Il giusto ordine delle cose anche in una casa, per non avere i problemi canonici dei pezzi persi e delle cose mancanti. Un mio amico dice che è meglio essere ignoranti per non sapere cosa ci stiamo perdendo, altri miei amici hanno perso tutto e stanno spaccando tutto.
Il tutto che numero è? Come vincere una guerra. Quanto si vince.
9. E' il numero di casa mia. Da sempre anche quando ho traslocato e tu non mi hai aiutato. Ho traslocato due volte, una in entrata e una in uscita. Sono entrato e uscito perchè come sempre si deve entrare e poi uscire, non rimanere fermi e bloccati col culo ancorato alla sedia.
42. Il caffè che senza quello non sto sveglio e senza quello non ho voglia e senza quello, sono anche molto più tranquillo, senza senso.
45. Vino buono. 55. Musica. Mancan solo due o tre amici, quelli buoni, veri e sinceri. Il resto conta poco, il resto è come pagare 100euro per niente e ricevere in cambio monetine di rame senza senso.
47. Se il morto parla allora il moribondo può almeno girare indisturbato fingendo vitalità e facendo smorfie simpatiche e alcolizzate alle foto di gruppo.
Ci sono cose che a volte non leggeresti mai, tipo i post di un blog di uno che conosci e consideri un coglione o gli articoli di Ferrara. Oppure il blog di Ferrara o un articolo descrittivo di Ferrara e dei suoi monumenti.
6. La vagina. 59. I peli. 52. La mamma. Metti insieme tutto quanto e dimmi se non ci siamo ridotti come ci siamo ridotti per un pò di peli di f*** e anche se siamo in anni in cui è in auge la
depilazione forse avremmo bisogno di una bella rivoluzione.
Ma qui entra in gioco il fatto che la nostra mamma forse avrebbe da ridire. Non siamo fatti per la rivoluzione in anni di agiata depressione.
63. La sposa. 66. Le zitelle. Caldo e freddo, bello e brutto. Tutto è assolutamente soggettivo ma tutto può diventare fottutamente oggettivo. Trovo oggettivamente brutto ostentare, oggettivamente inutile passare il tempo nei centri commerciali e fastidiose le ciabattone con i faccioni dei peluche.
90. La paura. Tutto finisce lì, dalla voglia iniziale di buttarsi alla reazione dei muscoli quando saltano nel vuoto. Dal costruire scatole per prepararsi a partire, al disfare una valigia arrivati molto lontano. Comincio a capire che il difficile non è arrivare, ma imparare a stare. Convivere con le altre persone, gli arredi e la luce soffusa del mattino fa più paura che vincere la guerra. Sopratutto quando non sai di esserci entrato.
47. Se il morto parla allora il moribondo può scrivere quel cazzo che vuole e giudicare. Leggere imparare e poi cancellare tutto. Mi chiedevo quanti romanzi sono stati scritti e quanti erano uguali tra loro, così come le canzoni. Poi mi sono chiesto se valesse la pena avere figli in un era di zero crescita economica e sociale, se ascoltare il consiglio e tagliare i capelli, se mangiare più verdure o se fottermene e ballare, se fare spesa al discount o mangiare meno e meglio, se darmi all'alcolismo o diventare buddhista. Poi mi sono arreso a tavolino, ho messo in fila i numeri e mi mancava tutto quello che stava in mezzo, tra l'1 e il 2 ci sono infinite soluzioni.
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