Mi scordavo ripetutamente che si muore continuamente. Ogni giorno un pò alla volta. Di giorno e nelle notti e a poco a poco che si staccano anche gli ultimi capelli.
Mi dimenticavo quotidianamente di dire le mie preghiere e metter l'anima in pace, pensando che un futuro me lo sarei garantito con un fondo pensione.
Era il 2001 ed ero a Roma, primo maggio, concerto. Tanti i giovani in Piazza e si parlava di una guerra civile ignota, quella che ogni anno porta via mille lavoratori italiani e non, in Italia. Perlomeno questi sono quelli che ci vengono dichiarati.
Quelli che ci vengono detti.
Non ci pensavo allora, non ci pensava mia madre. Non ci avrei mai pensato sino al momento in cui l'avrei vista, così immediata e risolutiva.
Come tutti e non meno di nessun altro, mi sono sempre speso tra i bassi voti a scuola, gli amici, il piacere per le donne e le bevute. Chi potrà mai togliermi i miei momenti, i miei successi e gli insuccessi. Le vacanze, i tanti primi baci e l'abbraccio di chi ti accetta soprattutto per i mille difetti.
Le chiamano morti bianche, come i teli nei quali si è avvolti dentro una bara che non serve a niente, per quelli che riescono a finirci dentro. Le lacrime dei parenti, qualche articolo di giornale, il politico che parla e per me, niente.
Finirono le scuole e come previsto, nessuna voglia di Università o studi privati, volevo i soldi subito, volevo il lavoro quello vero, che nobilita. Come mio padre e mio nonno. Un posto da operaio oggi, carriera sicura nell'azienda del paese domani. Operaio specializzato ora e capo fabbrica domani. Così mi sarei pagato le rate per la macchina nuova, comprato quello che volevo, portato in pizzeria le mie belle senza farle pagare.
Ogni anno i morti sul lavoro sono un inno al cambiamento sociale che non avviene. Precari, muratori, agricoltori, militari, lavoratori a cottimo, portuali, stronzi, negri, italiani...tutti dentro un'invisibile bolla di sapone che sfugge anche alla più precaria forma di giudizio. L'indignazione perenne che non ha mai prodotto nulla, se non parole di conforto per le famiglie. Le altre vittime di tutto questo.
In fabbrica vengo accolto bene dal gruppo, ci sono altri giovani come me ma io sono quello "nuovo" cui insegnare i segreti; i vecchi mi consigliano, scherzano, mi prendono in giro per i miei racconti sulle donne, le ubriacature...come fossi il gioco nuovo, lo scotto dell'ultimo arrivato.
Sanno di chi sono figlio e chi era mio nonno, sanno che di me si potranno fidare.
I capi si vedono poco, gli storici fondatori han dovuto vendere a un'impresa straniera, dicono siamo parte di una multinazionale. Non so bene, lo stipendio arriva, mi basta alle mie piccole cose, le 8 ore, gli straordinari in nero. La fatica si sopporta a fine mese.
Ogni tanto vengono i sindacati a dire che non siamo a norma, vogliono i controlli, ma mi è stato consigliato di lasciarli stare, di non ascoltarli. In fondo non mi rendo conto di cosa stiano dicendo.
L'Italia è un paese sito nel centro dell'Europa. Il Diritto al Lavoro fa parte della Costituzione e il lavoro deve (dovrebbe) essere sicuro. Deve (dovrebbe) essere ben retribuito ma il tasso di crescita delle retribuzioni è inversamente proporzionale alla crescita del costo della vita. I nostri governanti ci consigliano di andare all'estero. Forse è chiedere la normalità è troppo.
I turni sono impegnativi e pesanti, otto ore e strordinari. Servono, mi dico. Per la vacanza in Grecia, per i cerchi in lega della macchina. Servono e basta, cazzo.
Poi quella notte il lampo. Ho visto il volto dei più vecchi preoccupati, nella stanza dove c'erano due colleghi, uno scoppio, fiamme. L'istinto di fuggire, andare via, le gambe che tremano. Poi ho visto padri di famiglia buttarsi dentro senza pensarci per aiutarli, per tirarli fuori. Non ci ho pensato su, mi son buttato dentro e poi niente.
Io sono morto voi siete vivi, non ve ne siete accorti.
Così al mio funerale non voglio partecipare. Lascerò tutti voi vicini, l'un l'altro.
Consolatevi del fatto che non ci sarò, dei vostri pianti, delle mie tante lacune lasciate.
Se lo vuoi sapere il Paradiso non esiste è soltanto un'idiozia di qualche stronzo.
Lascio il tempo alla parole dei soliti benpensanti e il mio ricordo a voi.
Morto 879 di quasi mille, anno solare 2010. Dopo Cristo, ovviamente, il tuo.
L'angolo adatto per nani, ballerine, cantanti, troie, alcolizzati e illusi. Ovviamente qui nulla è serio...se sei dei nostri...benvenuto, entra pure
venerdì, novembre 05, 2010
martedì, novembre 02, 2010
Magari è il contrario
...se la fine fosse fatta da più puntini di sospensione e se nulla avesse una fine grazie a questi puntini, con la continua ricerca di un qualcosa che non c'è, ma che tu rincorri solo per svegliarti al mattino, per vedere le farfalle volare...
...giro e incontro angoli nascosti che non hanno un senso, un come o un dove. Appena incontro lo specchio le chiedo cosa vuole, appena tocco cibo riprendo le mie forse. Ora tutto ha puntini di sospensione, potrei anche sbagliarmi, ma niente è al punto di cottura se non i miei anni migliori.
Dovrei iniziare a copiare cose fatte da altri o trovare progetti conclusi, non da me. Si pur iniziare da qualcosa...
...forse inseguendo tratti di musiche conosciuti, ecco cosa farò. Inseguo fantasmi musicali ai quali applicare parole a caso, nate dai nostri mille discorsi. Non importa se l'aria la paghi a peso o se le scarpe siano bucate, il riscaldamento è partito, iniziato. Arde. Bruciano i puntini nel loro essere sospesi. Forse andando troverò la musica guida, forse cambiando marciapiede, forse...
...forse dovrei assumere droghe, bere sempre di più, farmi crescere la barba e gridare in faccia ciò che penso. Farmi prendere per folle, un pazzo visionario. Riprendere il progetto del chiosco disperso nel nulla, riprendere le idee, disegnare i contorni. Pitturare il salotto. Ora esco e mi metto a fischiare, se ne ho voglia anche a cantare...
...giro e incontro angoli nascosti che non hanno un senso, un come o un dove. Appena incontro lo specchio le chiedo cosa vuole, appena tocco cibo riprendo le mie forse. Ora tutto ha puntini di sospensione, potrei anche sbagliarmi, ma niente è al punto di cottura se non i miei anni migliori.
Dovrei iniziare a copiare cose fatte da altri o trovare progetti conclusi, non da me. Si pur iniziare da qualcosa...
...forse inseguendo tratti di musiche conosciuti, ecco cosa farò. Inseguo fantasmi musicali ai quali applicare parole a caso, nate dai nostri mille discorsi. Non importa se l'aria la paghi a peso o se le scarpe siano bucate, il riscaldamento è partito, iniziato. Arde. Bruciano i puntini nel loro essere sospesi. Forse andando troverò la musica guida, forse cambiando marciapiede, forse...
...forse dovrei assumere droghe, bere sempre di più, farmi crescere la barba e gridare in faccia ciò che penso. Farmi prendere per folle, un pazzo visionario. Riprendere il progetto del chiosco disperso nel nulla, riprendere le idee, disegnare i contorni. Pitturare il salotto. Ora esco e mi metto a fischiare, se ne ho voglia anche a cantare...
venerdì, ottobre 29, 2010
Scrivo poco per oggi. Punto.
Non capisco la luce, i cicli mestruali e le gonne troppo lunghe.
Capisco quando è quasi basta, l'intolleranza non alimentare e quando annaspare.
Mi cambio una giacca o taglio i capelli.
Penso che si possa andare lo stesso. Poi penso di aver pensato troppo.
Mi aiuto a rialzarmi.
Non capisco i ritorni di immagine e i calcoli, sovrappongo significati.
Voglio insegnare ai bambini, ma non la mia morale, il poco che so.
Fargli capire cosa è giusto, partendo magari dai miei sbagli, senza esaltare altre arti e riempire i discorsi di finte morali. Magari carpendo qualcosa da loro.
Scrivo poco oggi, non sono dell'umore giusto. Non sono triste nè allegro.
Forse deluso da me. E basta. Di sicuro attento a non dire troppo, meno ancora delle solite mezze frasi criptate.
Forse.
Punto.
Capisco quando è quasi basta, l'intolleranza non alimentare e quando annaspare.
Mi cambio una giacca o taglio i capelli.
Penso che si possa andare lo stesso. Poi penso di aver pensato troppo.
Mi aiuto a rialzarmi.
Non capisco i ritorni di immagine e i calcoli, sovrappongo significati.
Voglio insegnare ai bambini, ma non la mia morale, il poco che so.
Fargli capire cosa è giusto, partendo magari dai miei sbagli, senza esaltare altre arti e riempire i discorsi di finte morali. Magari carpendo qualcosa da loro.
Scrivo poco oggi, non sono dell'umore giusto. Non sono triste nè allegro.
Forse deluso da me. E basta. Di sicuro attento a non dire troppo, meno ancora delle solite mezze frasi criptate.
Forse.
Punto.
lunedì, ottobre 25, 2010
Vento
Il diritto di non saper fare niente in un mondo in cui tutti sanno tutto.
Ho visto il rumore del vento cadere dritto in una pozza d'acqua e non alzarsi più. Il riflesso generato era un parto di nuvole pesanti, deciso a cambiare tutto. Gli uccelli roteavano distorti. Confusi. Il risultato delle loro cagate è concime per il cemento.
Non è distrazione la mia, è che non ci capisco più niente.
Dove e come, quando e perchè. Ma sto andando lo stesso.
Non sto piangendo, ma non uso mai l'ombrello, nemmeno quando piove.
Ho visto il colore del vento, cromato e azzurro.
E' caduto dentro una pozza che rifletteva il grigio del cielo. Nuvole sparse cariche di smog.
In fondo un piccolo squarcio di cielo azzurro. Lontano.
Gli uccelli volteggiano alti e si abbassano all'improvviso stando sempre in cerchio, tutti uniti costantemente, quasi annullassero le distanze.
Non sto pensando ad altro, sto pensando come fanno a non scontrarsi.
Non riesco a capire come fare tutto quando non so fare niente.
Il vento scorre rapido tra le piante e disegna scie colorate. Le fronde si scontrano l'una contro l'altra con violenza, confondendo i colori delle foglie, alcune cadono morte, ma gli uccelli continuano il loro giro. Imperturbabili.
Non piove più, il viso è ancora bagnato ma soltanto perchè l'acqua l'ho presa tutta guardando il cielo. Non sto piangendo.
Ho visto il rumore del vento cadere dritto in una pozza d'acqua e non alzarsi più. Il riflesso generato era un parto di nuvole pesanti, deciso a cambiare tutto. Gli uccelli roteavano distorti. Confusi. Il risultato delle loro cagate è concime per il cemento.
Non è distrazione la mia, è che non ci capisco più niente.
Dove e come, quando e perchè. Ma sto andando lo stesso.
Non sto piangendo, ma non uso mai l'ombrello, nemmeno quando piove.
Ho visto il colore del vento, cromato e azzurro.
E' caduto dentro una pozza che rifletteva il grigio del cielo. Nuvole sparse cariche di smog.
In fondo un piccolo squarcio di cielo azzurro. Lontano.
Gli uccelli volteggiano alti e si abbassano all'improvviso stando sempre in cerchio, tutti uniti costantemente, quasi annullassero le distanze.
Non sto pensando ad altro, sto pensando come fanno a non scontrarsi.
Non riesco a capire come fare tutto quando non so fare niente.
Il vento scorre rapido tra le piante e disegna scie colorate. Le fronde si scontrano l'una contro l'altra con violenza, confondendo i colori delle foglie, alcune cadono morte, ma gli uccelli continuano il loro giro. Imperturbabili.
Non piove più, il viso è ancora bagnato ma soltanto perchè l'acqua l'ho presa tutta guardando il cielo. Non sto piangendo.
venerdì, ottobre 22, 2010
Notti insonni
Troppo tempo, troppe notti a correre dietro le scie dei tram di Milano. Ne trovi uno in ogni via, dietro ad ogni angolo e vanno lontano, vengono da lontano, con il loro carico di persone, le coppie e una rosa, i pazzi. Controllori senza biglietto e biglietti usati per scrivere pensieri, stronzate.
Milano ha la notte dentro, perché il giorno serve a lavorare, serve a quelli che non hanno fantasia per dar fiato al proprio ego, serve a chi non sa tenere gli occhi chiusi perché ha bisogno della luce artificiale.
Milano la conoscono bene i tram e qualche spazzino che passa a pulire la merda lasciata a dormire sui marciapiedi da qualche passante. Milano soffre in silenzio, di notte.
Non riesco mai a dormire quando vedo un angelo piangere, mi giro e mi rigiro nel mio letto cercando un punto in cui non pensare stando fermo e mi ritrovo sempre a pancia all’aria, fissando quel soffitto bianco, senza luce, senza niente.
Sarà per queste notti insonni che quando sto male mi addormento ubriaco e mi risveglio anestetizzato, con la testa piena di brutti pensieri che non riescono a trovare una via di fuga se non dopo la prima pisciata.
Ma gli angeli non devono piangere se non quando piove, non ne esistono cause valide. Sono i dannati o le puttane a doverne star male.
Rincorro strade tormentate nei ritorni a casa, i soldi per il taxi non ci sono, i soldi per il taxi me li sono bevuti e poi sul taxi non si fanno strani incontri, tutto così organizzato, monodose. Nemmeno il centro massaggi dei cinesi mi darebbe ristoro in quei rientri.
Voglio la mia casa, voglio il mio letto, voglio una birra.
Provo a riprendere i miei passi, ritrovare le mie traiettorie ma inciampo di continuo nella proiezione di me stesso, come se la mia ombra mi facesse lo sgambetto. Sporca puttana traditrice.
Nemmeno cercando aiuto dai binari dei tram trovo una strada utile, confuso dagli scambi, dalle luci delle pensiline e dalle scie colorate.
Troppe notti, troppo tempo passato a dormire anziché cercando un cambiamento, dietro vane motivazioni e morali appannate. Chi l’ha detto che il riposo è dato dal sonno e non dal sognare ad occhi aperti, con il carico di speranze e la consapevolezza che la maggior parte delle cose che fai finisce nel nulla. Riempirlo questo nulla, sarebbe già un gran bel risultato.
Le occhiaie sono il frutto delle esperienze e non del poco sonno. Le rughe invece possiamo cominciare ad attribuirle all’alcol e in fondo quelle donano il giusto fascino.
Quello che meriti.
Milano ha la notte dentro, perché il giorno serve a lavorare, serve a quelli che non hanno fantasia per dar fiato al proprio ego, serve a chi non sa tenere gli occhi chiusi perché ha bisogno della luce artificiale.
Milano la conoscono bene i tram e qualche spazzino che passa a pulire la merda lasciata a dormire sui marciapiedi da qualche passante. Milano soffre in silenzio, di notte.
Non riesco mai a dormire quando vedo un angelo piangere, mi giro e mi rigiro nel mio letto cercando un punto in cui non pensare stando fermo e mi ritrovo sempre a pancia all’aria, fissando quel soffitto bianco, senza luce, senza niente.
Sarà per queste notti insonni che quando sto male mi addormento ubriaco e mi risveglio anestetizzato, con la testa piena di brutti pensieri che non riescono a trovare una via di fuga se non dopo la prima pisciata.
Ma gli angeli non devono piangere se non quando piove, non ne esistono cause valide. Sono i dannati o le puttane a doverne star male.
Rincorro strade tormentate nei ritorni a casa, i soldi per il taxi non ci sono, i soldi per il taxi me li sono bevuti e poi sul taxi non si fanno strani incontri, tutto così organizzato, monodose. Nemmeno il centro massaggi dei cinesi mi darebbe ristoro in quei rientri.
Voglio la mia casa, voglio il mio letto, voglio una birra.
Provo a riprendere i miei passi, ritrovare le mie traiettorie ma inciampo di continuo nella proiezione di me stesso, come se la mia ombra mi facesse lo sgambetto. Sporca puttana traditrice.
Nemmeno cercando aiuto dai binari dei tram trovo una strada utile, confuso dagli scambi, dalle luci delle pensiline e dalle scie colorate.
Troppe notti, troppo tempo passato a dormire anziché cercando un cambiamento, dietro vane motivazioni e morali appannate. Chi l’ha detto che il riposo è dato dal sonno e non dal sognare ad occhi aperti, con il carico di speranze e la consapevolezza che la maggior parte delle cose che fai finisce nel nulla. Riempirlo questo nulla, sarebbe già un gran bel risultato.
Le occhiaie sono il frutto delle esperienze e non del poco sonno. Le rughe invece possiamo cominciare ad attribuirle all’alcol e in fondo quelle donano il giusto fascino.
Quello che meriti.
mercoledì, ottobre 20, 2010
Mai come ieri
Te ne accorgi appena esci dalla pancia di tua madre, oggi voglio essere fine sottolineo pancia e non fica. Dal caldo del liquido amniotico al freddo di una stanza igienizzata.
Certo ieri stavo meglio, al caldo, ovattato, senza pressioni e poi, chi cazzo ha acceso questa luce e cosa sono tutte queste facce?
Sono cose di cui ti rendi conto crescendo, senza arrivare mai a dire che quando c’era Lui si stava meglio. Però, c’è sempre un fottuto però.
Però eri più magro quando avevi vent’anni.
Però eri più leggero quando avevi ventidue anni e la testa andava ancora a cento allora, senza il lavoro, l’affitto, la pancia o la vicina cogliona.
Però avevi i capelli lunghi e la fronte larga e ora te la chiamano stempiatura.
Però le vacanze duravano tre settimane e diciamocelo, erano troppe.
Con quei però hai imparato a convivere, li saluti al mattino appena alzato, ti ci fai anche una birra prima di andare a letto. L’importante è che restino sempre fuori dai tuoi sogni.
Perché quelli sono sempre meglio di oggi. Sono come ieri.
Nei tuoi sogni i però si frantumano nel niente e lasciano la scia a una realtà fatta di visioni e di immaginario. Di contemplazione, approvazione.
Il sublime essere ciò che non si è. Perché poi arriva l’oggi, veloce come la sveglia, come la scritta “posponi” sul tuo cellulare. Che non fa altro che illuderti e spostare di tre minuti i tuoi “però”.
Ieri, quando andavo al parco con mio nonno fermavo tutte le ragazze, belle o brutte che fossero per dir loro da dove venivo, chi ero. Era una lezione insegnatami da mio nonno. Certo, mio nonno era un gran bel paraculo. Ma io, ieri, ero sempre bello e pettinato.
Ieri, non sapevo nemmeno cosa fosse la morale, il senso collettivo, la parola “unione”. Non mi ponevo il problema di dover conversare. Giocavo su un campo infangato e senza un pc che me lo ricordasse costantemente, ero pieno di amici.
Mi accontentavo di poco ieri, anche se non avevo niente. Era ieri, cazzo, e ora sta suonando la mia sveglia. Forse oggi ho sbagliato di nuovo sogno.
**questa cosa l'ho scritta come parte di un "progetto" che come tutte le cose che ho fatto sino ad ora non vedrà mai la luce, forse.
Certo ieri stavo meglio, al caldo, ovattato, senza pressioni e poi, chi cazzo ha acceso questa luce e cosa sono tutte queste facce?
Sono cose di cui ti rendi conto crescendo, senza arrivare mai a dire che quando c’era Lui si stava meglio. Però, c’è sempre un fottuto però.
Però eri più magro quando avevi vent’anni.
Però eri più leggero quando avevi ventidue anni e la testa andava ancora a cento allora, senza il lavoro, l’affitto, la pancia o la vicina cogliona.
Però avevi i capelli lunghi e la fronte larga e ora te la chiamano stempiatura.
Però le vacanze duravano tre settimane e diciamocelo, erano troppe.
Con quei però hai imparato a convivere, li saluti al mattino appena alzato, ti ci fai anche una birra prima di andare a letto. L’importante è che restino sempre fuori dai tuoi sogni.
Perché quelli sono sempre meglio di oggi. Sono come ieri.
Nei tuoi sogni i però si frantumano nel niente e lasciano la scia a una realtà fatta di visioni e di immaginario. Di contemplazione, approvazione.
Il sublime essere ciò che non si è. Perché poi arriva l’oggi, veloce come la sveglia, come la scritta “posponi” sul tuo cellulare. Che non fa altro che illuderti e spostare di tre minuti i tuoi “però”.
Ieri, quando andavo al parco con mio nonno fermavo tutte le ragazze, belle o brutte che fossero per dir loro da dove venivo, chi ero. Era una lezione insegnatami da mio nonno. Certo, mio nonno era un gran bel paraculo. Ma io, ieri, ero sempre bello e pettinato.
Ieri, non sapevo nemmeno cosa fosse la morale, il senso collettivo, la parola “unione”. Non mi ponevo il problema di dover conversare. Giocavo su un campo infangato e senza un pc che me lo ricordasse costantemente, ero pieno di amici.
Mi accontentavo di poco ieri, anche se non avevo niente. Era ieri, cazzo, e ora sta suonando la mia sveglia. Forse oggi ho sbagliato di nuovo sogno.
**questa cosa l'ho scritta come parte di un "progetto" che come tutte le cose che ho fatto sino ad ora non vedrà mai la luce, forse.
venerdì, ottobre 15, 2010
Per la Milano che non c'è
Va bene, non sai più leggere.
Cercherò di rendere immagine le mie parole anche se mi viene male, anche
se non credo che tutta questa rabbia lo renda possibile.
Mi spiace, ma tu ricorda quanto ti ho amata.
Ero bambino e giocavo nei parchi che come oggi, più o meno, ti coprivano.
Erano i fottuti anni '80, quelli delle "pere", quelli in cui i giardini erano
animati dai bambini di giorno e dai tossici di notte.
Mio nonno, insieme ad altri nonni, tutte le mattine perlustrava i prati in
cerca delle siringhe. Una volta bonificato il terreno iniziavano le nostre corse
dietro a un pallone. Iniziammo così a conoscerci.
Eri aperta, eri quella che qualcuno definì "da bere", craxiana e cocainomane
fino al midollo, ma anche l'unica città davvero internazionale in Italia.
Dove essere diversi era possibile.
Avevi tutto, non mancava niente.
La moda, il calcio, i centri sociali, la Piazza, i nazi, gli operai, i colletti bianchi,
case popolari e ricchezza. Sei stata il '68.
Eri socialista ma puttana. Proletaria e (poi) leghista, borghese e comunista.
Sentivi ancora nell'aria le vecchie canzoni di Nanni Svampa, i vecchi
parlavano milanese e io stesso mi divertivo un mondo a sentire l'odore dei
navigli e dei trani sparsi in città.
Poi sei cambiata, sei scesa in campo con la tua arroganza e con la confusione
che i '90 hanno creato. Hai perso il tuo amante, fuggito in Tunisia anche per
l'averti troppo arricchita. Ti sei trovata sola, lo so.
Ma tutto quel benessere, quel godere che ti ha reso com'eri, chiedeva ancora
soldi e voleva essere ingrossato.
Ti sei venduta al miglior offerente, come la peggior puttana.
Così ti trovo vecchia, rovinata dalla cocaina e senza più la capacità di leggere,
di capire chi ti amava.
Di farti amare.
Sei diventata bigotta e arrogante, moralista e dipendente. Borghese e fascista.
Non sei nessuno adesso per giudicare le mie sbronze o le bestemmie, non
puoi nemmeno darmi lezioni di buonismo. Fai soltanto il gioco opposto.
Hai dato tutto per i soldi, per la fama, diventando attrazione per modaioli e
designer, per aperitivi e passerelle.
Ma ti ricordi quando in Via Savona c'erano le fabbriche e sui navigli le luci
eran sempre fioche. Quando non eri terra per stilisti e disegnatori del nulla
ma davi lavoro a migliaia di famiglie.
Quando dirsi "operaio" a Milano era dignitoso.
Ora no, hai perso tutto. Fucilando chi non è come i tuoi capi, chi non ha
il titolo per poter partecipare alle tue mense e "così sia...".
Continuerò a credere che un giorno tornerai ad esser come prima, senza
trucco vodka e cocaina, ma pane e salame o mal che vada piadina e kebab.
Chissà se preferisci ancora questo alla dignità dei vecchi.
Ti scrivo questo perchè non posso più vederti così. In mano a politici
che si dividono le briciole dell'Expo, mafia e 'ndrangheta ovunque, Cl ad
occupare ogni posto decisionale libero. Polizia ad ogni angolo e la malavita
che fa quello che vuole.
Ok ho scritto troppo e ormai non so nemmeno se mi hai ascoltato, però avrei
ancora tanto da dirti, con la rabbia di chi sa che non cambierà mai un cazzo.
Una volta tuo, S.
Cercherò di rendere immagine le mie parole anche se mi viene male, anche
se non credo che tutta questa rabbia lo renda possibile.
Mi spiace, ma tu ricorda quanto ti ho amata.
Ero bambino e giocavo nei parchi che come oggi, più o meno, ti coprivano.
Erano i fottuti anni '80, quelli delle "pere", quelli in cui i giardini erano
animati dai bambini di giorno e dai tossici di notte.
Mio nonno, insieme ad altri nonni, tutte le mattine perlustrava i prati in
cerca delle siringhe. Una volta bonificato il terreno iniziavano le nostre corse
dietro a un pallone. Iniziammo così a conoscerci.
Eri aperta, eri quella che qualcuno definì "da bere", craxiana e cocainomane
fino al midollo, ma anche l'unica città davvero internazionale in Italia.
Dove essere diversi era possibile.
Avevi tutto, non mancava niente.
La moda, il calcio, i centri sociali, la Piazza, i nazi, gli operai, i colletti bianchi,
case popolari e ricchezza. Sei stata il '68.
Eri socialista ma puttana. Proletaria e (poi) leghista, borghese e comunista.
Sentivi ancora nell'aria le vecchie canzoni di Nanni Svampa, i vecchi
parlavano milanese e io stesso mi divertivo un mondo a sentire l'odore dei
navigli e dei trani sparsi in città.
Poi sei cambiata, sei scesa in campo con la tua arroganza e con la confusione
che i '90 hanno creato. Hai perso il tuo amante, fuggito in Tunisia anche per
l'averti troppo arricchita. Ti sei trovata sola, lo so.
Ma tutto quel benessere, quel godere che ti ha reso com'eri, chiedeva ancora
soldi e voleva essere ingrossato.
Ti sei venduta al miglior offerente, come la peggior puttana.
Così ti trovo vecchia, rovinata dalla cocaina e senza più la capacità di leggere,
di capire chi ti amava.
Di farti amare.
Sei diventata bigotta e arrogante, moralista e dipendente. Borghese e fascista.
Non sei nessuno adesso per giudicare le mie sbronze o le bestemmie, non
puoi nemmeno darmi lezioni di buonismo. Fai soltanto il gioco opposto.
Hai dato tutto per i soldi, per la fama, diventando attrazione per modaioli e
designer, per aperitivi e passerelle.
Ma ti ricordi quando in Via Savona c'erano le fabbriche e sui navigli le luci
eran sempre fioche. Quando non eri terra per stilisti e disegnatori del nulla
ma davi lavoro a migliaia di famiglie.
Quando dirsi "operaio" a Milano era dignitoso.
Ora no, hai perso tutto. Fucilando chi non è come i tuoi capi, chi non ha
il titolo per poter partecipare alle tue mense e "così sia...".
Continuerò a credere che un giorno tornerai ad esser come prima, senza
trucco vodka e cocaina, ma pane e salame o mal che vada piadina e kebab.
Chissà se preferisci ancora questo alla dignità dei vecchi.
Ti scrivo questo perchè non posso più vederti così. In mano a politici
che si dividono le briciole dell'Expo, mafia e 'ndrangheta ovunque, Cl ad
occupare ogni posto decisionale libero. Polizia ad ogni angolo e la malavita
che fa quello che vuole.
Ok ho scritto troppo e ormai non so nemmeno se mi hai ascoltato, però avrei
ancora tanto da dirti, con la rabbia di chi sa che non cambierà mai un cazzo.
Una volta tuo, S.
giovedì, ottobre 07, 2010
Polvere alla polvere
Bolle di sapone si creano nella testa, come situazioni differenti che formano
momenti, attimi di tempo, tradizioni rubate.
Qui nello stato di nessuno, del torpore addominale.
Lo strato d'acqua che divide la quotidianità dall'oblio, lo stentare stanco dall'
arrancare attento. Apparizioni di vedute nuove e vecchie che si
sovrappongono in un fermo immagine stanco.
Aver trent'anni e sentirne pochi, senza avere il tempo di poter sbagliare e il
peso di non poter dire le cose come stanno. C'è sempre qualcuno più
grande, qualcuno più bravo, qualcuno.
Concentrarsi nell'attimo per non sbagliare nessuna giocata.
Sono sempre stato un bel viso a cattivo gioco, usa e getta.
Sogno da anni di avere un Dio che non uccida, ma faccia selezione senza
distinzioni, senza razze, colori ed età. Qualche volta lo penso nudo, altre
vestito. Altre volte mi penso e mi vedo come non vorrei essere, ma è un
altro discorso. Un discorso da affrontare con un amico armato di un
buon vino.
Perchè lo specchio riflette sempre un'immagine diversa dalla reale, formula
distanze, appanna i contorni, colora gli spazi. Non so bene cosa, ma qualcosa
dei miei nonni me lo porto dietro e qualcosa lo tramanderò.
Tutto ha le stesse forme, oggi come allora. Sono soltanto pezzi del tempo che
si ripropongono nel corpo e nella mente.
C'è un gran sole oggi e mi sta fissando. Voglio guardarlo in faccia anch'io, che
sia chiaro il mio intento di sfida.
Intanto le bolle di sapone riempiono lo spazio, ne ho ovunque.
Non si dica in giro che vive ancora la depressione, basta un solo sorriso e
tutto viene azzerato. Nascosto dietro a un sorriso.
E' per questo che il perdente ride appena arriva a cento, in modo da
ricominciare daccapo a contare, senza senso.
Se solo potessi mi berrei un caffè con Dio, che non si dica che non credo a
priori. Alle favole ho sempre creduto e voglio continuare a farlo.
Con gli occhi di chi si sorprende per le piccole cose, per le bolle di sapone
o per l'illusione di poterci riuscire.
Ma le distese di verde sono sempre più rare e in fondo non sempre si
possono fare delle scelte, a volte sono i fatti a decidere per te oppure i campi
di grano invadono tutto.
Ho conosciuto anche chi dice il contrario, chi porta la croce o bestemmia
dicendo di credere. La scia del tram non è visibile come quella di un aereo
ma molto più affascinante se si hanno diverse ore da perdere e la volontà
di andare sino in fondo alle situazioni, al capolinea delle rette vie.
Però ci sono sempre mille però. Come ad esempio la noia e il fatto che prima
o poi anche le bolle di sapone finiscono.
Ora che finisca anche la musica.
momenti, attimi di tempo, tradizioni rubate.
Qui nello stato di nessuno, del torpore addominale.
Lo strato d'acqua che divide la quotidianità dall'oblio, lo stentare stanco dall'
arrancare attento. Apparizioni di vedute nuove e vecchie che si
sovrappongono in un fermo immagine stanco.
Aver trent'anni e sentirne pochi, senza avere il tempo di poter sbagliare e il
peso di non poter dire le cose come stanno. C'è sempre qualcuno più
grande, qualcuno più bravo, qualcuno.
Concentrarsi nell'attimo per non sbagliare nessuna giocata.
Sono sempre stato un bel viso a cattivo gioco, usa e getta.
Sogno da anni di avere un Dio che non uccida, ma faccia selezione senza
distinzioni, senza razze, colori ed età. Qualche volta lo penso nudo, altre
vestito. Altre volte mi penso e mi vedo come non vorrei essere, ma è un
altro discorso. Un discorso da affrontare con un amico armato di un
buon vino.
Perchè lo specchio riflette sempre un'immagine diversa dalla reale, formula
distanze, appanna i contorni, colora gli spazi. Non so bene cosa, ma qualcosa
dei miei nonni me lo porto dietro e qualcosa lo tramanderò.
Tutto ha le stesse forme, oggi come allora. Sono soltanto pezzi del tempo che
si ripropongono nel corpo e nella mente.
C'è un gran sole oggi e mi sta fissando. Voglio guardarlo in faccia anch'io, che
sia chiaro il mio intento di sfida.
Intanto le bolle di sapone riempiono lo spazio, ne ho ovunque.
Non si dica in giro che vive ancora la depressione, basta un solo sorriso e
tutto viene azzerato. Nascosto dietro a un sorriso.
E' per questo che il perdente ride appena arriva a cento, in modo da
ricominciare daccapo a contare, senza senso.
Se solo potessi mi berrei un caffè con Dio, che non si dica che non credo a
priori. Alle favole ho sempre creduto e voglio continuare a farlo.
Con gli occhi di chi si sorprende per le piccole cose, per le bolle di sapone
o per l'illusione di poterci riuscire.
Ma le distese di verde sono sempre più rare e in fondo non sempre si
possono fare delle scelte, a volte sono i fatti a decidere per te oppure i campi
di grano invadono tutto.
Ho conosciuto anche chi dice il contrario, chi porta la croce o bestemmia
dicendo di credere. La scia del tram non è visibile come quella di un aereo
ma molto più affascinante se si hanno diverse ore da perdere e la volontà
di andare sino in fondo alle situazioni, al capolinea delle rette vie.
Però ci sono sempre mille però. Come ad esempio la noia e il fatto che prima
o poi anche le bolle di sapone finiscono.
Ora che finisca anche la musica.
venerdì, ottobre 01, 2010
Parlando di me a me
Non dirmi di messe strane in posti noti, non mi importa niente.
Sarei sicuramente un uomo migliore se sapessi ascoltare oltre le prime dieci
parole. Sembra quasi che ci sia un contatore in me.
Uno, due...dieci. Stop.
Non dirmi di baci lontani o canzoni leggere, ho perso il tempo.
A volte mi perdo dietro le labbra che si muovono vorticose nei racconti di
proprie emozioni. Come se un filtro mi barrasse le orecchie.
Non sono l'uomo adatto a salti indietro con il pensiero, soffro di vertigini.
Non parlarmi dei tuoi amori, i tuoi momenti felici o le tue paure per un
futuro migliore. Non ti seguo, non ci riesco proprio. Scusa.
Se provo a star dietro a certe cose inciampo e cado a terra.
Ma cazzo, prendi pure tutto il tempo che vuoi per le tue ansie, i cattivi
pensieri o la paura dei tuoi errori.
Chi meglio di un fallito potrà capire da dove arrivi e saperti dire dove non
andrai. Lo diceva Proust, forse posso dirlo anch'io, che i momenti che mi
hanno insegnato di più sono quelli in cui stavo male. Perchè riesco ad
ascoltarmi. Ad ascoltare.
Non parlo coi fantasmi e non voglio sentire storie d'amore, storie di crisi,
storie. I romanzi sono abituato a leggerli anche se son passati di moda,
ingialliti e senza storie da raccontare.
Poi li rileggo sinchè non trovo un senso.
Non darmi dell'egoista, posso starti a sentire per tutto il tempo che vuoi,
senza ascoltare e non dirmi ciò che devi dire ma ciò che vuoi.
Quello che senti.
Sarà cinismo, finto snobismo o eccesso di presunzione. Sarà ma non
lo voglio sapere. Sarà che non mi interessa starmi a sentire o mi sembra di
essere pazzo nel darmi consigli da solo.
Dovresti fare questo...anzi meglio questo...arrivando sempre al medesimo
punto sbagliato di non ritorno.
Non dirmi che c'è un senso o che son parole a caso. Magari sarà il pensiero
che avrò rileggendo queste frasi tra qualche anno. Forse.
Quando sarò padre e ascolterò ogni singolo verso di mio figlio.
Ma ora non mi importa, non mi dite di emozioni e tempi che verranno, mi
interessano i tempi andati, un bicchiere di rosso e qualche goccia di pioggia,
che non si vedano le lacrime.
Sarei sicuramente un uomo migliore se sapessi ascoltare oltre le prime dieci
parole. Sembra quasi che ci sia un contatore in me.
Uno, due...dieci. Stop.
Non dirmi di baci lontani o canzoni leggere, ho perso il tempo.
A volte mi perdo dietro le labbra che si muovono vorticose nei racconti di
proprie emozioni. Come se un filtro mi barrasse le orecchie.
Non sono l'uomo adatto a salti indietro con il pensiero, soffro di vertigini.
Non parlarmi dei tuoi amori, i tuoi momenti felici o le tue paure per un
futuro migliore. Non ti seguo, non ci riesco proprio. Scusa.
Se provo a star dietro a certe cose inciampo e cado a terra.
Ma cazzo, prendi pure tutto il tempo che vuoi per le tue ansie, i cattivi
pensieri o la paura dei tuoi errori.
Chi meglio di un fallito potrà capire da dove arrivi e saperti dire dove non
andrai. Lo diceva Proust, forse posso dirlo anch'io, che i momenti che mi
hanno insegnato di più sono quelli in cui stavo male. Perchè riesco ad
ascoltarmi. Ad ascoltare.
Non parlo coi fantasmi e non voglio sentire storie d'amore, storie di crisi,
storie. I romanzi sono abituato a leggerli anche se son passati di moda,
ingialliti e senza storie da raccontare.
Poi li rileggo sinchè non trovo un senso.
Non darmi dell'egoista, posso starti a sentire per tutto il tempo che vuoi,
senza ascoltare e non dirmi ciò che devi dire ma ciò che vuoi.
Quello che senti.
Sarà cinismo, finto snobismo o eccesso di presunzione. Sarà ma non
lo voglio sapere. Sarà che non mi interessa starmi a sentire o mi sembra di
essere pazzo nel darmi consigli da solo.
Dovresti fare questo...anzi meglio questo...arrivando sempre al medesimo
punto sbagliato di non ritorno.
Non dirmi che c'è un senso o che son parole a caso. Magari sarà il pensiero
che avrò rileggendo queste frasi tra qualche anno. Forse.
Quando sarò padre e ascolterò ogni singolo verso di mio figlio.
Ma ora non mi importa, non mi dite di emozioni e tempi che verranno, mi
interessano i tempi andati, un bicchiere di rosso e qualche goccia di pioggia,
che non si vedano le lacrime.
mercoledì, settembre 29, 2010
La finta retorica del tacco a spillo
Lui morì giovane, in tenera età.
L'aria del successo, flash puntato in faccia e nessun senso di pietà.
C'è già chi ci pensa, ma dimmi come potrà essere. Basta non voltare pagina
al calendario per sembrare ancora giovani?
Sto riempiendo il frigo di birra in lattina e ricordi confezionati in porzioni
singole, da consumare caldi in sere invernali.
Così quando verrai a trovarmi sarà tutto come l'ultima volta.
Lui è morto giovane e bello come Dio.
La sua voglia di eccedere è stata anche più forte di lui.
Mi dicono che ho buttato via tutto, ma giuro è ancora tutto in tasca.
Ho solo tolto qualche foto dal muro, ma soltanto perchè mi vergogno di
essere così. Mi isolo spesso e penso a quando si era giovani insieme, amico,
e solo in quei momenti il vento riesce ad essere clemente con me.
Se calcolo quante ore della mia vita non riesco a ricordare per il troppo alcol
e la mancanza di sonno, recupererei un anno intero, minuto più e giorno
meno. Ma non importa.
Perdo capelli in continuazione e mi taglio le unghie sempre più corte perchè
forse un giorno mi serviranno a bruciare gli anni persi.
Lui ha avuto tutto ed è morto senza niente di più.
Lo ricordano in molto e qualcuno me parlava già anni fa.
Mi annoio solo e annoio le farfalle che poi provo a collezionare senza successo
mantenendo il muro spoglio, che non si sa mai.
Non ho ancora ben capito come mi volesse mio padre. Se così o impiegato
in banca. Se così o sposato. Se così e basta. Sarà l'ultima cosa che gli chiederò
un giorno, lontano.
Lui è morto e qualcuno lo porta sulle magliette e in qualche poster rubato
all'incanto.
Poteva avere tutto, ma ha preferito l'eternità.
L'aria del successo, flash puntato in faccia e nessun senso di pietà.
C'è già chi ci pensa, ma dimmi come potrà essere. Basta non voltare pagina
al calendario per sembrare ancora giovani?
Sto riempiendo il frigo di birra in lattina e ricordi confezionati in porzioni
singole, da consumare caldi in sere invernali.
Così quando verrai a trovarmi sarà tutto come l'ultima volta.
Lui è morto giovane e bello come Dio.
La sua voglia di eccedere è stata anche più forte di lui.
Mi dicono che ho buttato via tutto, ma giuro è ancora tutto in tasca.
Ho solo tolto qualche foto dal muro, ma soltanto perchè mi vergogno di
essere così. Mi isolo spesso e penso a quando si era giovani insieme, amico,
e solo in quei momenti il vento riesce ad essere clemente con me.
Se calcolo quante ore della mia vita non riesco a ricordare per il troppo alcol
e la mancanza di sonno, recupererei un anno intero, minuto più e giorno
meno. Ma non importa.
Perdo capelli in continuazione e mi taglio le unghie sempre più corte perchè
forse un giorno mi serviranno a bruciare gli anni persi.
Lui ha avuto tutto ed è morto senza niente di più.
Lo ricordano in molto e qualcuno me parlava già anni fa.
Mi annoio solo e annoio le farfalle che poi provo a collezionare senza successo
mantenendo il muro spoglio, che non si sa mai.
Non ho ancora ben capito come mi volesse mio padre. Se così o impiegato
in banca. Se così o sposato. Se così e basta. Sarà l'ultima cosa che gli chiederò
un giorno, lontano.
Lui è morto e qualcuno lo porta sulle magliette e in qualche poster rubato
all'incanto.
Poteva avere tutto, ma ha preferito l'eternità.
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