Va bene, non sai più leggere.
Cercherò di rendere immagine le mie parole anche se mi viene male, anche
se non credo che tutta questa rabbia lo renda possibile.
Mi spiace, ma tu ricorda quanto ti ho amata.
Ero bambino e giocavo nei parchi che come oggi, più o meno, ti coprivano.
Erano i fottuti anni '80, quelli delle "pere", quelli in cui i giardini erano
animati dai bambini di giorno e dai tossici di notte.
Mio nonno, insieme ad altri nonni, tutte le mattine perlustrava i prati in
cerca delle siringhe. Una volta bonificato il terreno iniziavano le nostre corse
dietro a un pallone. Iniziammo così a conoscerci.
Eri aperta, eri quella che qualcuno definì "da bere", craxiana e cocainomane
fino al midollo, ma anche l'unica città davvero internazionale in Italia.
Dove essere diversi era possibile.
Avevi tutto, non mancava niente.
La moda, il calcio, i centri sociali, la Piazza, i nazi, gli operai, i colletti bianchi,
case popolari e ricchezza. Sei stata il '68.
Eri socialista ma puttana. Proletaria e (poi) leghista, borghese e comunista.
Sentivi ancora nell'aria le vecchie canzoni di Nanni Svampa, i vecchi
parlavano milanese e io stesso mi divertivo un mondo a sentire l'odore dei
navigli e dei trani sparsi in città.
Poi sei cambiata, sei scesa in campo con la tua arroganza e con la confusione
che i '90 hanno creato. Hai perso il tuo amante, fuggito in Tunisia anche per
l'averti troppo arricchita. Ti sei trovata sola, lo so.
Ma tutto quel benessere, quel godere che ti ha reso com'eri, chiedeva ancora
soldi e voleva essere ingrossato.
Ti sei venduta al miglior offerente, come la peggior puttana.
Così ti trovo vecchia, rovinata dalla cocaina e senza più la capacità di leggere,
di capire chi ti amava.
Di farti amare.
Sei diventata bigotta e arrogante, moralista e dipendente. Borghese e fascista.
Non sei nessuno adesso per giudicare le mie sbronze o le bestemmie, non
puoi nemmeno darmi lezioni di buonismo. Fai soltanto il gioco opposto.
Hai dato tutto per i soldi, per la fama, diventando attrazione per modaioli e
designer, per aperitivi e passerelle.
Ma ti ricordi quando in Via Savona c'erano le fabbriche e sui navigli le luci
eran sempre fioche. Quando non eri terra per stilisti e disegnatori del nulla
ma davi lavoro a migliaia di famiglie.
Quando dirsi "operaio" a Milano era dignitoso.
Ora no, hai perso tutto. Fucilando chi non è come i tuoi capi, chi non ha
il titolo per poter partecipare alle tue mense e "così sia...".
Continuerò a credere che un giorno tornerai ad esser come prima, senza
trucco vodka e cocaina, ma pane e salame o mal che vada piadina e kebab.
Chissà se preferisci ancora questo alla dignità dei vecchi.
Ti scrivo questo perchè non posso più vederti così. In mano a politici
che si dividono le briciole dell'Expo, mafia e 'ndrangheta ovunque, Cl ad
occupare ogni posto decisionale libero. Polizia ad ogni angolo e la malavita
che fa quello che vuole.
Ok ho scritto troppo e ormai non so nemmeno se mi hai ascoltato, però avrei
ancora tanto da dirti, con la rabbia di chi sa che non cambierà mai un cazzo.
Una volta tuo, S.
L'angolo adatto per nani, ballerine, cantanti, troie, alcolizzati e illusi. Ovviamente qui nulla è serio...se sei dei nostri...benvenuto, entra pure
venerdì, ottobre 15, 2010
giovedì, ottobre 07, 2010
Polvere alla polvere
Bolle di sapone si creano nella testa, come situazioni differenti che formano
momenti, attimi di tempo, tradizioni rubate.
Qui nello stato di nessuno, del torpore addominale.
Lo strato d'acqua che divide la quotidianità dall'oblio, lo stentare stanco dall'
arrancare attento. Apparizioni di vedute nuove e vecchie che si
sovrappongono in un fermo immagine stanco.
Aver trent'anni e sentirne pochi, senza avere il tempo di poter sbagliare e il
peso di non poter dire le cose come stanno. C'è sempre qualcuno più
grande, qualcuno più bravo, qualcuno.
Concentrarsi nell'attimo per non sbagliare nessuna giocata.
Sono sempre stato un bel viso a cattivo gioco, usa e getta.
Sogno da anni di avere un Dio che non uccida, ma faccia selezione senza
distinzioni, senza razze, colori ed età. Qualche volta lo penso nudo, altre
vestito. Altre volte mi penso e mi vedo come non vorrei essere, ma è un
altro discorso. Un discorso da affrontare con un amico armato di un
buon vino.
Perchè lo specchio riflette sempre un'immagine diversa dalla reale, formula
distanze, appanna i contorni, colora gli spazi. Non so bene cosa, ma qualcosa
dei miei nonni me lo porto dietro e qualcosa lo tramanderò.
Tutto ha le stesse forme, oggi come allora. Sono soltanto pezzi del tempo che
si ripropongono nel corpo e nella mente.
C'è un gran sole oggi e mi sta fissando. Voglio guardarlo in faccia anch'io, che
sia chiaro il mio intento di sfida.
Intanto le bolle di sapone riempiono lo spazio, ne ho ovunque.
Non si dica in giro che vive ancora la depressione, basta un solo sorriso e
tutto viene azzerato. Nascosto dietro a un sorriso.
E' per questo che il perdente ride appena arriva a cento, in modo da
ricominciare daccapo a contare, senza senso.
Se solo potessi mi berrei un caffè con Dio, che non si dica che non credo a
priori. Alle favole ho sempre creduto e voglio continuare a farlo.
Con gli occhi di chi si sorprende per le piccole cose, per le bolle di sapone
o per l'illusione di poterci riuscire.
Ma le distese di verde sono sempre più rare e in fondo non sempre si
possono fare delle scelte, a volte sono i fatti a decidere per te oppure i campi
di grano invadono tutto.
Ho conosciuto anche chi dice il contrario, chi porta la croce o bestemmia
dicendo di credere. La scia del tram non è visibile come quella di un aereo
ma molto più affascinante se si hanno diverse ore da perdere e la volontà
di andare sino in fondo alle situazioni, al capolinea delle rette vie.
Però ci sono sempre mille però. Come ad esempio la noia e il fatto che prima
o poi anche le bolle di sapone finiscono.
Ora che finisca anche la musica.
momenti, attimi di tempo, tradizioni rubate.
Qui nello stato di nessuno, del torpore addominale.
Lo strato d'acqua che divide la quotidianità dall'oblio, lo stentare stanco dall'
arrancare attento. Apparizioni di vedute nuove e vecchie che si
sovrappongono in un fermo immagine stanco.
Aver trent'anni e sentirne pochi, senza avere il tempo di poter sbagliare e il
peso di non poter dire le cose come stanno. C'è sempre qualcuno più
grande, qualcuno più bravo, qualcuno.
Concentrarsi nell'attimo per non sbagliare nessuna giocata.
Sono sempre stato un bel viso a cattivo gioco, usa e getta.
Sogno da anni di avere un Dio che non uccida, ma faccia selezione senza
distinzioni, senza razze, colori ed età. Qualche volta lo penso nudo, altre
vestito. Altre volte mi penso e mi vedo come non vorrei essere, ma è un
altro discorso. Un discorso da affrontare con un amico armato di un
buon vino.
Perchè lo specchio riflette sempre un'immagine diversa dalla reale, formula
distanze, appanna i contorni, colora gli spazi. Non so bene cosa, ma qualcosa
dei miei nonni me lo porto dietro e qualcosa lo tramanderò.
Tutto ha le stesse forme, oggi come allora. Sono soltanto pezzi del tempo che
si ripropongono nel corpo e nella mente.
C'è un gran sole oggi e mi sta fissando. Voglio guardarlo in faccia anch'io, che
sia chiaro il mio intento di sfida.
Intanto le bolle di sapone riempiono lo spazio, ne ho ovunque.
Non si dica in giro che vive ancora la depressione, basta un solo sorriso e
tutto viene azzerato. Nascosto dietro a un sorriso.
E' per questo che il perdente ride appena arriva a cento, in modo da
ricominciare daccapo a contare, senza senso.
Se solo potessi mi berrei un caffè con Dio, che non si dica che non credo a
priori. Alle favole ho sempre creduto e voglio continuare a farlo.
Con gli occhi di chi si sorprende per le piccole cose, per le bolle di sapone
o per l'illusione di poterci riuscire.
Ma le distese di verde sono sempre più rare e in fondo non sempre si
possono fare delle scelte, a volte sono i fatti a decidere per te oppure i campi
di grano invadono tutto.
Ho conosciuto anche chi dice il contrario, chi porta la croce o bestemmia
dicendo di credere. La scia del tram non è visibile come quella di un aereo
ma molto più affascinante se si hanno diverse ore da perdere e la volontà
di andare sino in fondo alle situazioni, al capolinea delle rette vie.
Però ci sono sempre mille però. Come ad esempio la noia e il fatto che prima
o poi anche le bolle di sapone finiscono.
Ora che finisca anche la musica.
venerdì, ottobre 01, 2010
Parlando di me a me
Non dirmi di messe strane in posti noti, non mi importa niente.
Sarei sicuramente un uomo migliore se sapessi ascoltare oltre le prime dieci
parole. Sembra quasi che ci sia un contatore in me.
Uno, due...dieci. Stop.
Non dirmi di baci lontani o canzoni leggere, ho perso il tempo.
A volte mi perdo dietro le labbra che si muovono vorticose nei racconti di
proprie emozioni. Come se un filtro mi barrasse le orecchie.
Non sono l'uomo adatto a salti indietro con il pensiero, soffro di vertigini.
Non parlarmi dei tuoi amori, i tuoi momenti felici o le tue paure per un
futuro migliore. Non ti seguo, non ci riesco proprio. Scusa.
Se provo a star dietro a certe cose inciampo e cado a terra.
Ma cazzo, prendi pure tutto il tempo che vuoi per le tue ansie, i cattivi
pensieri o la paura dei tuoi errori.
Chi meglio di un fallito potrà capire da dove arrivi e saperti dire dove non
andrai. Lo diceva Proust, forse posso dirlo anch'io, che i momenti che mi
hanno insegnato di più sono quelli in cui stavo male. Perchè riesco ad
ascoltarmi. Ad ascoltare.
Non parlo coi fantasmi e non voglio sentire storie d'amore, storie di crisi,
storie. I romanzi sono abituato a leggerli anche se son passati di moda,
ingialliti e senza storie da raccontare.
Poi li rileggo sinchè non trovo un senso.
Non darmi dell'egoista, posso starti a sentire per tutto il tempo che vuoi,
senza ascoltare e non dirmi ciò che devi dire ma ciò che vuoi.
Quello che senti.
Sarà cinismo, finto snobismo o eccesso di presunzione. Sarà ma non
lo voglio sapere. Sarà che non mi interessa starmi a sentire o mi sembra di
essere pazzo nel darmi consigli da solo.
Dovresti fare questo...anzi meglio questo...arrivando sempre al medesimo
punto sbagliato di non ritorno.
Non dirmi che c'è un senso o che son parole a caso. Magari sarà il pensiero
che avrò rileggendo queste frasi tra qualche anno. Forse.
Quando sarò padre e ascolterò ogni singolo verso di mio figlio.
Ma ora non mi importa, non mi dite di emozioni e tempi che verranno, mi
interessano i tempi andati, un bicchiere di rosso e qualche goccia di pioggia,
che non si vedano le lacrime.
Sarei sicuramente un uomo migliore se sapessi ascoltare oltre le prime dieci
parole. Sembra quasi che ci sia un contatore in me.
Uno, due...dieci. Stop.
Non dirmi di baci lontani o canzoni leggere, ho perso il tempo.
A volte mi perdo dietro le labbra che si muovono vorticose nei racconti di
proprie emozioni. Come se un filtro mi barrasse le orecchie.
Non sono l'uomo adatto a salti indietro con il pensiero, soffro di vertigini.
Non parlarmi dei tuoi amori, i tuoi momenti felici o le tue paure per un
futuro migliore. Non ti seguo, non ci riesco proprio. Scusa.
Se provo a star dietro a certe cose inciampo e cado a terra.
Ma cazzo, prendi pure tutto il tempo che vuoi per le tue ansie, i cattivi
pensieri o la paura dei tuoi errori.
Chi meglio di un fallito potrà capire da dove arrivi e saperti dire dove non
andrai. Lo diceva Proust, forse posso dirlo anch'io, che i momenti che mi
hanno insegnato di più sono quelli in cui stavo male. Perchè riesco ad
ascoltarmi. Ad ascoltare.
Non parlo coi fantasmi e non voglio sentire storie d'amore, storie di crisi,
storie. I romanzi sono abituato a leggerli anche se son passati di moda,
ingialliti e senza storie da raccontare.
Poi li rileggo sinchè non trovo un senso.
Non darmi dell'egoista, posso starti a sentire per tutto il tempo che vuoi,
senza ascoltare e non dirmi ciò che devi dire ma ciò che vuoi.
Quello che senti.
Sarà cinismo, finto snobismo o eccesso di presunzione. Sarà ma non
lo voglio sapere. Sarà che non mi interessa starmi a sentire o mi sembra di
essere pazzo nel darmi consigli da solo.
Dovresti fare questo...anzi meglio questo...arrivando sempre al medesimo
punto sbagliato di non ritorno.
Non dirmi che c'è un senso o che son parole a caso. Magari sarà il pensiero
che avrò rileggendo queste frasi tra qualche anno. Forse.
Quando sarò padre e ascolterò ogni singolo verso di mio figlio.
Ma ora non mi importa, non mi dite di emozioni e tempi che verranno, mi
interessano i tempi andati, un bicchiere di rosso e qualche goccia di pioggia,
che non si vedano le lacrime.
mercoledì, settembre 29, 2010
La finta retorica del tacco a spillo
Lui morì giovane, in tenera età.
L'aria del successo, flash puntato in faccia e nessun senso di pietà.
C'è già chi ci pensa, ma dimmi come potrà essere. Basta non voltare pagina
al calendario per sembrare ancora giovani?
Sto riempiendo il frigo di birra in lattina e ricordi confezionati in porzioni
singole, da consumare caldi in sere invernali.
Così quando verrai a trovarmi sarà tutto come l'ultima volta.
Lui è morto giovane e bello come Dio.
La sua voglia di eccedere è stata anche più forte di lui.
Mi dicono che ho buttato via tutto, ma giuro è ancora tutto in tasca.
Ho solo tolto qualche foto dal muro, ma soltanto perchè mi vergogno di
essere così. Mi isolo spesso e penso a quando si era giovani insieme, amico,
e solo in quei momenti il vento riesce ad essere clemente con me.
Se calcolo quante ore della mia vita non riesco a ricordare per il troppo alcol
e la mancanza di sonno, recupererei un anno intero, minuto più e giorno
meno. Ma non importa.
Perdo capelli in continuazione e mi taglio le unghie sempre più corte perchè
forse un giorno mi serviranno a bruciare gli anni persi.
Lui ha avuto tutto ed è morto senza niente di più.
Lo ricordano in molto e qualcuno me parlava già anni fa.
Mi annoio solo e annoio le farfalle che poi provo a collezionare senza successo
mantenendo il muro spoglio, che non si sa mai.
Non ho ancora ben capito come mi volesse mio padre. Se così o impiegato
in banca. Se così o sposato. Se così e basta. Sarà l'ultima cosa che gli chiederò
un giorno, lontano.
Lui è morto e qualcuno lo porta sulle magliette e in qualche poster rubato
all'incanto.
Poteva avere tutto, ma ha preferito l'eternità.
L'aria del successo, flash puntato in faccia e nessun senso di pietà.
C'è già chi ci pensa, ma dimmi come potrà essere. Basta non voltare pagina
al calendario per sembrare ancora giovani?
Sto riempiendo il frigo di birra in lattina e ricordi confezionati in porzioni
singole, da consumare caldi in sere invernali.
Così quando verrai a trovarmi sarà tutto come l'ultima volta.
Lui è morto giovane e bello come Dio.
La sua voglia di eccedere è stata anche più forte di lui.
Mi dicono che ho buttato via tutto, ma giuro è ancora tutto in tasca.
Ho solo tolto qualche foto dal muro, ma soltanto perchè mi vergogno di
essere così. Mi isolo spesso e penso a quando si era giovani insieme, amico,
e solo in quei momenti il vento riesce ad essere clemente con me.
Se calcolo quante ore della mia vita non riesco a ricordare per il troppo alcol
e la mancanza di sonno, recupererei un anno intero, minuto più e giorno
meno. Ma non importa.
Perdo capelli in continuazione e mi taglio le unghie sempre più corte perchè
forse un giorno mi serviranno a bruciare gli anni persi.
Lui ha avuto tutto ed è morto senza niente di più.
Lo ricordano in molto e qualcuno me parlava già anni fa.
Mi annoio solo e annoio le farfalle che poi provo a collezionare senza successo
mantenendo il muro spoglio, che non si sa mai.
Non ho ancora ben capito come mi volesse mio padre. Se così o impiegato
in banca. Se così o sposato. Se così e basta. Sarà l'ultima cosa che gli chiederò
un giorno, lontano.
Lui è morto e qualcuno lo porta sulle magliette e in qualche poster rubato
all'incanto.
Poteva avere tutto, ma ha preferito l'eternità.
sabato, settembre 25, 2010
Il brigatista
Dovranno spiegarmi, prima o poi, perchè l'immobilismo della Balena Bianca
non è mai stato visto come reato, ma come strategia.
La strategia per eliminarne uno e arricchirsi in tanti. Senza colpe.
A distanza di anni, di celle e di città girate, dopo processi, morti e morti
ammazzati, tutto resta come era in me, ma fuori è peggiorato.
A poco a poco me ne rendo conto dal mio piccolo osservatorio di 5 metri
quadrati, ma sono sicuro che là fuori voi non ve ne accorgiate.
Forse ne fate già parte.
Avevo 20anni, un lavoro da operaio e un Mondo intorno che non mi andava.
Padroni della mia vita e non solo del mio lavoro, un movimento che mi
aspettava e un cambio repentino. Assoluto.
Quanti di voi metterebbero la propria identità in cambio di un ideale,
buttare via tutto, nome e cognome, salutare per l'ultima volta vostra madre
e partire per una guerra?
Sì perchè non sentirete mai nessun brigatista dire di non esser stato in
guerra. Una guerra diversa da quella che oggi fanno i vostri politici.
Una guerra sociale, che prevedeva morti mirate.
Sbagliate di sicuro. Per noi erano giuste. Noi prigionieri politici.
Non cerco il vostro consenso, anzi sono anni che vivo del dissenso altrui e
mi sono convinto che qualcosa l'abbiamo sbagliato.
Come se ci avessero guidato dall'alto, come se fossimo in mano a un
burattinaio che tirava i fili. Il Grande Vecchio.
Dovranno un giorno accendere i fari delle loro automobili anche su Bologna
e una strategia del terrore non certo rossa o nera, ma di Stato.
Poi sarà Milano, poi ancora Brescia.
Per ora pago i miei anni, così come ho pagato caro tutti i miei errori.
Così come l'hanno fatto i miei compagni, quasi tutti, di qualsiasi sigla fossero
e da qualsiasi città provenissero.
Dalla rossa Emilia, dall'operaia Milano o dalla Torino fatta in serie, dall'isolata
Sardegna, dalla Roma Ladrona e dal nord est nero, che ora si tinge di verde,
ma sempre fascista resta.
Non faccio retorica, mi chiedo solo come sono finiti i movimenti di Reggio
Calabria e da chi fossero appoggiati. Perchè la giustizia si è mossa in un
senso solo. Chiedete a De Pedis chi stava con chi in quella Roma cattolica e
politica, che non trattava per Moro e già si spartiva la sua eredità.
Oggi da qui vedo solo un'Italia depressa, contratta su sè stessa, in cui gli
studenti non lottano e gli operai sono schiacciati.
Ma tutto è fermo, senza luce. Tutto è deserto.
Così guardando da questa finestra con il cielo che è sempre lo stesso, torno
al pensiero iniziale, alla mia casa col giardino, la mia carta d'identità e tutto
quello che mi sono perso rincorrendo un sogno che ora non interessa
più a nessuno.
Suicidio intellettuale, prigioniero politico.
non è mai stato visto come reato, ma come strategia.
La strategia per eliminarne uno e arricchirsi in tanti. Senza colpe.
A distanza di anni, di celle e di città girate, dopo processi, morti e morti
ammazzati, tutto resta come era in me, ma fuori è peggiorato.
A poco a poco me ne rendo conto dal mio piccolo osservatorio di 5 metri
quadrati, ma sono sicuro che là fuori voi non ve ne accorgiate.
Forse ne fate già parte.
Avevo 20anni, un lavoro da operaio e un Mondo intorno che non mi andava.
Padroni della mia vita e non solo del mio lavoro, un movimento che mi
aspettava e un cambio repentino. Assoluto.
Quanti di voi metterebbero la propria identità in cambio di un ideale,
buttare via tutto, nome e cognome, salutare per l'ultima volta vostra madre
e partire per una guerra?
Sì perchè non sentirete mai nessun brigatista dire di non esser stato in
guerra. Una guerra diversa da quella che oggi fanno i vostri politici.
Una guerra sociale, che prevedeva morti mirate.
Sbagliate di sicuro. Per noi erano giuste. Noi prigionieri politici.
Non cerco il vostro consenso, anzi sono anni che vivo del dissenso altrui e
mi sono convinto che qualcosa l'abbiamo sbagliato.
Come se ci avessero guidato dall'alto, come se fossimo in mano a un
burattinaio che tirava i fili. Il Grande Vecchio.
Dovranno un giorno accendere i fari delle loro automobili anche su Bologna
e una strategia del terrore non certo rossa o nera, ma di Stato.
Poi sarà Milano, poi ancora Brescia.
Per ora pago i miei anni, così come ho pagato caro tutti i miei errori.
Così come l'hanno fatto i miei compagni, quasi tutti, di qualsiasi sigla fossero
e da qualsiasi città provenissero.
Dalla rossa Emilia, dall'operaia Milano o dalla Torino fatta in serie, dall'isolata
Sardegna, dalla Roma Ladrona e dal nord est nero, che ora si tinge di verde,
ma sempre fascista resta.
Non faccio retorica, mi chiedo solo come sono finiti i movimenti di Reggio
Calabria e da chi fossero appoggiati. Perchè la giustizia si è mossa in un
senso solo. Chiedete a De Pedis chi stava con chi in quella Roma cattolica e
politica, che non trattava per Moro e già si spartiva la sua eredità.
Oggi da qui vedo solo un'Italia depressa, contratta su sè stessa, in cui gli
studenti non lottano e gli operai sono schiacciati.
Ma tutto è fermo, senza luce. Tutto è deserto.
Così guardando da questa finestra con il cielo che è sempre lo stesso, torno
al pensiero iniziale, alla mia casa col giardino, la mia carta d'identità e tutto
quello che mi sono perso rincorrendo un sogno che ora non interessa
più a nessuno.
Suicidio intellettuale, prigioniero politico.
mercoledì, settembre 22, 2010
Il gruppo spalla non fa mai il soundcheck come vorrebbe
Ci sono giorni di inutili idee da cui forse è facile aspettarsi il meglio e restarne
delusi.
Ci sono scambi di sguardi e attenzioni che non ti aspetti e magari non vuoi.
Quando faccio la lavatrice prendo tutti i pezzi sporchi che ho. Dalle maglie
utilizzate una sola volta ai pezzi infangati dopo un allenamento.
Tutti pezzi diversi, tutti i colori del Mondo. Insieme.
Niente che li divida e se si devono mischiare tra loro, che sia.
L'importante è che il lavaggio sia alla temperatura giusta, coi giusti ritmi e
i giusti consumi.
Passando per Milano in questi giorni ho visto che in poco tempo si possono
cambiare le cose, almeno apparentemente, e che se anche ti senti incapace
di qualcosa di buono, qualcosa lo puoi fare.
Poco magari, non molto. Anche una pacca sulle spalle, un saluto o un ricordo
cambiano le giornate.
Ci sono notizie che ti piegano le gambe anche in un giorno di festa e feste a
cui vorresti partecipare sino all'alba.
Ci sono fontane sotto le quali si può consolidare un'amicizia bagnandola
con una sola bottiglia di vino bianco.
Pensando a quanto possa produrre sul mio corpo la fatica fisica mi sono
convinto che non è nulla rispetto a quella mentale, alla foga del pensiero.
Molto meglio spaccarsi la schiena che la testa, pensando a cosa sarà domani,
quando l'oggi troverà il sonno dei giusti e il primo sole propone una strada
conosciuta, che però non sai dove porterà. Senza guardarsi indietro.
Ci sono notti in cui vino e birra trasportano le risate e mattine in cui non trovi
l'aspirina per il tuo malditesta e cerchi la soluzione.
Ci sono tensioni e incazzature per sprechi e malomodi e scambi di parole con
persone eccezionali. Foto, incontri, mani e sorrisi.
Ieri notte, tornando nel mio spazio condiviso di questi giorni ho pensato a
quanto dieci giorni possano sembrare eterni e come da una fessura sia
possibile guardare il Mondo esterno senza essere visti.
Lasciarsi trascinare dalle correnti, dalle gradazioni di calore e magari farsi
intaccare da altri colori, venire a contatto con altri tessuti e pensare.
Pensare che se anche una volta fuori sei confuso, smacchiato, invecchiato e
intorpidito...se hai preso un pò di botte e vorresti spaccarti la testa contro
un muro anzichè continuare ad essere sballottato...se non hai ancora capito
un motivo solo...pensare che comunque ne è valsa la pena.
Ci sono assenze che lasciano il segno e ricordi che lavano le menti.
Ci sono gruppi spalla che non fanno mai il soundcheck e batteristi che
picchiano il ritmo giusto.
Ci sono cose che van vissute e raccontarle non serve a un cazzo.
delusi.
Ci sono scambi di sguardi e attenzioni che non ti aspetti e magari non vuoi.
Quando faccio la lavatrice prendo tutti i pezzi sporchi che ho. Dalle maglie
utilizzate una sola volta ai pezzi infangati dopo un allenamento.
Tutti pezzi diversi, tutti i colori del Mondo. Insieme.
Niente che li divida e se si devono mischiare tra loro, che sia.
L'importante è che il lavaggio sia alla temperatura giusta, coi giusti ritmi e
i giusti consumi.
Passando per Milano in questi giorni ho visto che in poco tempo si possono
cambiare le cose, almeno apparentemente, e che se anche ti senti incapace
di qualcosa di buono, qualcosa lo puoi fare.
Poco magari, non molto. Anche una pacca sulle spalle, un saluto o un ricordo
cambiano le giornate.
Ci sono notizie che ti piegano le gambe anche in un giorno di festa e feste a
cui vorresti partecipare sino all'alba.
Ci sono fontane sotto le quali si può consolidare un'amicizia bagnandola
con una sola bottiglia di vino bianco.
Pensando a quanto possa produrre sul mio corpo la fatica fisica mi sono
convinto che non è nulla rispetto a quella mentale, alla foga del pensiero.
Molto meglio spaccarsi la schiena che la testa, pensando a cosa sarà domani,
quando l'oggi troverà il sonno dei giusti e il primo sole propone una strada
conosciuta, che però non sai dove porterà. Senza guardarsi indietro.
Ci sono notti in cui vino e birra trasportano le risate e mattine in cui non trovi
l'aspirina per il tuo malditesta e cerchi la soluzione.
Ci sono tensioni e incazzature per sprechi e malomodi e scambi di parole con
persone eccezionali. Foto, incontri, mani e sorrisi.
Ieri notte, tornando nel mio spazio condiviso di questi giorni ho pensato a
quanto dieci giorni possano sembrare eterni e come da una fessura sia
possibile guardare il Mondo esterno senza essere visti.
Lasciarsi trascinare dalle correnti, dalle gradazioni di calore e magari farsi
intaccare da altri colori, venire a contatto con altri tessuti e pensare.
Pensare che se anche una volta fuori sei confuso, smacchiato, invecchiato e
intorpidito...se hai preso un pò di botte e vorresti spaccarti la testa contro
un muro anzichè continuare ad essere sballottato...se non hai ancora capito
un motivo solo...pensare che comunque ne è valsa la pena.
Ci sono assenze che lasciano il segno e ricordi che lavano le menti.
Ci sono gruppi spalla che non fanno mai il soundcheck e batteristi che
picchiano il ritmo giusto.
Ci sono cose che van vissute e raccontarle non serve a un cazzo.
martedì, settembre 07, 2010
Un brindisi statico davanti al presepe
Ho alzato il bicchiere al cielo e ho brindato al tuo Dio, quello sporco e malato,
insieme al Che, bastardo e stronzo sognatore centroamericano, fascinoso
almeno quanto intelligente.
Non mi alzerò mai più al mattino con il carico dei libri che ho letto e da cui
non ho tratto un cazzo. Nemmeno il bianco delle pagine finali mi ha mai dato
la minima ispirazione.
Se solo fossi intelligente come un di quei tizi che risolvono omicidi gialli o
neri, vedrei tutto in technicolor.
Preparerò i miei caffè sempre più carichi, perchè ho aumentato anche la
mia dose di latte quotidiano. Lava l'incoscienza. Come ben saprai c'è sempre
troppo caffè nel mio caffè&latte.
Manterrò distanze fisse tra la mano e lo sciacquone per non gettare troppa
merda e troppo sperma.
Ma tutto è bene.
Mantengo il calice verso il cielo brindando a quella Madonna ispiratrice di
mille sogni erotici, restando fermo e scanzonato insieme a Gassman e
Mastroianni ridendo delle battute di Sordi.
Non mi cucinerò mai più dei cibi surgelati senza odori ed emozioni da
gridare, piuttosto continuerò a bere sul divano senza fissare niente se non
il muro che ho di fronte.
Accentueremo i nostri passi ciechi al buio del mattino, prima di andare
a letto, lasciando impronte indelebili su un letto di bile.
I crampi allo stomaco saranno soltanto il ricordo felice dell'alcol di ieri.
Ma tutto è bene.
L'ultimo brindisi che offro al piccolo Bambino, figlio corretto del peccato
divino. Con me al mio fianco un paio di amici, di quelli buoni, presi in anni
di serate insieme e tenuti per momenti di solitudine da passare insieme.
Dormirò ancora mostrando il fianco, indifferente se sarò maggiormente
attaccabile e non riconoscibile. Posso vomitare su un fianco e farmi
riprendere nelle foto soltanto di schiena.
Nel bianco candore del lenzuolo non leggerò mai più sinchè mi si chiudono
gli occhi, per non avere niente tra le mani il giorno dopo, ma penserò a
tutti i libri che non ho letto e mai leggerò, scacciando zanzare e fantasmi
con manate e bottigliate. Sempre senza disdegnare sogni di cui non
ricorderò i protagonisti ma soltanto i contorni sfuocati e qualche dialogo
insensato. Dimentico sempre tutte le cose importanti, tra mille notti insonni
passate in sonno profondo e mille bolle blu.
Ma tutto è bene.
Tutto è bene come un finale sballato che non riesco a trovare e un ennesimo
brindisi davanti al presepe schierato nella formazione titolare. Una
lacrima, anche solo una la posso spendere se solo vedrò muoversi
qualcosa all'orizzonte, fosse anche solo la stella cometa che indica la via
o una fottuta allucinazione data dall'alcol.
Ma non è così, per cui tornerò a cercare un finale adatto a tutto ciò.
insieme al Che, bastardo e stronzo sognatore centroamericano, fascinoso
almeno quanto intelligente.
Non mi alzerò mai più al mattino con il carico dei libri che ho letto e da cui
non ho tratto un cazzo. Nemmeno il bianco delle pagine finali mi ha mai dato
la minima ispirazione.
Se solo fossi intelligente come un di quei tizi che risolvono omicidi gialli o
neri, vedrei tutto in technicolor.
Preparerò i miei caffè sempre più carichi, perchè ho aumentato anche la
mia dose di latte quotidiano. Lava l'incoscienza. Come ben saprai c'è sempre
troppo caffè nel mio caffè&latte.
Manterrò distanze fisse tra la mano e lo sciacquone per non gettare troppa
merda e troppo sperma.
Ma tutto è bene.
Mantengo il calice verso il cielo brindando a quella Madonna ispiratrice di
mille sogni erotici, restando fermo e scanzonato insieme a Gassman e
Mastroianni ridendo delle battute di Sordi.
Non mi cucinerò mai più dei cibi surgelati senza odori ed emozioni da
gridare, piuttosto continuerò a bere sul divano senza fissare niente se non
il muro che ho di fronte.
Accentueremo i nostri passi ciechi al buio del mattino, prima di andare
a letto, lasciando impronte indelebili su un letto di bile.
I crampi allo stomaco saranno soltanto il ricordo felice dell'alcol di ieri.
Ma tutto è bene.
L'ultimo brindisi che offro al piccolo Bambino, figlio corretto del peccato
divino. Con me al mio fianco un paio di amici, di quelli buoni, presi in anni
di serate insieme e tenuti per momenti di solitudine da passare insieme.
Dormirò ancora mostrando il fianco, indifferente se sarò maggiormente
attaccabile e non riconoscibile. Posso vomitare su un fianco e farmi
riprendere nelle foto soltanto di schiena.
Nel bianco candore del lenzuolo non leggerò mai più sinchè mi si chiudono
gli occhi, per non avere niente tra le mani il giorno dopo, ma penserò a
tutti i libri che non ho letto e mai leggerò, scacciando zanzare e fantasmi
con manate e bottigliate. Sempre senza disdegnare sogni di cui non
ricorderò i protagonisti ma soltanto i contorni sfuocati e qualche dialogo
insensato. Dimentico sempre tutte le cose importanti, tra mille notti insonni
passate in sonno profondo e mille bolle blu.
Ma tutto è bene.
Tutto è bene come un finale sballato che non riesco a trovare e un ennesimo
brindisi davanti al presepe schierato nella formazione titolare. Una
lacrima, anche solo una la posso spendere se solo vedrò muoversi
qualcosa all'orizzonte, fosse anche solo la stella cometa che indica la via
o una fottuta allucinazione data dall'alcol.
Ma non è così, per cui tornerò a cercare un finale adatto a tutto ciò.
martedì, agosto 31, 2010
La moda del lento fatica a passare
Non ho mai avuto idee geniali, nè sul lavoro nè nella vita personale.
Non ho mai avuto descrizioni banali, nemmeno nello scrivere una
cartolina, uguale da un lato e diversa dall'altro. Dio solo sa quante
cartoline ho scritto...
"ciao nonna saluti da Paros" "ciao mamma saluti da Paros"
Scritte tutte rigorosamente da ubriaco, con calligrafia storta.
Adesso crocifiggetemi per queste cartoline, ma siete solo degli stolti.
Avere zero inventiva nella tecnica quotidiana del vivere mi riempie
di comune orgoglio. Cosa mai mi può importare di come si sta seduti o
di cosa dire al cassiere. Io parlo come voglio e mi siedo con le mie pose.
Atteggiamenti dell'attimo, quello ultimo, prima del cambiamento.
Non ho mai avuto intuizioni geniali, nè in fila in posta nè nelle mail
impegnate o nei discorsi articolati.
Non ho mai avuto pensieri banali, nemmeno nel passeggiare tra un reparto
e l'altro di quei templi pagani chiamati supermercati.
Mi atteggio, finto scazzato, tra un reparto e l'altro pensando a come
accompagnare la bottiglia di vino appena presa. La birra non la accompagno
a niente, è lei a portarmi a spasso.
Carne o pesce? Meglio la classica carne in scatola, così non devo lavare
i piatti. Anche se spesso li sporco appositamente per poterli lavare.
Dio solo sa quanto mi rilassa lavare i piatti...
Non ho mai pensato a progetti geniali, nè fissando un pc nè l'arredamento
di casa mia.
Non ho mai immaginato mondi banali, nemmeno parlando con noiose
persone al bancone di un bar o all'angolo della mia strada di casa.
Ascolto tutto, spesso senza interesse facendo domande attinenti con faccia
pensante. Cosa mai avrò da condividere con tutti.
Intanto li immagino in altre situazioni, li vedo in strane posizioni, li metto
a capo di strani concetti o di gruppi di indiani senza cavallo.
Vestiti e capelli modificati secondo la moda appena passata.
Cosa può importarmi di tutto ciò che mi circonda se è privo di poesia,
credo niente o perlomeno non più di autobus che oltrepassa un incrocio
o un treno fermo sulla banchina.
Dio solo sa quanto mi incuriosisca l'andare e il venire di persone in una
stazione...
Penso a quanti andranno incontro al loro amore, quanti al lavoro che non
vogliono fare e quanti invece non stanno andando da nessuna parte
per il semplice fatto che hanno sogni.
Non ho mai generato emozioni speciali, nè parlando con una ragazza nè
ubriacandomi con un ragazzo.
Non ho rilasciato banalità dopo un incontro, fosse anche per uno sguardo
o per un silenzio voluto.
Penso che si possa dire molto anche senza parlare, senza dire nulla di
importante. Sono anzi convinto che a volte si possa essere molto più
comunicativi dicendo sempre idiozie e poche volte stando seri, centellinando
la propria saggezza su grosse sorsate di follia.
Ti daranno del buffone, del pagliaccio, aumentando il tuo ego perchè in fondo
è ciò che vuoi, dimostrando quando serve ciò che si è.
Perchè non serve sempre dimostrare. Dio solo sa quanto mi piace essere e
non apparire ciò che sono...
Sarà per questo e per tutto il suo contrario, forse per il fatto che pensare fa
male o per tutta un'altra serie di cose. Sarà per il gusto del marcio o il gusto
di un bacio. Sarà anche per il fatto che io considero l'abbraccio la più bella
dimostrazione di affetto e non mi interessano le pacche sulle spalle.
Forse è anche vero che sono solo un folle illuso visionario e che mi annoiano
i discorsi seri in cui sono protagonista. Sarà che penso di buttarmi via e c'è
chi dice dovrei scrivere davvero e non per finta. Ma forse io non so cosa sia
vero e cosa finto.
Penso che sia geniale avere trent'anni e non sapere tante cose perchè mi
lascia il tempo e lo spazio per pensare. E continuare a farlo.
Non ho mai avuto descrizioni banali, nemmeno nello scrivere una
cartolina, uguale da un lato e diversa dall'altro. Dio solo sa quante
cartoline ho scritto...
"ciao nonna saluti da Paros" "ciao mamma saluti da Paros"
Scritte tutte rigorosamente da ubriaco, con calligrafia storta.
Adesso crocifiggetemi per queste cartoline, ma siete solo degli stolti.
Avere zero inventiva nella tecnica quotidiana del vivere mi riempie
di comune orgoglio. Cosa mai mi può importare di come si sta seduti o
di cosa dire al cassiere. Io parlo come voglio e mi siedo con le mie pose.
Atteggiamenti dell'attimo, quello ultimo, prima del cambiamento.
Non ho mai avuto intuizioni geniali, nè in fila in posta nè nelle mail
impegnate o nei discorsi articolati.
Non ho mai avuto pensieri banali, nemmeno nel passeggiare tra un reparto
e l'altro di quei templi pagani chiamati supermercati.
Mi atteggio, finto scazzato, tra un reparto e l'altro pensando a come
accompagnare la bottiglia di vino appena presa. La birra non la accompagno
a niente, è lei a portarmi a spasso.
Carne o pesce? Meglio la classica carne in scatola, così non devo lavare
i piatti. Anche se spesso li sporco appositamente per poterli lavare.
Dio solo sa quanto mi rilassa lavare i piatti...
Non ho mai pensato a progetti geniali, nè fissando un pc nè l'arredamento
di casa mia.
Non ho mai immaginato mondi banali, nemmeno parlando con noiose
persone al bancone di un bar o all'angolo della mia strada di casa.
Ascolto tutto, spesso senza interesse facendo domande attinenti con faccia
pensante. Cosa mai avrò da condividere con tutti.
Intanto li immagino in altre situazioni, li vedo in strane posizioni, li metto
a capo di strani concetti o di gruppi di indiani senza cavallo.
Vestiti e capelli modificati secondo la moda appena passata.
Cosa può importarmi di tutto ciò che mi circonda se è privo di poesia,
credo niente o perlomeno non più di autobus che oltrepassa un incrocio
o un treno fermo sulla banchina.
Dio solo sa quanto mi incuriosisca l'andare e il venire di persone in una
stazione...
Penso a quanti andranno incontro al loro amore, quanti al lavoro che non
vogliono fare e quanti invece non stanno andando da nessuna parte
per il semplice fatto che hanno sogni.
Non ho mai generato emozioni speciali, nè parlando con una ragazza nè
ubriacandomi con un ragazzo.
Non ho rilasciato banalità dopo un incontro, fosse anche per uno sguardo
o per un silenzio voluto.
Penso che si possa dire molto anche senza parlare, senza dire nulla di
importante. Sono anzi convinto che a volte si possa essere molto più
comunicativi dicendo sempre idiozie e poche volte stando seri, centellinando
la propria saggezza su grosse sorsate di follia.
Ti daranno del buffone, del pagliaccio, aumentando il tuo ego perchè in fondo
è ciò che vuoi, dimostrando quando serve ciò che si è.
Perchè non serve sempre dimostrare. Dio solo sa quanto mi piace essere e
non apparire ciò che sono...
Sarà per questo e per tutto il suo contrario, forse per il fatto che pensare fa
male o per tutta un'altra serie di cose. Sarà per il gusto del marcio o il gusto
di un bacio. Sarà anche per il fatto che io considero l'abbraccio la più bella
dimostrazione di affetto e non mi interessano le pacche sulle spalle.
Forse è anche vero che sono solo un folle illuso visionario e che mi annoiano
i discorsi seri in cui sono protagonista. Sarà che penso di buttarmi via e c'è
chi dice dovrei scrivere davvero e non per finta. Ma forse io non so cosa sia
vero e cosa finto.
Penso che sia geniale avere trent'anni e non sapere tante cose perchè mi
lascia il tempo e lo spazio per pensare. E continuare a farlo.
giovedì, agosto 26, 2010
Revival
Era revival.
La musica degli anni '70, tutti belli frikkettoni sulla spiaggia con un fuoco, la
chitarra e la bella da baciare, nessun pensiero nessur rancore.
Rai 1 al televisore, il disco che gira, qualche sparo alla finestra.
"Papà posso avere ciò che voglio e sognare ciò che posso guardando fuori
dalla stessa finestra?".
La Vespa o la Lambretta, la vacanza a Rimini in attesa di tornare nella mia
Milano da bere, quella che dieci anni dopo avrebbe aperto le gambe come
una puttana da bordello.
Cartoline dalla Romagna in salsa rivirasca.
I cantautori, Battisti e DeAndrè, Guccini e la poesia, Ginsburg e
Ferlinghetti e come siamo belli, magri e avveneristici coi nostri capelli
lunghi e quei libri che traduce la Pivano. Come si chiama quello che sono
sulla strada? "Oh the road" mi pare, e allora andiamo.
La musica degli anni '70, i pantaloni a zampa, quanto cazzo eran belli gli anni
'60, le prime droghe di tutti e tutto per tutti.
Fottiti Stato, evviva l'Anarchia, votiamo lo statalismo e abbasso il liberismo.
Poi se in futuro vincerà il capitalismo sarò abbastanza ricco da fare a meno
del mio credo comunista. E' tutto un revival.
Il rosso mi dona, ma dipende dalle stagioni.
Marce in strada ricchi di colori, i cori contro tutti e lo slang per tutti.
A braccetto con Berlinguer, Pertini o Pajetta, chi era stato Partigiano a
guidare da una parte e in fondo tutto era già parte dello stesso teatrino.
Orchestrato da altri, che stavano dietro.
Nessuna base per i nostri futuri, solo dello sperma pronto ad essere
utilizzato e forse anche male.
La musica degli anni '70, le canzoni, erano altri tempi che non ci sono più.
Ti hanno mai parlato di Prima Linea?
Hai mai visto niente delle Brigate Rosse? Erano gruppi musicali, rock e
psichedelici, facevano una musica che non si ascolta più e i loro live
eran micidiali. Purtroppo.
Nascondi tutto, di tutto un fascio. Mettiamo bombe a suon di musica e sarà
impossibile vedere la mano. La mano di Stato e la mano colpevole.
Spesso è la stessa. Silenzio è un revival.
Di tutto un fascio e sfascia tutto, poco importa se muore un innocente e
resta il dubbio per cent'anni se è il caso oppure ci stanno prendendo
per il culo. Importante però essere fantasiosi e parlare di amore e famiglia,
mai di sesso e piacere. La Chiesa vede. E provvede.
Perchè è e sarà per tutti un revival.
Mentre ballavano e cantavano intorno a un fuoco, qualcuno moriva per
le strade e forse non eran tutte rose e amori.
Da certa merda è vero che nascono i fiori, ma da altra merda è nato l'odio e
la P2, è cresciuta la Mafia e ora balliamo per un posto in televisione.
E' un revival, un souvenir di ciò che era.
Cartolina dalla Romagna, sa un pò di piadina ma è originale.
La musica degli anni '70 mi ricorda un fottuto revival.
La musica degli anni '70, tutti belli frikkettoni sulla spiaggia con un fuoco, la
chitarra e la bella da baciare, nessun pensiero nessur rancore.
Rai 1 al televisore, il disco che gira, qualche sparo alla finestra.
"Papà posso avere ciò che voglio e sognare ciò che posso guardando fuori
dalla stessa finestra?".
La Vespa o la Lambretta, la vacanza a Rimini in attesa di tornare nella mia
Milano da bere, quella che dieci anni dopo avrebbe aperto le gambe come
una puttana da bordello.
Cartoline dalla Romagna in salsa rivirasca.
I cantautori, Battisti e DeAndrè, Guccini e la poesia, Ginsburg e
Ferlinghetti e come siamo belli, magri e avveneristici coi nostri capelli
lunghi e quei libri che traduce la Pivano. Come si chiama quello che sono
sulla strada? "Oh the road" mi pare, e allora andiamo.
La musica degli anni '70, i pantaloni a zampa, quanto cazzo eran belli gli anni
'60, le prime droghe di tutti e tutto per tutti.
Fottiti Stato, evviva l'Anarchia, votiamo lo statalismo e abbasso il liberismo.
Poi se in futuro vincerà il capitalismo sarò abbastanza ricco da fare a meno
del mio credo comunista. E' tutto un revival.
Il rosso mi dona, ma dipende dalle stagioni.
Marce in strada ricchi di colori, i cori contro tutti e lo slang per tutti.
A braccetto con Berlinguer, Pertini o Pajetta, chi era stato Partigiano a
guidare da una parte e in fondo tutto era già parte dello stesso teatrino.
Orchestrato da altri, che stavano dietro.
Nessuna base per i nostri futuri, solo dello sperma pronto ad essere
utilizzato e forse anche male.
La musica degli anni '70, le canzoni, erano altri tempi che non ci sono più.
Ti hanno mai parlato di Prima Linea?
Hai mai visto niente delle Brigate Rosse? Erano gruppi musicali, rock e
psichedelici, facevano una musica che non si ascolta più e i loro live
eran micidiali. Purtroppo.
Nascondi tutto, di tutto un fascio. Mettiamo bombe a suon di musica e sarà
impossibile vedere la mano. La mano di Stato e la mano colpevole.
Spesso è la stessa. Silenzio è un revival.
Di tutto un fascio e sfascia tutto, poco importa se muore un innocente e
resta il dubbio per cent'anni se è il caso oppure ci stanno prendendo
per il culo. Importante però essere fantasiosi e parlare di amore e famiglia,
mai di sesso e piacere. La Chiesa vede. E provvede.
Perchè è e sarà per tutti un revival.
Mentre ballavano e cantavano intorno a un fuoco, qualcuno moriva per
le strade e forse non eran tutte rose e amori.
Da certa merda è vero che nascono i fiori, ma da altra merda è nato l'odio e
la P2, è cresciuta la Mafia e ora balliamo per un posto in televisione.
E' un revival, un souvenir di ciò che era.
Cartolina dalla Romagna, sa un pò di piadina ma è originale.
La musica degli anni '70 mi ricorda un fottuto revival.
lunedì, agosto 23, 2010
Incontri casuali cui ho fatto caso incontrandoli
Era l'estate del 2004, tornavo dalla Calabria solo, avevo lasciato i miei amici
su un treno diretto a Milano. Io sarei andato nelle Marche di lì a qualche ora,
facendo una tappa forzata alla Stazione Termini. Roma. La capitale di uno
Stato fantasma, dell'Italia palazzinara e di partito, del Paese in cui tutto è
concesso basta conoscere quelli "giusti", la Roma "città eterna", bella anche
quando dorme. Lì ho conosciuto A. fermo su una panchina di marmo. Sguardo
fisso, solo, perso. Avrà avuto dieci anni più di me e cento esperienze davanti
a lui che io non riuscivo a vedere. Ma zero speranze.
Parlava stanco del padre padrone, del sistema militare in casa, della fuga
da quel paesino e della fame che riesce a darti una città in cui sei solo.
Dove non sei niente. Io che mi sentivo vagabondo per un viaggio solitario,
un amante perfetto senza la pratica del letto.
Bevemmo birra sino alle 4 del mattino, poi mi lasciò lì solo, per andare ad
iniziare il suo giro quotidiano. Moneta per pane, uguale fame.
Non avevo libri con me e lessì tutto d'un fiato la sua storia. Senza fiatare.
Come quella volta a diciasett'anni. Estate '99, prima di andarmene in giro
per il mondo, ultima del millennio vecchio. Insomma ero dannatamente
giovane. Avevo preso una bicicletta dalla spiaggia, a chi non lo so.
Mi diressi con gli amici a vedere i fuochi artificiali, ma nel marasma, non so
come, li ho persi. Tutti. Che fare? Giro a caso, per vedere se trovo qualcuno.
Da una panchina mi chiama I. avrà trent'anni, ma alla mia età sembrava
già vecchia. Mi parla, mi chiede un sorso di birra, gliela porgo.
Fa la puttana, si sente morta, ha pochi denti e sorride lo stesso. La ascolto,
non so che dire e mi fa un pò paura. Io non so che dire, perchè mi parla?
Mi racconta tutto di lei, del perchè è in Italia e piange vedendo i fuochi.
Gli ricordano le bombe da cui è scappata, la Sarajevo di Milosevic, la
città del rinascimento slavo.
La ascolto tra il rumore di un fuoco e un altro, tra gli spari delle bombe
e un bambino che grida dalla sorpresa.
La ascolto e mi sento in un romanzo, senza poter mettere un punto e andare
a capo. Così riprendo la mia bicicletta rubata e torno sui miei passi sino
a dove l'ho trovato, all'indice del libro per dimenticare tutto.
Ma sin da bambino son cresciuto in mezzo alla strada, nel senso dei giardini
pubblici, del pallone, della panchina e la merenda a metà pomeriggio.
Il re del giardino era S. un barbone sui 70, dolce come il miele sinchè l'alcol
non prendeva possesso della sua mente, liberando il dolore che aveva dentro.
Figlio di una famiglia ricca, corso, lasciò tutto perchè tutto gli faceva schifo.
Era l'amico dei cani, ma solo di quelli che parlavano con Lui e dei bambini,
soprattutto di quelli che non parlavano. Per questo eravamo amici e quando
in casa mia madre cucinava qualcosa di buono volevo che un pezzo fosse per
lui. Non so che fine abbia fatto, questa città cancella le anime con la stessa
facilità con cui puoi strappare le pagine di un libro. Non rispettava nulla,
la morale, il nudo, Dio e la perfezione. Solo i più piccoli e i cani.
Non so quanti libri mi abbia raccontato S. con la sua vita, le sue manie e
perversioni. Un Buckowsky del Giambellino.
Non so nemmeno quante pagine non ho letto della gente che ho incontrato,
quanti indici indisposti o parole gettate al vento.
Con quante parole mi sono fatto libri e quanti racconti non mi han destato
nulla. Però da tutti gli S. gli N. le G. che ho incontrato ho cercato di farne un
riassunto e trarne storie per la mia storia personale.
su un treno diretto a Milano. Io sarei andato nelle Marche di lì a qualche ora,
facendo una tappa forzata alla Stazione Termini. Roma. La capitale di uno
Stato fantasma, dell'Italia palazzinara e di partito, del Paese in cui tutto è
concesso basta conoscere quelli "giusti", la Roma "città eterna", bella anche
quando dorme. Lì ho conosciuto A. fermo su una panchina di marmo. Sguardo
fisso, solo, perso. Avrà avuto dieci anni più di me e cento esperienze davanti
a lui che io non riuscivo a vedere. Ma zero speranze.
Parlava stanco del padre padrone, del sistema militare in casa, della fuga
da quel paesino e della fame che riesce a darti una città in cui sei solo.
Dove non sei niente. Io che mi sentivo vagabondo per un viaggio solitario,
un amante perfetto senza la pratica del letto.
Bevemmo birra sino alle 4 del mattino, poi mi lasciò lì solo, per andare ad
iniziare il suo giro quotidiano. Moneta per pane, uguale fame.
Non avevo libri con me e lessì tutto d'un fiato la sua storia. Senza fiatare.
Come quella volta a diciasett'anni. Estate '99, prima di andarmene in giro
per il mondo, ultima del millennio vecchio. Insomma ero dannatamente
giovane. Avevo preso una bicicletta dalla spiaggia, a chi non lo so.
Mi diressi con gli amici a vedere i fuochi artificiali, ma nel marasma, non so
come, li ho persi. Tutti. Che fare? Giro a caso, per vedere se trovo qualcuno.
Da una panchina mi chiama I. avrà trent'anni, ma alla mia età sembrava
già vecchia. Mi parla, mi chiede un sorso di birra, gliela porgo.
Fa la puttana, si sente morta, ha pochi denti e sorride lo stesso. La ascolto,
non so che dire e mi fa un pò paura. Io non so che dire, perchè mi parla?
Mi racconta tutto di lei, del perchè è in Italia e piange vedendo i fuochi.
Gli ricordano le bombe da cui è scappata, la Sarajevo di Milosevic, la
città del rinascimento slavo.
La ascolto tra il rumore di un fuoco e un altro, tra gli spari delle bombe
e un bambino che grida dalla sorpresa.
La ascolto e mi sento in un romanzo, senza poter mettere un punto e andare
a capo. Così riprendo la mia bicicletta rubata e torno sui miei passi sino
a dove l'ho trovato, all'indice del libro per dimenticare tutto.
Ma sin da bambino son cresciuto in mezzo alla strada, nel senso dei giardini
pubblici, del pallone, della panchina e la merenda a metà pomeriggio.
Il re del giardino era S. un barbone sui 70, dolce come il miele sinchè l'alcol
non prendeva possesso della sua mente, liberando il dolore che aveva dentro.
Figlio di una famiglia ricca, corso, lasciò tutto perchè tutto gli faceva schifo.
Era l'amico dei cani, ma solo di quelli che parlavano con Lui e dei bambini,
soprattutto di quelli che non parlavano. Per questo eravamo amici e quando
in casa mia madre cucinava qualcosa di buono volevo che un pezzo fosse per
lui. Non so che fine abbia fatto, questa città cancella le anime con la stessa
facilità con cui puoi strappare le pagine di un libro. Non rispettava nulla,
la morale, il nudo, Dio e la perfezione. Solo i più piccoli e i cani.
Non so quanti libri mi abbia raccontato S. con la sua vita, le sue manie e
perversioni. Un Buckowsky del Giambellino.
Non so nemmeno quante pagine non ho letto della gente che ho incontrato,
quanti indici indisposti o parole gettate al vento.
Con quante parole mi sono fatto libri e quanti racconti non mi han destato
nulla. Però da tutti gli S. gli N. le G. che ho incontrato ho cercato di farne un
riassunto e trarne storie per la mia storia personale.
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