Simone gioca a pallone tutti i pomeriggi, dopo la scuola. Sogna di giocare un
giorno a calcio, di diventare famoso. Chissà se ci riusciarà. Ma i sogni sono
belli proprio per questo, perchè ti lasciano la possibilità che si realizzino, così,
senza ansie e paure.
I sogni sono liberi.
Tante le ginocchia sbucciate al parco, perchè il terreno non è certo quello di
San Siro, ma la smorfia che hai visto fare a Nicola Berti ti fa passare ogni
male. Poi Ruben Sosa gioca anche se gli fa male il ginocchio e lui non può
essere da meno.
Certo non ha il fisico del Capitano, ma ci può lavorare.
A Simone hanno regalato la prima maglietta neroazzurra, ed è tanta
l'emozione. La indossa anche se è di lana, siamo alla fine degli anni '80 e
fa caldo perchè il suo compleanno è a luglio.
Mamma mia come pizzica indossata sulla pelle, però è come quella di Karl
Heize Rumenigge e non importa se fa sudare.
La maglia ha gli stessi colori della foto di Matthaus, Zenga, Bergomi e Ferri
che alzano al cielo il Trap.
Il suo primo titolo, a lungo l'unico.
Quando si perde a fantasticare,Simone lo fa pensando al calcio, alla maglia a
strisce nere e azzurre.
Sogna Simone, come tutti i bambini che non hanno l'assillo della quotidianità.
In fondo che male c'è, il calcio è un gioco.
Il calcio è vita.
Quanti pomeriggi passa ai giardini Simone, gioca con Alessandro, anche lui
interista, però portiere. Lui sogna Walter Zenga e Gianluca Pagliuca.
Gioca anche in una squadra, Simone. Qui con Carlo, Luca, Marco e gli altri
compagni, scimmiotta i campioni della sua squadra.
Ma si sa, i bambini volano con la fantasia e il calcio è un gioco.
In calcio è vita.
Simone ha girato in lungo e in largo, non fisicamente, ma con la testa. E' stato
in tutta Europa ed ha visto gli altri esultare, vincere. Li ha sentiti prenderlo
in giro. Il broncio in certe sere di Maggio era la maschera più comune e triste.
Ha incassato tutto Simone, perchè anche se è un bambino, sa cosa vuol dire la
delusione. Ha conosciuto sconfitte incredibili, che nemmeno un'autorete
ai giardini o all'oratorio...Helsingborg, Lugano, Villareal, Schalke04 e via
dicendo...potrebbe aver pianto tanto, come quella volta del 5 Maggio.
Ma è un bambino forte Simone.
Ora è ancora lì con la sua maglietta e un pallone tra i piedi, aspetta e intanto
sogna, perchè sognare fa restare bambini.
Simone aspetta e sogna. Ha spesso gli occhi carichi di lacrime, per le delusioni
passate e le gioie attuali, ma non piange Simone.
Simone aspetta, le ha tutte lì le sue lacrime. Una dopo l'altra, cadranno,
comunque vada, lui sa che cadranno.
Saranno lacrime nerazzurre dedicate a quei goal ai giardini, alle figurine, alle mille
rinunce per una partita, ad Alessandro, a Marco, a Davide, a Peppino, a Massimo,
a Josè, a Giacinto, a Carlo, a Luca...
Perchè i bambini sono fatti così e forse dopo quelle lacrime tutto sarà diverso.
L'angolo adatto per nani, ballerine, cantanti, troie, alcolizzati e illusi. Ovviamente qui nulla è serio...se sei dei nostri...benvenuto, entra pure
lunedì, maggio 17, 2010
martedì, maggio 11, 2010
Se guardo il sole senza occhiali vedo tanti puntini colorati*
Nella testa di mio nonno c'era come un Mondo circolare, a tutto tondo
fatto di campi, fabbriche e lunghe ore a lavorare.
Gli Stati Uniti erano un viaggio senza ritorno e col tempo diventeranno
la Libertà. Intesa come festa, come fine e come morte.
Tanti amici sotto terra e una guerra combattuta per un altro.
Non so se ringraziarlo per essere al Mondo o semplicemente per aver
abbandonato il fronte all'ennesimo richiamo di un coglione graduato.
A trent'anni era stata guerra, era famiglia e Milano era il centro di
un Mondo da conquistare.
Una casa col tinello, le prime ferie fatte con la famiglia e quella terra che gli
diede la libertà come sogno per un futuro in tranquillità.
Forse non è vero, ma come eravamo belli quando non avevamo un cazzo.
Nella di testa di mio padre c'era come un finimondo, ore perse a pensare
cosa c'era da colorare in un mondo in bianco e nero.
Tutti artisti, anche in fabbrica, era l'era del tutto a tutti.
Marce in strada, capelli lunghi e barbe incolte, pugni chiusi e tanti spari
a volte al vuoto e spesso a morte.
Manifestare spalla a spalla col proprio padre, operai e studenti.
Il Movimento, le Brigate, il bello e il brutto di anni andati e persi nel niente,
rimasti in pagine non più bianche e in ricordi più colorati della realtà.
A trent'anni un matrimonio, un appartamento e la speranza che negli anni
tutto cresca...la casa, la macchina, il bambino e la speranza.
Il lavoro è farsi il culo in fabbrica dall'alba, perchè dalla rivoluzione si
è passati al concreto. La fine dell'utopia.
La verità ha preso ciò che ha dato. Pari.
Forse non è realistico ma quanto cazzo eravamo belli quando sognavamo.
Nella testa del mio io tutto è vortice piangente, insoddisfazione e fascino che
prendono la mente.
Un lavoro zoppicante, conto in banca controverso e un domani appeso al filo
dove stendo le mutande. Avevan pochi vestiti, non andavano al cinema
solo il partito e le sfide qualificavan la vita. Tutto diverso da adesso.
Forse loro sono l'esempio, dovrei guardare anche a loro, sogni e concretezze.
Niente sogni d'avventure, spazzature accumulate e tante sirene all'orizzonte.
Musica, luci in sala, microfono acceso...ma mi manca la voce.
Però anch'io sogno nel mio piccolo, senza avere un cazzo tra le mani.
Forse è perchè eran belli e sognanti senza un cazzo che mi sento fuori luogo
in questa epoca danzante.
*non è scientificamente provato, ma per conferma chiedete a qualsiasi bambino
fatto di campi, fabbriche e lunghe ore a lavorare.
Gli Stati Uniti erano un viaggio senza ritorno e col tempo diventeranno
la Libertà. Intesa come festa, come fine e come morte.
Tanti amici sotto terra e una guerra combattuta per un altro.
Non so se ringraziarlo per essere al Mondo o semplicemente per aver
abbandonato il fronte all'ennesimo richiamo di un coglione graduato.
A trent'anni era stata guerra, era famiglia e Milano era il centro di
un Mondo da conquistare.
Una casa col tinello, le prime ferie fatte con la famiglia e quella terra che gli
diede la libertà come sogno per un futuro in tranquillità.
Forse non è vero, ma come eravamo belli quando non avevamo un cazzo.
Nella di testa di mio padre c'era come un finimondo, ore perse a pensare
cosa c'era da colorare in un mondo in bianco e nero.
Tutti artisti, anche in fabbrica, era l'era del tutto a tutti.
Marce in strada, capelli lunghi e barbe incolte, pugni chiusi e tanti spari
a volte al vuoto e spesso a morte.
Manifestare spalla a spalla col proprio padre, operai e studenti.
Il Movimento, le Brigate, il bello e il brutto di anni andati e persi nel niente,
rimasti in pagine non più bianche e in ricordi più colorati della realtà.
A trent'anni un matrimonio, un appartamento e la speranza che negli anni
tutto cresca...la casa, la macchina, il bambino e la speranza.
Il lavoro è farsi il culo in fabbrica dall'alba, perchè dalla rivoluzione si
è passati al concreto. La fine dell'utopia.
La verità ha preso ciò che ha dato. Pari.
Forse non è realistico ma quanto cazzo eravamo belli quando sognavamo.
Nella testa del mio io tutto è vortice piangente, insoddisfazione e fascino che
prendono la mente.
Un lavoro zoppicante, conto in banca controverso e un domani appeso al filo
dove stendo le mutande. Avevan pochi vestiti, non andavano al cinema
solo il partito e le sfide qualificavan la vita. Tutto diverso da adesso.
Forse loro sono l'esempio, dovrei guardare anche a loro, sogni e concretezze.
Niente sogni d'avventure, spazzature accumulate e tante sirene all'orizzonte.
Musica, luci in sala, microfono acceso...ma mi manca la voce.
Però anch'io sogno nel mio piccolo, senza avere un cazzo tra le mani.
Forse è perchè eran belli e sognanti senza un cazzo che mi sento fuori luogo
in questa epoca danzante.
*non è scientificamente provato, ma per conferma chiedete a qualsiasi bambino
lunedì, maggio 10, 2010
cosa c'è dopo l'attimo che è appena passato
Cosa sono gli attimi quando li metti in fila uno dopo l'altro?
Sono cose da vivere o meglio ascoltarle?
A volte mi fermo a pensare al tempo perso nelle file o in lunghe attese
e mi rendo conto che sono attimi persi, negati a qualcosa e a qualcuno.
A me stesso, in primo luogo.
Ma io non sono un luogo, tantomeno una cosa.
Perchè se è vero che fango e polvere ti sporcano, quanto è lungo l'attimo
passato in doccia con l'acqua bollente a farti sentire forte l'odore dell'
erba e il freddo del tempo.
Perchè anche in estate per alcuni lunghi attimi ho sentito freddo ed ho
tremato. Per un lungo attimo.
Isolato, ma lungo.
L'attimo perso nel niente, a fissare il vuoto o la parete bianca che ho davanti,
mi è servito a colorarne tanti altri, a sognarne alcuni e a desiderare che si
possano sciogliere nel niente o bruciare certi ricordi.
L'attimo in cui si consumò Dio e quello in cui lo tradirono.
L'attimo in cui scoppià la rissa e quello in cui inizia una notte insonne.
L'attimo del niente.
Ma forse non sarà per un attimo che dovrò attendere il silenzio, non per
uno solo. Sarà una serie di attimi che trova il suo riassunto in quattro
lettere. La vita è forse il riassunto di tutti gli attimi passati, ma anche la
differenza di tutti gli attimi che hai lasciato passare indenni, senza averli
ammazzati con la quotidinianità.
E' la vita che va avanti, anche quando siamo girati dall'altra parte.
Tutto scorre.
Soltanto che non riesco a fingere di sorridere per più di qualche ora.
Vorrà dire che mi fermerò un attimo a pensarci, prima che sia troppo tardi.
Sono cose da vivere o meglio ascoltarle?
A volte mi fermo a pensare al tempo perso nelle file o in lunghe attese
e mi rendo conto che sono attimi persi, negati a qualcosa e a qualcuno.
A me stesso, in primo luogo.
Ma io non sono un luogo, tantomeno una cosa.
Perchè se è vero che fango e polvere ti sporcano, quanto è lungo l'attimo
passato in doccia con l'acqua bollente a farti sentire forte l'odore dell'
erba e il freddo del tempo.
Perchè anche in estate per alcuni lunghi attimi ho sentito freddo ed ho
tremato. Per un lungo attimo.
Isolato, ma lungo.
L'attimo perso nel niente, a fissare il vuoto o la parete bianca che ho davanti,
mi è servito a colorarne tanti altri, a sognarne alcuni e a desiderare che si
possano sciogliere nel niente o bruciare certi ricordi.
L'attimo in cui si consumò Dio e quello in cui lo tradirono.
L'attimo in cui scoppià la rissa e quello in cui inizia una notte insonne.
L'attimo del niente.
Ma forse non sarà per un attimo che dovrò attendere il silenzio, non per
uno solo. Sarà una serie di attimi che trova il suo riassunto in quattro
lettere. La vita è forse il riassunto di tutti gli attimi passati, ma anche la
differenza di tutti gli attimi che hai lasciato passare indenni, senza averli
ammazzati con la quotidinianità.
E' la vita che va avanti, anche quando siamo girati dall'altra parte.
Tutto scorre.
Soltanto che non riesco a fingere di sorridere per più di qualche ora.
Vorrà dire che mi fermerò un attimo a pensarci, prima che sia troppo tardi.
mercoledì, maggio 05, 2010
Io, semplicemente io
Sono un miscredente, non credo in Dio, figuriamoci come potrei credere in
me stesso.
Non sono analisi logiche o grammaticali del proprio io, ma forse mi sbaglio e
vedo un pupazzo che parla.
Non vaneggio. Potremmo cominciare con un ricordo, qualcosa che è in testa,
galleggia. Mangiare fino a star male e poi vomitarla fuori.
Un paio di scarpe nuove possono essere l'ideale, qualcosa di sicuro su cui
credere. Sulla loro durata, su quanto le puoi usare. Su quanto puoi correrci
sopra e scappare dalla tua ombra. Basterebbero scarpe nuove.
Credo di non sapere in cosa credere, per questo, forse soltanto per questo,
credo di non credere in me stesso.
In me e nell'ombra che proietto. Spero nella mia proiezione. Forse questo sì.
Però. Non ne sono molto convinto.
Ecco non sono convinto di credere a questo.
Con questo non intendo tutto. Credo nel vento, nel colore rosso e nell'effetto
dei lassativi. L'odore del fango negli allenamenti invernali, quelli in cui capisci
perchè giochi a calcio. Penso, non credo, che i consigli sbagliati siano i più
divertenti. Credo di averne dati molti.
Credo in ciò che appare, ma soltanto quando scompare dalla mia vista. Per
sempre. Insomma...valori importanti ma in fondo...
Se leggo qualcosa vorrei saperne di più, leggere tutto ciò che è correlato,
sapere chi è l'autore, cosa mangia, in che crede se crede o cosa vota.
Perchè quel personaggio usa quel linguaggio e cosa faceva prima del libro?
Sono in miscredente, non credo in Dio, come cazzo potrei credere in me stesso.
me stesso.
Non sono analisi logiche o grammaticali del proprio io, ma forse mi sbaglio e
vedo un pupazzo che parla.
Non vaneggio. Potremmo cominciare con un ricordo, qualcosa che è in testa,
galleggia. Mangiare fino a star male e poi vomitarla fuori.
Un paio di scarpe nuove possono essere l'ideale, qualcosa di sicuro su cui
credere. Sulla loro durata, su quanto le puoi usare. Su quanto puoi correrci
sopra e scappare dalla tua ombra. Basterebbero scarpe nuove.
Credo di non sapere in cosa credere, per questo, forse soltanto per questo,
credo di non credere in me stesso.
In me e nell'ombra che proietto. Spero nella mia proiezione. Forse questo sì.
Però. Non ne sono molto convinto.
Ecco non sono convinto di credere a questo.
Con questo non intendo tutto. Credo nel vento, nel colore rosso e nell'effetto
dei lassativi. L'odore del fango negli allenamenti invernali, quelli in cui capisci
perchè giochi a calcio. Penso, non credo, che i consigli sbagliati siano i più
divertenti. Credo di averne dati molti.
Credo in ciò che appare, ma soltanto quando scompare dalla mia vista. Per
sempre. Insomma...valori importanti ma in fondo...
Se leggo qualcosa vorrei saperne di più, leggere tutto ciò che è correlato,
sapere chi è l'autore, cosa mangia, in che crede se crede o cosa vota.
Perchè quel personaggio usa quel linguaggio e cosa faceva prima del libro?
Sono in miscredente, non credo in Dio, come cazzo potrei credere in me stesso.
lunedì, aprile 26, 2010
L'uomo che voleva la Luna
Sono al terzo piano del palazzo diroccato.
Gli amanti di Boudelaire direbbero decadente, ma a me non piace come
aggettivo. Lo fa sembrare interessante e non lo è.
In casa ho ancora i miei vecchi dischi di vinile, il caffè in polvere e una
scatola di cerini svedesi, semivuota.
Sul davanzale campeggia ciò che resta di una pianta di gerani. Forse mi
sbaglio e sono orchidee, poco importa.
Insomma, tutto l'indispensabile per la sopravvivenza domestica di un uomo.
Io sono SOLO. Il mio nome è SOLO.
Il palazzo si stacca dagli altri, più bassi e tozza, sulla terza strada di Anyway.
Nella provincia di niente, dove la realtà arriva dove riesce ad arrivare il tuo
sguardo o sin dove arriva la luce del lampione. Oltre...chissà...
Eravamo rimasti in quattro dopo la grande fuga dal niente, perchè nel nostro
sogno si campava di poco. Poi ho avuto fame.
La prima volta è stata AMORE, l'ho uccisa di notte in mezzo ai festeggiamenti
per le strade vuote. Soli in in vicolo, l'ho strozzata guardandola negli occhi.
AMORE...le ho mangiato il cuore con avidità perchè restasse in me qualcosa
di lei, del suo spirito, del suo senso. Ancora ricordo il sangue caldo scivolarmi in
gola come birra fresca quando hai sete. Ho pianto a dirotto ma la pioggia ha
cancellato ogni lacrima, come se nulla fosse.
Nella mia stanza, quando si alza la voce di Jim Morrison è un olocausto di
emozioni, cadono a terra una dopo l'altra senza nemmeno avere il tempo di
gridare. Sorde.
Ma non potevo rimanere fermo, ormai era iniziata l'espiazione da tutto e da
tutti. DENARO l'ho trovato il mattino dopo, intento a estendere il proprio io
al di là di ciò che sapevamo esserci. Non capiva che eravamo uno in meno,
non ha mai considerato ci fossero "altri".
E' stato un sollievo ucciderlo con l'inganno...un lieve sollievo, come l'alito di
vento generato dal tubo in ferro sulla sua testa.
Non ho potuto far altro che usare le sue mani per lavare il suo corpo, eliminando
i pensieri, gli odori e le paure che sapeva dare la sua voglia di arrivare.
DENARO...non credo di essergli mai stato tanto legato. Perlomeno credo.
Quando arrivai di fronte a SESSO, feci fatica a guardarlo negli occhi.
Ma penso avesse già inteso. Tutto doveva finire così.
Anche la Luna in cielo mi diceva questo. Fu difficile restare solo e sottorrare
i suoi genitali. Due metri di terra avrebbero tenuto lontano tutti i cani
randagi di Anyway, se solo ce ne fossero stati.
SESSO...e rimasi davvero SOLO.
Sono passati giorni da quando sono davvero SOLO, niente nel giro di tutti
questi isolati. Luci fredde, negozi vuoti. Esco soltanto la notte per non vivere
insieme alla mia ombra, che mi fa paura e mi ricorda da dove vengo e dove posso
arrivare. Sempre un passo avanti o uno dietro.
Poi la notte guardo il cielo e vedo la Luna. L'unica compagnia, l'unico bagliore che
riesco a sopportare. Forse è proprio per questo che vorrei farla mia, per non
condividerla con nessuno. SOLO.
Gli amanti di Boudelaire direbbero decadente, ma a me non piace come
aggettivo. Lo fa sembrare interessante e non lo è.
In casa ho ancora i miei vecchi dischi di vinile, il caffè in polvere e una
scatola di cerini svedesi, semivuota.
Sul davanzale campeggia ciò che resta di una pianta di gerani. Forse mi
sbaglio e sono orchidee, poco importa.
Insomma, tutto l'indispensabile per la sopravvivenza domestica di un uomo.
Io sono SOLO. Il mio nome è SOLO.
Il palazzo si stacca dagli altri, più bassi e tozza, sulla terza strada di Anyway.
Nella provincia di niente, dove la realtà arriva dove riesce ad arrivare il tuo
sguardo o sin dove arriva la luce del lampione. Oltre...chissà...
Eravamo rimasti in quattro dopo la grande fuga dal niente, perchè nel nostro
sogno si campava di poco. Poi ho avuto fame.
La prima volta è stata AMORE, l'ho uccisa di notte in mezzo ai festeggiamenti
per le strade vuote. Soli in in vicolo, l'ho strozzata guardandola negli occhi.
AMORE...le ho mangiato il cuore con avidità perchè restasse in me qualcosa
di lei, del suo spirito, del suo senso. Ancora ricordo il sangue caldo scivolarmi in
gola come birra fresca quando hai sete. Ho pianto a dirotto ma la pioggia ha
cancellato ogni lacrima, come se nulla fosse.
Nella mia stanza, quando si alza la voce di Jim Morrison è un olocausto di
emozioni, cadono a terra una dopo l'altra senza nemmeno avere il tempo di
gridare. Sorde.
Ma non potevo rimanere fermo, ormai era iniziata l'espiazione da tutto e da
tutti. DENARO l'ho trovato il mattino dopo, intento a estendere il proprio io
al di là di ciò che sapevamo esserci. Non capiva che eravamo uno in meno,
non ha mai considerato ci fossero "altri".
E' stato un sollievo ucciderlo con l'inganno...un lieve sollievo, come l'alito di
vento generato dal tubo in ferro sulla sua testa.
Non ho potuto far altro che usare le sue mani per lavare il suo corpo, eliminando
i pensieri, gli odori e le paure che sapeva dare la sua voglia di arrivare.
DENARO...non credo di essergli mai stato tanto legato. Perlomeno credo.
Quando arrivai di fronte a SESSO, feci fatica a guardarlo negli occhi.
Ma penso avesse già inteso. Tutto doveva finire così.
Anche la Luna in cielo mi diceva questo. Fu difficile restare solo e sottorrare
i suoi genitali. Due metri di terra avrebbero tenuto lontano tutti i cani
randagi di Anyway, se solo ce ne fossero stati.
SESSO...e rimasi davvero SOLO.
Sono passati giorni da quando sono davvero SOLO, niente nel giro di tutti
questi isolati. Luci fredde, negozi vuoti. Esco soltanto la notte per non vivere
insieme alla mia ombra, che mi fa paura e mi ricorda da dove vengo e dove posso
arrivare. Sempre un passo avanti o uno dietro.
Poi la notte guardo il cielo e vedo la Luna. L'unica compagnia, l'unico bagliore che
riesco a sopportare. Forse è proprio per questo che vorrei farla mia, per non
condividerla con nessuno. SOLO.
giovedì, aprile 22, 2010
Vanesio è morto qui
Mio nonno non era uno stinco di santo. Anche perchè era grande e grosso.
Forse meglio dire che io da piccolo lo vedevo così, grande e grosso.
Un pò come il gigante buono.
Il mito da inseguire e che ti sa seguire.
A piccoli passi, paralleli ai tuoi. I miei. Anche adesso che non c'è più.
Mi ha detto e insegnato tante cose, il nonno.
Come a distruggere i miti quando il peso della coscienza va oltre la gravità.
Il perchè gli stronzi galleggiano è chiaro a tutti oramai.
Io l'ho imparato grazie a lui.
Sarà per questo che ho deciso di picchiarti. Non ti devi preoccupare, sarò
chirurgico e affettuoso, caldo e partecipe, ma il tuo volto infastidisce la mia
stima verso te. Ormai icona, attraversi l'impotenza attuale.
Devo sfigurarti adesso, per me ma anche per te. Ti rendi conto di quanto non
sanno chi sei ma ti riconoscono, senza fede.
Mi spiace Che ma il tuo viso offende la tua grandezza.
Così come tutti sappiamo dell'esistenza di Gesù. Non è vero?
Sarà per questo che vorrei tirarti le bottiglie vuote delle birre che mi sono
appena bevuto pensandoti, eri su quella croce che ti sei fatto costruire.
Perchè anche se apprezzo il tuo sforzo, mio caro, ti do del coglione.
Sì, sei un coglione, perchè ti sei fidato del tuo alleato più sleale, quello a tua
immagine e somiglianza. Il traditore.
Senza contare che quando ero piccino avrei schiacciato Grande Puffo e il suo
cappuccio rosso. Non l'ho visto mai nei paraggi dei miei occhi e devo dire che
se l'è cavata bene standomi alla larga.
Perchè se ogni bambino vede il padre come un Dio, io ti chiedo perchè un
giorno o l'altro non facciamo a pugni, per capire dove possiamo arrivare.
Il limite estremo del complesso volersi bene o l'antitesi del rispetto.
Perchè non ci sfoghiamo così anzichè non parlare, perchè dovrei far nascere
mio figlio in questo mondo e dargli le delusioni che ho avuto io?
Perchè prenderlo mano nella mano e dirgli tutto senza parlare?
Perchè mio nonno mi ha insegnato a fare a pugni coi miei miti e uccidere la
vanità di me stesso, del mio stesso Vanesio, che ho ucciso troppo giovane...?
Forse meglio dire che io da piccolo lo vedevo così, grande e grosso.
Un pò come il gigante buono.
Il mito da inseguire e che ti sa seguire.
A piccoli passi, paralleli ai tuoi. I miei. Anche adesso che non c'è più.
Mi ha detto e insegnato tante cose, il nonno.
Come a distruggere i miti quando il peso della coscienza va oltre la gravità.
Il perchè gli stronzi galleggiano è chiaro a tutti oramai.
Io l'ho imparato grazie a lui.
Sarà per questo che ho deciso di picchiarti. Non ti devi preoccupare, sarò
chirurgico e affettuoso, caldo e partecipe, ma il tuo volto infastidisce la mia
stima verso te. Ormai icona, attraversi l'impotenza attuale.
Devo sfigurarti adesso, per me ma anche per te. Ti rendi conto di quanto non
sanno chi sei ma ti riconoscono, senza fede.
Mi spiace Che ma il tuo viso offende la tua grandezza.
Così come tutti sappiamo dell'esistenza di Gesù. Non è vero?
Sarà per questo che vorrei tirarti le bottiglie vuote delle birre che mi sono
appena bevuto pensandoti, eri su quella croce che ti sei fatto costruire.
Perchè anche se apprezzo il tuo sforzo, mio caro, ti do del coglione.
Sì, sei un coglione, perchè ti sei fidato del tuo alleato più sleale, quello a tua
immagine e somiglianza. Il traditore.
Senza contare che quando ero piccino avrei schiacciato Grande Puffo e il suo
cappuccio rosso. Non l'ho visto mai nei paraggi dei miei occhi e devo dire che
se l'è cavata bene standomi alla larga.
Perchè se ogni bambino vede il padre come un Dio, io ti chiedo perchè un
giorno o l'altro non facciamo a pugni, per capire dove possiamo arrivare.
Il limite estremo del complesso volersi bene o l'antitesi del rispetto.
Perchè non ci sfoghiamo così anzichè non parlare, perchè dovrei far nascere
mio figlio in questo mondo e dargli le delusioni che ho avuto io?
Perchè prenderlo mano nella mano e dirgli tutto senza parlare?
Perchè mio nonno mi ha insegnato a fare a pugni coi miei miti e uccidere la
vanità di me stesso, del mio stesso Vanesio, che ho ucciso troppo giovane...?
martedì, aprile 20, 2010
Solo amari andati a male
...sono caduto in un sonno come non mi capitava da tanto tempo.
Troppo, forse.
Alla mia destra un cumulo di grida mi fa capire che non è un sogno.
Intendiamoci...sto sognando e sto dormendo, ma questo non è per un cazzo
un "sogno". Non uno di quelli intesi normalmente, con luci e paesaggi incantati,
fanciulle in bikini e pesci rossi in vasche tonde. No.
Questo era un sogno di quelli brutti, che però non ti spaventano. Un incubo
potrei chiamarlo, ma non vorrei farti andare fuori strada. Perchè in questo
sogno, chiamiamolo facilmente così, io c'ero già stato.
Infatti lo vedo, lo riconosco.
Erano quattro fottuti anni che non lo vedevo più.
Mi giro dall'altra parte, faccio finta di non vederlo, di non volerlo vedere.
Di non volerlo.
ciao coglione come stai...ciao Tyler, sempre molto carino vedo, un lustro
non ti ha cambiato per niente...avrebbe dovuto? in caso posso sempre
cambiare ...che cazzo vuoi stavolta? soldi, caramelle e confetti? se vuoi
sono diventato molto bravo negli abbracci...non fare lo spiritoso, sono
davvero nei guai, anzi sono diventato un guaio per me stesso... che vuoi
dire? spiega...voglio dire... spiegami soltanto se davvero lo vuoi fare...
infatti ti vorrei dire che...attento, poi non incazzarti se...ooooh mi hai rotto
i coglioni! capito? il solo fatto che mi sembra di parlare a uno specchio mi
innervosisce. se in più ci metti anche il tuo carattere del cazzo, me ne vado
a cercare aiuto da un'altra parte. anche in una fottutissima Chiesa se
dovesse servire...andresti davvero da un prete? ok ok, scusa. ho sbagliato,
ma sai benissimo cosa penso di te e me...lo so, lo so bene... che ti succede,
spara... non lo so. ecco che succede...non lo so...che cazzo vuol dire "non lo so"?!?...
vuol dire che è come quando fuori piove ma c'è il sole che accende la giornata.
come quando ci ammazzavamo di alcolici andati a male sole per il fatto
che era bello vomitarci tutto in faccia...sì, ricordo. però continuo a non
capirti...perfetto, sei il solito cazzo di specchio. rifletti e basta, non capisci...
sfotti pure, la differenza tra noi è solo che io sono bello...no caro la differenza
è un'altra. è che tu sei vero e io onirico...parolone...parolone un cazzo,
verità...la verità sta a zero nei nostri discorsi lo sai, vero?...lo so, lo so, ma
è comunque la linea guida o l'orizzonte lontano, vedi tu cosa preferisci...
preferirei il niente, anche quando fingo di essere felice, il niente...
era proprio questo che volevo dire, avevo voglia di piangere e l'unico con
cui potevo farlo, sei tu...io...io
Credo di non essermi svegliato bene. Non ricordo nulla di quella mattinata e
a tratti penso a cosa possa averla generata. Sarà stato il grande freddo di ieri
sera o la voglia di vomitare che mi passa per la testa. Saranno gli occhi gonfi
per il vento che entra dentro, saranno i pensieri mossi dal vento, sarà il vento
uscendo dalle orecchie mi genera urla e lamenti che mi fanno paura.
Ma Tyler qui non c'è e anche io ho voglia di piangere.
Ancora.
Troppo, forse.
Alla mia destra un cumulo di grida mi fa capire che non è un sogno.
Intendiamoci...sto sognando e sto dormendo, ma questo non è per un cazzo
un "sogno". Non uno di quelli intesi normalmente, con luci e paesaggi incantati,
fanciulle in bikini e pesci rossi in vasche tonde. No.
Questo era un sogno di quelli brutti, che però non ti spaventano. Un incubo
potrei chiamarlo, ma non vorrei farti andare fuori strada. Perchè in questo
sogno, chiamiamolo facilmente così, io c'ero già stato.
Infatti lo vedo, lo riconosco.
Erano quattro fottuti anni che non lo vedevo più.
Mi giro dall'altra parte, faccio finta di non vederlo, di non volerlo vedere.
Di non volerlo.
ciao coglione come stai...ciao Tyler, sempre molto carino vedo, un lustro
non ti ha cambiato per niente...avrebbe dovuto? in caso posso sempre
cambiare ...che cazzo vuoi stavolta? soldi, caramelle e confetti? se vuoi
sono diventato molto bravo negli abbracci...non fare lo spiritoso, sono
davvero nei guai, anzi sono diventato un guaio per me stesso... che vuoi
dire? spiega...voglio dire... spiegami soltanto se davvero lo vuoi fare...
infatti ti vorrei dire che...attento, poi non incazzarti se...ooooh mi hai rotto
i coglioni! capito? il solo fatto che mi sembra di parlare a uno specchio mi
innervosisce. se in più ci metti anche il tuo carattere del cazzo, me ne vado
a cercare aiuto da un'altra parte. anche in una fottutissima Chiesa se
dovesse servire...andresti davvero da un prete? ok ok, scusa. ho sbagliato,
ma sai benissimo cosa penso di te e me...lo so, lo so bene... che ti succede,
spara... non lo so. ecco che succede...non lo so...che cazzo vuol dire "non lo so"?!?...
vuol dire che è come quando fuori piove ma c'è il sole che accende la giornata.
come quando ci ammazzavamo di alcolici andati a male sole per il fatto
che era bello vomitarci tutto in faccia...sì, ricordo. però continuo a non
capirti...perfetto, sei il solito cazzo di specchio. rifletti e basta, non capisci...
sfotti pure, la differenza tra noi è solo che io sono bello...no caro la differenza
è un'altra. è che tu sei vero e io onirico...parolone...parolone un cazzo,
verità...la verità sta a zero nei nostri discorsi lo sai, vero?...lo so, lo so, ma
è comunque la linea guida o l'orizzonte lontano, vedi tu cosa preferisci...
preferirei il niente, anche quando fingo di essere felice, il niente...
era proprio questo che volevo dire, avevo voglia di piangere e l'unico con
cui potevo farlo, sei tu...io...io
Credo di non essermi svegliato bene. Non ricordo nulla di quella mattinata e
a tratti penso a cosa possa averla generata. Sarà stato il grande freddo di ieri
sera o la voglia di vomitare che mi passa per la testa. Saranno gli occhi gonfi
per il vento che entra dentro, saranno i pensieri mossi dal vento, sarà il vento
uscendo dalle orecchie mi genera urla e lamenti che mi fanno paura.
Ma Tyler qui non c'è e anche io ho voglia di piangere.
Ancora.
lunedì, aprile 05, 2010
Il mercante dei sogni
Strade piene ne vediamo tutti i giorni qui in città, dai mercanti ai compratori,
dai sogni ai pensieri che ogni notte escono dalle case ai narratori che di giorni li
inseguono per poterli raccontare.
Gente di ogni tipo e colore, alcuni riconoscibile altri ombre di passaggio.
Ogni mattina arrivava in piazza il giovane cantante, egli stesso scrittore e attore
delle proprie storie, visitatore perverso delle menti di vecchi e bambini.
Si racconta abbia musicato anche gli incubo del suo pesce rosso, morto di crepacuore.
Non che abbia una bella voce, tantomeno si può dire che il suono della sua chitarra
sia sinuoso ed accattivante.
Ma ha quel qualcosa in più che lo differenzia dagli altri, forse il bel viso, il suo
essere malinconico e al tempo stesso pieno di sorrisi.
Sarà il bel cappello che nasconde parte dei suoi occhi, così da non far mai capire in
pieno cosa vogliano esprimere i suoi occhi, ma anche questa è soltanto una
supposizione.
Il paese è pieno di mercanti vecchi e giovani, imbellettati e profumati come le
ballerine dei varietà o viscidi come il pubblico delle prime file di quegli stessi
spettacoli. Avevano un grande successo, ancora maggiore rispetto al canta storie.
Lui cantava i loro sogni e i loro pensieri, ma niente che non conoscessero in
precedenza. In cuor suo ha sempre odiato le novità, i colpi di testa e i tagli di
capelli troppo corti. I venditori invece hanno casse piene di stranezze e di
promesse, vendute a prezzo bassissimo perchè ciò che interessa è il successo
immediato, l'acquisto senza condizioni, l'apparire con l'offerta migliore, il sorriso
più bello o l'affare più vantaggioso. E' così che il cantastorie vede passare davanti
ai suoi occhi fogli di carta e monete, cantando di orizzonti lontani e amori nascosti,
paure di fallimenti e repressioni basso addominali.
Tentando di mettere tutti in guardia dall'acquisto ossessivo della novità, dalla
paura dell'essere sempre alla moda o dalla semplicemente dalla smania di
apparire, ma proprio per queste teorie più di uno in paese lo guarda come un matto.
Venditori ogni giorno portano in piazza la morale e proposte di aumenti nelle
proprie potenzialità, proponendo funerali alle proprie realtà e matrimoni con
Mondi lontani. Vendono sogni, mercanteggiano futuri arricchendo il proprio ego e
la sacca delle monete che ormai non riescono a legarsi ai calzoni.
Il cantastorie preferì non voler più capire niente, abbandonare ogni velleitudine,
conscio che in questa vita non avrebbe cambiato nessuno con parole e poesie,
avrebbe strappato altri sorrisi e qualche bacio, forse qualcuno gli avrebbe
riconosciuto la giusta gloria ma soltanto dopo un buon acquisto alla moda.
E' così che decise di lasciare la sua terra e il cuscino, lasciando ai posteri una sola
frase scritta sul muro della sua casa:
"i vostri sogni non hanno un prezzo, se non quello che siete disposti a spendere per
continuare a sognare"
dai sogni ai pensieri che ogni notte escono dalle case ai narratori che di giorni li
inseguono per poterli raccontare.
Gente di ogni tipo e colore, alcuni riconoscibile altri ombre di passaggio.
Ogni mattina arrivava in piazza il giovane cantante, egli stesso scrittore e attore
delle proprie storie, visitatore perverso delle menti di vecchi e bambini.
Si racconta abbia musicato anche gli incubo del suo pesce rosso, morto di crepacuore.
Non che abbia una bella voce, tantomeno si può dire che il suono della sua chitarra
sia sinuoso ed accattivante.
Ma ha quel qualcosa in più che lo differenzia dagli altri, forse il bel viso, il suo
essere malinconico e al tempo stesso pieno di sorrisi.
Sarà il bel cappello che nasconde parte dei suoi occhi, così da non far mai capire in
pieno cosa vogliano esprimere i suoi occhi, ma anche questa è soltanto una
supposizione.
Il paese è pieno di mercanti vecchi e giovani, imbellettati e profumati come le
ballerine dei varietà o viscidi come il pubblico delle prime file di quegli stessi
spettacoli. Avevano un grande successo, ancora maggiore rispetto al canta storie.
Lui cantava i loro sogni e i loro pensieri, ma niente che non conoscessero in
precedenza. In cuor suo ha sempre odiato le novità, i colpi di testa e i tagli di
capelli troppo corti. I venditori invece hanno casse piene di stranezze e di
promesse, vendute a prezzo bassissimo perchè ciò che interessa è il successo
immediato, l'acquisto senza condizioni, l'apparire con l'offerta migliore, il sorriso
più bello o l'affare più vantaggioso. E' così che il cantastorie vede passare davanti
ai suoi occhi fogli di carta e monete, cantando di orizzonti lontani e amori nascosti,
paure di fallimenti e repressioni basso addominali.
Tentando di mettere tutti in guardia dall'acquisto ossessivo della novità, dalla
paura dell'essere sempre alla moda o dalla semplicemente dalla smania di
apparire, ma proprio per queste teorie più di uno in paese lo guarda come un matto.
Venditori ogni giorno portano in piazza la morale e proposte di aumenti nelle
proprie potenzialità, proponendo funerali alle proprie realtà e matrimoni con
Mondi lontani. Vendono sogni, mercanteggiano futuri arricchendo il proprio ego e
la sacca delle monete che ormai non riescono a legarsi ai calzoni.
Il cantastorie preferì non voler più capire niente, abbandonare ogni velleitudine,
conscio che in questa vita non avrebbe cambiato nessuno con parole e poesie,
avrebbe strappato altri sorrisi e qualche bacio, forse qualcuno gli avrebbe
riconosciuto la giusta gloria ma soltanto dopo un buon acquisto alla moda.
E' così che decise di lasciare la sua terra e il cuscino, lasciando ai posteri una sola
frase scritta sul muro della sua casa:
"i vostri sogni non hanno un prezzo, se non quello che siete disposti a spendere per
continuare a sognare"
mercoledì, marzo 31, 2010
Speranza
Cantavano sempre e solo quella canzone, che il resto andasse a fare in culo.
Col finestrino abbassato, schiaffi d'aria fredda in faccia.
Non deve stare tutto dentro la propria visuale per credere che sia reale e
allora avanti a sognare e credere che sia possibile.
C'era speranza, l'han vista passare e l'han fissata in qualche istantanea scattata
velocemente. In realtà non si vede bene, sembra soltanto una scia, un pallido lampo.
No, cazzo. Anche stavolta l'abbiam lasciata andare. Colpevoli.
Anche se non è mai facile scattare foto da un auto in movimento.
Ma speranza c'era.
Ripensarono chiaramente che la bellezza è un controsenso.
Troppo brutta da far vedere e troppo bella da tenere nascosta sotto strati di
ipocrisia. Molto meglio truccarla, mascherarla, sfigurarla.
Farle del male, se è il caso, ma darle lo stesso un peso, un'importanza. Allo
stesso tempo, dopo l'ennesima sorsata di qualche amaro comprato a poco
prezzo, giunsero alla conclusione che speranza e bellezza avevano la stessa
natura, lo stesso colore, gli stessi capelli.
Che forse era bella quella che avevan visto passare qualche ora prima in auto,
ma tornarono a cantare quella fottutissima canzone e si dimenticarono di lei,
perdendo per sempre la speranza per quella notte.
Pensi davvero che fosse lei?
Credono che al mondo esista un Dio, anche se non sanno precisare di quale
religione. Ma deve esserci, è quello che si occupa delle cose banali.
"Se l'acqua calda ha il rubinetto rosso e quella fredda blu, qualcuno avrà pur detto
la sua dall'alto".
"Certo ci sarà qualcuno che ha inventato la lettura dei fondi del
caffè".
"Già...sì...e poi il vento...chi lo alimenta il vento?".
Tutto questa era viziato dal loro vizio più frequente, dal sognare e dal rimanere
fermi ad occhi aperti a pensare. Magari cantando a squarciagola oppure stando in
apnea senza bombole e senza ossigeno.
La rivoluzione era finita, lo stesso nastro della canzone si era ormai consumato
e forse le mode o forse i gusti musicali che cambiano, non ne trovarono mai
più un altro.
Girarano per cercarlo, passando per le stradine della città vecchia e per i
centri commerciali, per negozi e bancarelle. Non lo trovarono e non la rividero
mai più. Non restò altro che cantare a piena voce il testo impresso nella mente e
ogni tanto guardare quelle fottute istantanee che, seppur sfuocato, davano un
senso di speranza, sfuggente e malinconico.
In fondo non bisogna saper cantare per essere un bravo cantante.
Col finestrino abbassato, schiaffi d'aria fredda in faccia.
Non deve stare tutto dentro la propria visuale per credere che sia reale e
allora avanti a sognare e credere che sia possibile.
C'era speranza, l'han vista passare e l'han fissata in qualche istantanea scattata
velocemente. In realtà non si vede bene, sembra soltanto una scia, un pallido lampo.
No, cazzo. Anche stavolta l'abbiam lasciata andare. Colpevoli.
Anche se non è mai facile scattare foto da un auto in movimento.
Ma speranza c'era.
Ripensarono chiaramente che la bellezza è un controsenso.
Troppo brutta da far vedere e troppo bella da tenere nascosta sotto strati di
ipocrisia. Molto meglio truccarla, mascherarla, sfigurarla.
Farle del male, se è il caso, ma darle lo stesso un peso, un'importanza. Allo
stesso tempo, dopo l'ennesima sorsata di qualche amaro comprato a poco
prezzo, giunsero alla conclusione che speranza e bellezza avevano la stessa
natura, lo stesso colore, gli stessi capelli.
Che forse era bella quella che avevan visto passare qualche ora prima in auto,
ma tornarono a cantare quella fottutissima canzone e si dimenticarono di lei,
perdendo per sempre la speranza per quella notte.
Pensi davvero che fosse lei?
Credono che al mondo esista un Dio, anche se non sanno precisare di quale
religione. Ma deve esserci, è quello che si occupa delle cose banali.
"Se l'acqua calda ha il rubinetto rosso e quella fredda blu, qualcuno avrà pur detto
la sua dall'alto".
"Certo ci sarà qualcuno che ha inventato la lettura dei fondi del
caffè".
"Già...sì...e poi il vento...chi lo alimenta il vento?".
Tutto questa era viziato dal loro vizio più frequente, dal sognare e dal rimanere
fermi ad occhi aperti a pensare. Magari cantando a squarciagola oppure stando in
apnea senza bombole e senza ossigeno.
La rivoluzione era finita, lo stesso nastro della canzone si era ormai consumato
e forse le mode o forse i gusti musicali che cambiano, non ne trovarono mai
più un altro.
Girarano per cercarlo, passando per le stradine della città vecchia e per i
centri commerciali, per negozi e bancarelle. Non lo trovarono e non la rividero
mai più. Non restò altro che cantare a piena voce il testo impresso nella mente e
ogni tanto guardare quelle fottute istantanee che, seppur sfuocato, davano un
senso di speranza, sfuggente e malinconico.
In fondo non bisogna saper cantare per essere un bravo cantante.
giovedì, marzo 11, 2010
C'è una strada...
Le mattine sono tutte uguali se non c'è qualcosa a cambiarne il corso.
Le vite sono tutte le stesse se non fosse per una serie di variabili casuali
che la rivoluzionano.
C'è chi nasce di colore e chi ricco, chi biondo e chi sfigato.
A volte le sfortune possono anche capitare in coppia.
Il giro intorno al quale girano, le svolte intorno a cui svoltano,
sono puramente casuali.
Non pensare nemmeno lontanamente alla sfortuna. Non parlarmi di jella.
Non credere nella volontà.
Quella serve solo per vincere in un reality show. Quelli da persone vere.
Addirittura la legge è uguale per tutti, è scritto in tutti i muri dei palazzi
di giustizia della giungla in cui viviamo.
Tra un simbolo elettorale e un faccione che ti chiede fiducia offrendo certezza.
Da paure spezzate, con andate senza ritorni. Velocità estrema e un grande freddo,
solo il sicuro è certo.
A quel punto ti rendi conte che le cose stanno sempre e solo dove sono e che a
dirtelo sono sempre quelli che sanno e hanno risposte.
Come quando ti svegli in mezzo alla notte, hai mangiato pesante e i cattivi
pensieri sono lì a offuscarti la mente. L'alcol ti fa girare la stanza e capisci che
la soluzione è chiudere gli occhi.
Perchè non riesci ad arrivare al frigorifero per bere ancora.
Poi ti svegli, c'è solo indecisione e tutto passa.
Velocemente muore nel niente nel nulla...poi tutto torna.
Torna la mattina uguale a quella prima, torna la metro il tram e il solito avanzare.
Verso cosa se lo stan chiedendo nelle trasmissioni politiche, quelle dove quando
eri giovani eri in certo tipo, ma ora i sondaggi ti danno cambiato.
Quelle in cui anzichè pensare a te, calcolano il guadagno garantito dal tuo voto
elettorale. Sempre se verrà calcolato.
Vai verso i sogni della tua generazione col tuo tram bloccato nel traffico.
Quella generazione "mille euro" e tanti cazzi in culo, dove forse sei solo un numero,
un biglietto timbrato tutto spiegazzato.
Per fortuna non son le sole cose che si hanno, ci son raggi di sole, sorrisi voluti
e persino le strade riescono ad essere diverse, basta voler cambiare strada e
aver la fortuna di riuscire a farlo.
A volte sono i bivii le svolte della vita.
Le vite sono tutte le stesse se non fosse per una serie di variabili casuali
che la rivoluzionano.
C'è chi nasce di colore e chi ricco, chi biondo e chi sfigato.
A volte le sfortune possono anche capitare in coppia.
Il giro intorno al quale girano, le svolte intorno a cui svoltano,
sono puramente casuali.
Non pensare nemmeno lontanamente alla sfortuna. Non parlarmi di jella.
Non credere nella volontà.
Quella serve solo per vincere in un reality show. Quelli da persone vere.
Addirittura la legge è uguale per tutti, è scritto in tutti i muri dei palazzi
di giustizia della giungla in cui viviamo.
Tra un simbolo elettorale e un faccione che ti chiede fiducia offrendo certezza.
Da paure spezzate, con andate senza ritorni. Velocità estrema e un grande freddo,
solo il sicuro è certo.
A quel punto ti rendi conte che le cose stanno sempre e solo dove sono e che a
dirtelo sono sempre quelli che sanno e hanno risposte.
Come quando ti svegli in mezzo alla notte, hai mangiato pesante e i cattivi
pensieri sono lì a offuscarti la mente. L'alcol ti fa girare la stanza e capisci che
la soluzione è chiudere gli occhi.
Perchè non riesci ad arrivare al frigorifero per bere ancora.
Poi ti svegli, c'è solo indecisione e tutto passa.
Velocemente muore nel niente nel nulla...poi tutto torna.
Torna la mattina uguale a quella prima, torna la metro il tram e il solito avanzare.
Verso cosa se lo stan chiedendo nelle trasmissioni politiche, quelle dove quando
eri giovani eri in certo tipo, ma ora i sondaggi ti danno cambiato.
Quelle in cui anzichè pensare a te, calcolano il guadagno garantito dal tuo voto
elettorale. Sempre se verrà calcolato.
Vai verso i sogni della tua generazione col tuo tram bloccato nel traffico.
Quella generazione "mille euro" e tanti cazzi in culo, dove forse sei solo un numero,
un biglietto timbrato tutto spiegazzato.
Per fortuna non son le sole cose che si hanno, ci son raggi di sole, sorrisi voluti
e persino le strade riescono ad essere diverse, basta voler cambiare strada e
aver la fortuna di riuscire a farlo.
A volte sono i bivii le svolte della vita.
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