Era l'estate del 2004, tornavo dalla Calabria solo, avevo lasciato i miei amici
su un treno diretto a Milano. Io sarei andato nelle Marche di lì a qualche ora,
facendo una tappa forzata alla Stazione Termini. Roma. La capitale di uno
Stato fantasma, dell'Italia palazzinara e di partito, del Paese in cui tutto è
concesso basta conoscere quelli "giusti", la Roma "città eterna", bella anche
quando dorme. Lì ho conosciuto A. fermo su una panchina di marmo. Sguardo
fisso, solo, perso. Avrà avuto dieci anni più di me e cento esperienze davanti
a lui che io non riuscivo a vedere. Ma zero speranze.
Parlava stanco del padre padrone, del sistema militare in casa, della fuga
da quel paesino e della fame che riesce a darti una città in cui sei solo.
Dove non sei niente. Io che mi sentivo vagabondo per un viaggio solitario,
un amante perfetto senza la pratica del letto.
Bevemmo birra sino alle 4 del mattino, poi mi lasciò lì solo, per andare ad
iniziare il suo giro quotidiano. Moneta per pane, uguale fame.
Non avevo libri con me e lessì tutto d'un fiato la sua storia. Senza fiatare.
Come quella volta a diciasett'anni. Estate '99, prima di andarmene in giro
per il mondo, ultima del millennio vecchio. Insomma ero dannatamente
giovane. Avevo preso una bicicletta dalla spiaggia, a chi non lo so.
Mi diressi con gli amici a vedere i fuochi artificiali, ma nel marasma, non so
come, li ho persi. Tutti. Che fare? Giro a caso, per vedere se trovo qualcuno.
Da una panchina mi chiama I. avrà trent'anni, ma alla mia età sembrava
già vecchia. Mi parla, mi chiede un sorso di birra, gliela porgo.
Fa la puttana, si sente morta, ha pochi denti e sorride lo stesso. La ascolto,
non so che dire e mi fa un pò paura. Io non so che dire, perchè mi parla?
Mi racconta tutto di lei, del perchè è in Italia e piange vedendo i fuochi.
Gli ricordano le bombe da cui è scappata, la Sarajevo di Milosevic, la
città del rinascimento slavo.
La ascolto tra il rumore di un fuoco e un altro, tra gli spari delle bombe
e un bambino che grida dalla sorpresa.
La ascolto e mi sento in un romanzo, senza poter mettere un punto e andare
a capo. Così riprendo la mia bicicletta rubata e torno sui miei passi sino
a dove l'ho trovato, all'indice del libro per dimenticare tutto.
Ma sin da bambino son cresciuto in mezzo alla strada, nel senso dei giardini
pubblici, del pallone, della panchina e la merenda a metà pomeriggio.
Il re del giardino era S. un barbone sui 70, dolce come il miele sinchè l'alcol
non prendeva possesso della sua mente, liberando il dolore che aveva dentro.
Figlio di una famiglia ricca, corso, lasciò tutto perchè tutto gli faceva schifo.
Era l'amico dei cani, ma solo di quelli che parlavano con Lui e dei bambini,
soprattutto di quelli che non parlavano. Per questo eravamo amici e quando
in casa mia madre cucinava qualcosa di buono volevo che un pezzo fosse per
lui. Non so che fine abbia fatto, questa città cancella le anime con la stessa
facilità con cui puoi strappare le pagine di un libro. Non rispettava nulla,
la morale, il nudo, Dio e la perfezione. Solo i più piccoli e i cani.
Non so quanti libri mi abbia raccontato S. con la sua vita, le sue manie e
perversioni. Un Buckowsky del Giambellino.
Non so nemmeno quante pagine non ho letto della gente che ho incontrato,
quanti indici indisposti o parole gettate al vento.
Con quante parole mi sono fatto libri e quanti racconti non mi han destato
nulla. Però da tutti gli S. gli N. le G. che ho incontrato ho cercato di farne un
riassunto e trarne storie per la mia storia personale.
L'angolo adatto per nani, ballerine, cantanti, troie, alcolizzati e illusi. Ovviamente qui nulla è serio...se sei dei nostri...benvenuto, entra pure
lunedì, agosto 23, 2010
lunedì, agosto 16, 2010
Il Giudice
Abiti usati, dismessi e sopratutto poco impegnativi. Nessuna giacca, cravatta,
camicia o qualsiasi altra imposizione. La stanza ha ancora la polvere del
mese scorso accumulata e ben visibile tra le lame di luce che entran dalle
tapparelle dismesse e abbassate il martedì o il mercoledì passato.
Non uscirà oggi, neppure domani e non lo farà sinchè non farà pace con la
sua ombra, con l'immagine riflessa nello specchio, con Dio.
Il fottuto Dio che ha formato la sua morale e il suo buonsenso.
Giudicato di continuo, portato al giudizio comune, Giudice infine dell'atto
altrui. Distrutto sotto il peso di sentenza e comune opinione.
Non può essere la rabbia e nemmeno l'orgoglio, un cambiamento lento e
macchinoso, come il solco dell'acqua o il crescere di un bambino.
Per anni gli studi e il perbenismo, per decenni il buonsenso comune e la
coerenza di pensiero.
Non cambiare, non osare, non tentare, ma star sempre dalla parte del giudizio
collettivo, del potente di turno, dell'amor comune. Amore pudico e coperto.
E' stato lì, nell'ombra di qualcosa di sconosciuto che hai sentito odore di
libertà e di cambiamento.
Giudicare per non essere giudicato, per la paura di non esserlo.
Portando avanti una legge in cui non crede, ma imparata a memoria, come
l'attore di soap-opera impara la sua parte. La meccanica dell'oblio.
Il servo dello Stato serve allo Stato, ma cosa serve?
La solita minestra, a volte anche scaldata. Spesso raccontata male.
A testa bassa troppi anni, guardando le scarpe lustrate da poco, la piega
perfetta dei pantaloni a coste, la camicia in tinta con la giacca.
Il mondo sempre a colori come la televisione di Stato, quella che indica la
via, i valori, la cultura. Insegnante di recupero per menti svuotate.
A testa bassa nell'ascoltare le vicende, girato magari verso il senso comune
di verità spesso inchiodato al lato opposto della grande scritta "La legge è
uguale per tutti".
Non era un niente in un sistema oliato, niente arte ma solo l'essere di parte.
Aveva sentito parlare di altri giudici e magistrati folli, finiti male perchè
inseguivano la giustizia dal verso opposto, quello "giusto".
Saltati in aria all' altare della comune decenza cattolica e democratica.
Fu un giorno di follia, di pura follia, quello che lo portò ad alzare lo sguardo
per vedersi riflesso nello specchio.
Fu un semplice sguardo a portarlo a vedere cosa aveva dentro.
Fu allora che si giudicò come uomo, senza il filtro del pensiero comune.
Decise che la sua pena sarebbe stata la detenzione forzata in qualche
metro quadrato, qualcosa in più di quattro pareti.
Senza cambiarsi e lavarsi per non avere parametri di giudizio stranieri alle
proprie essenze, il Giudice si giudicò così com'era.
Provò un senso strano di perversione, nuovo e mai avuto prima, eccitandosi
per il giudizio insano che aveva di sè e odiando ciò che era stato sino ad allora.
Il perbenismo che era lui finì e cominciò la stagione della ragione, della
visione delle cose così com'erano. Capì anche che a saltare in aria non furono
i folli ma i "Giusti". Senza paura.
Capì tutto questo e si chiuse sempre più in se stesso aspettando di sbocciare
in qualcosa di migliore.
*dedicato alla memoria di chi ha lavorato guardando la Giustizia in faccia e non girandosi dall'altra parte.
Falcone, Borsellino, Ambrosoli, etc...
camicia o qualsiasi altra imposizione. La stanza ha ancora la polvere del
mese scorso accumulata e ben visibile tra le lame di luce che entran dalle
tapparelle dismesse e abbassate il martedì o il mercoledì passato.
Non uscirà oggi, neppure domani e non lo farà sinchè non farà pace con la
sua ombra, con l'immagine riflessa nello specchio, con Dio.
Il fottuto Dio che ha formato la sua morale e il suo buonsenso.
Giudicato di continuo, portato al giudizio comune, Giudice infine dell'atto
altrui. Distrutto sotto il peso di sentenza e comune opinione.
Non può essere la rabbia e nemmeno l'orgoglio, un cambiamento lento e
macchinoso, come il solco dell'acqua o il crescere di un bambino.
Per anni gli studi e il perbenismo, per decenni il buonsenso comune e la
coerenza di pensiero.
Non cambiare, non osare, non tentare, ma star sempre dalla parte del giudizio
collettivo, del potente di turno, dell'amor comune. Amore pudico e coperto.
E' stato lì, nell'ombra di qualcosa di sconosciuto che hai sentito odore di
libertà e di cambiamento.
Giudicare per non essere giudicato, per la paura di non esserlo.
Portando avanti una legge in cui non crede, ma imparata a memoria, come
l'attore di soap-opera impara la sua parte. La meccanica dell'oblio.
Il servo dello Stato serve allo Stato, ma cosa serve?
La solita minestra, a volte anche scaldata. Spesso raccontata male.
A testa bassa troppi anni, guardando le scarpe lustrate da poco, la piega
perfetta dei pantaloni a coste, la camicia in tinta con la giacca.
Il mondo sempre a colori come la televisione di Stato, quella che indica la
via, i valori, la cultura. Insegnante di recupero per menti svuotate.
A testa bassa nell'ascoltare le vicende, girato magari verso il senso comune
di verità spesso inchiodato al lato opposto della grande scritta "La legge è
uguale per tutti".
Non era un niente in un sistema oliato, niente arte ma solo l'essere di parte.
Aveva sentito parlare di altri giudici e magistrati folli, finiti male perchè
inseguivano la giustizia dal verso opposto, quello "giusto".
Saltati in aria all' altare della comune decenza cattolica e democratica.
Fu un giorno di follia, di pura follia, quello che lo portò ad alzare lo sguardo
per vedersi riflesso nello specchio.
Fu un semplice sguardo a portarlo a vedere cosa aveva dentro.
Fu allora che si giudicò come uomo, senza il filtro del pensiero comune.
Decise che la sua pena sarebbe stata la detenzione forzata in qualche
metro quadrato, qualcosa in più di quattro pareti.
Senza cambiarsi e lavarsi per non avere parametri di giudizio stranieri alle
proprie essenze, il Giudice si giudicò così com'era.
Provò un senso strano di perversione, nuovo e mai avuto prima, eccitandosi
per il giudizio insano che aveva di sè e odiando ciò che era stato sino ad allora.
Il perbenismo che era lui finì e cominciò la stagione della ragione, della
visione delle cose così com'erano. Capì anche che a saltare in aria non furono
i folli ma i "Giusti". Senza paura.
Capì tutto questo e si chiuse sempre più in se stesso aspettando di sbocciare
in qualcosa di migliore.
*dedicato alla memoria di chi ha lavorato guardando la Giustizia in faccia e non girandosi dall'altra parte.
Falcone, Borsellino, Ambrosoli, etc...
martedì, agosto 10, 2010
Ti ho mai detto?
Vi ho mai detto di quanto a volte mi dimentichi di dire e fare cose?
Addirittura mi perdo i pezzi e non riesco mai a fare una cosa bene. Sarà per
questo che fino a un certo punto sembro perfetto e poi mi manifesto per ciò
che sono, inconcludente.
"Gioca bene, ma non fa goal" direbbero alla Domenica Sportiva, oppure
"Si impegna, ma non riesce a proprio a capire" diceva la mia maestra.
Già la mia maestra. Sono sicuro di non aver mai detto che all'asilo mi
innamorai per qualche giorno della mia maestra più giovane, che poi se ne
andò e diedi la colpa a mia madre, pensando fosse una strega.
Chissà perchè.
Ho scritto tante volte dei miei nonni, ma mai ho detto che per me l'estate
senza di loro non ha più senso.
Senza il giornale letto con mio nonno, le ramanzine perchè non facevo i
compiti e andavo a giocare in strada, quelle strade di Treja e Montefano e
i lunghi pomeriggi marchigiani, il pallone o la racchetta e quelle attenzioni
che nessuno mi potrà dare così.
Non l'ho mai scritto ma lo penso ogni metà Giugno per tre mesi.
L'estate, il mare, i bagni.
Io che da piccolo ero ciccione e non mi toglievo mai la maglietta per vergogna.
Mi rifugiavo al bar a giocare ai videogame, facevo amicizia con altri ciccioni e
forse da lì è nato il mio odio a console e playstation varie.
Bimbo Simone e la sua banda di ciccioni. Non l'ho mai detto, me ne vergogno.
Ho mai detto delle prime vacanze con gli amici? Gruppo di sedicenti bevitori
in cerca di avventure e mai una volta che qualcuno tornasse a casa felice.
Ma i tempi sarebbero cambiati, anni dopo e dopotutto la gavetta serve.
Non ha mai detto tante cose e non ho scritto interi capitoli di me.
Ho fatto l'istituto tecnico sinchè non mi sono accorto che anzichè da striscie di
"zero e uno" in codice binario la vita era fatta di fiori, giochi e colori.
Ho conosciuto la poesia, letto Sepulveda e per la prima volta un goal non è
stato solo un punto in più, ma condivisione di un mondo, di affetto e amicizia.
Un abbraccio vitale per chi stava soffrendo.
Da "tecnico" sono diventato un "niente" che si commuove per ogni stronzata.
Aspetta però, non andare...non ti ho detto ancora tante cose.
Una volta mia madre ha trovato un giornalino con le donne nude nel nostro
bagno di casa, avrò avuto 14 anni. Lo utilizzavo per amare. Alle sue incalzanti
domande non potei fare altro che dar la colpa al mio migliore amico.
"Lo tengo io perchè a casa non può...già". Lui non lo sa, non diteglielo anche
se non credo di esser stato creduto.
Mera figura da mezzo uomo (o mezzo ragazzino), ma mai come quando me
ne andai dal seggio elettorale fiero di aver votato Rutelli. Anno 2002?
Ebbene sì, non te l'avevo mai detto vero? Ho votato Francesco Rutelli.
Non parlo sempre di me, in realtà lo faccio raramente.
Maschero, nascondo, recito.
E' più facile scriva qualcosa di me anzichè parlarne.
Tante cose non le dirò mai, però posso inventarne altre.
Tu hai qualcosa da dirmi?
Addirittura mi perdo i pezzi e non riesco mai a fare una cosa bene. Sarà per
questo che fino a un certo punto sembro perfetto e poi mi manifesto per ciò
che sono, inconcludente.
"Gioca bene, ma non fa goal" direbbero alla Domenica Sportiva, oppure
"Si impegna, ma non riesce a proprio a capire" diceva la mia maestra.
Già la mia maestra. Sono sicuro di non aver mai detto che all'asilo mi
innamorai per qualche giorno della mia maestra più giovane, che poi se ne
andò e diedi la colpa a mia madre, pensando fosse una strega.
Chissà perchè.
Ho scritto tante volte dei miei nonni, ma mai ho detto che per me l'estate
senza di loro non ha più senso.
Senza il giornale letto con mio nonno, le ramanzine perchè non facevo i
compiti e andavo a giocare in strada, quelle strade di Treja e Montefano e
i lunghi pomeriggi marchigiani, il pallone o la racchetta e quelle attenzioni
che nessuno mi potrà dare così.
Non l'ho mai scritto ma lo penso ogni metà Giugno per tre mesi.
L'estate, il mare, i bagni.
Io che da piccolo ero ciccione e non mi toglievo mai la maglietta per vergogna.
Mi rifugiavo al bar a giocare ai videogame, facevo amicizia con altri ciccioni e
forse da lì è nato il mio odio a console e playstation varie.
Bimbo Simone e la sua banda di ciccioni. Non l'ho mai detto, me ne vergogno.
Ho mai detto delle prime vacanze con gli amici? Gruppo di sedicenti bevitori
in cerca di avventure e mai una volta che qualcuno tornasse a casa felice.
Ma i tempi sarebbero cambiati, anni dopo e dopotutto la gavetta serve.
Non ha mai detto tante cose e non ho scritto interi capitoli di me.
Ho fatto l'istituto tecnico sinchè non mi sono accorto che anzichè da striscie di
"zero e uno" in codice binario la vita era fatta di fiori, giochi e colori.
Ho conosciuto la poesia, letto Sepulveda e per la prima volta un goal non è
stato solo un punto in più, ma condivisione di un mondo, di affetto e amicizia.
Un abbraccio vitale per chi stava soffrendo.
Da "tecnico" sono diventato un "niente" che si commuove per ogni stronzata.
Aspetta però, non andare...non ti ho detto ancora tante cose.
Una volta mia madre ha trovato un giornalino con le donne nude nel nostro
bagno di casa, avrò avuto 14 anni. Lo utilizzavo per amare. Alle sue incalzanti
domande non potei fare altro che dar la colpa al mio migliore amico.
"Lo tengo io perchè a casa non può...già". Lui non lo sa, non diteglielo anche
se non credo di esser stato creduto.
Mera figura da mezzo uomo (o mezzo ragazzino), ma mai come quando me
ne andai dal seggio elettorale fiero di aver votato Rutelli. Anno 2002?
Ebbene sì, non te l'avevo mai detto vero? Ho votato Francesco Rutelli.
Non parlo sempre di me, in realtà lo faccio raramente.
Maschero, nascondo, recito.
E' più facile scriva qualcosa di me anzichè parlarne.
Tante cose non le dirò mai, però posso inventarne altre.
Tu hai qualcosa da dirmi?
giovedì, agosto 05, 2010
Guardando dentro le palle che appena le giri scende la neve...
E' l'effetto della neve in agosto a Milano.
Niente macchine, solo cumuli di acqua ghaicciata attorno a noi, nemmeno
la merda che copre i marciapiedi sarà più come prima.
Tutto il silenzio, il contorno della nostra vista, in questo freddo agosto di città.
Guardando dentro le palle che appena le giri scende la neve...
Tutto il mondo in miniatura, il mondo che schizza, sfreccia e arrossisce al
primo complimento.
Milano in agosto ha la neve agli angoli delle strade, offerta in comode
confezioni facili da usare. Che solo il vento può portare via.
La forma più democratica di finta esaltazione, emulazione del lusso.
La Milano d'inverno non è quella d'estate. Vero?
Guardando dentro le palle che appena le giri scende la neve...
Vedevo sempre piccoli omini girarsi, muoversi, senza parlarsi, senza
guardarsi in faccia, indifferenti, come chi non sa fermarsi a guardare un fiore.
Tra luglio e agosto cambia poco, ma è tutto differente. Con tutti i colori messi
insieme che si fondono, come neve al sole. Con tutti i colori coperti di neve,
un bianco unico, un finto candore. Innocenza macchiata.
Guardando dentro le palle che appena le giri scende la neve...
Preferivo sempre quelle col Duomo di Milano, senza piccioni, a quelle della
grande torre storta o dell'arena dei gladiatori.
Mi dava senso di casa e la sensazione di poter cambiare le cose, anche
l'indifferenza che vedevo in giro, quella che oggi si chiama normalità.
Purtroppo.
Era la neve che scendeva con un mio gesto a darmi quel potere.
Tutto bianco, tutto in silenzio, tutto coperto. Niente.
Una volta scesa, avere la forza di rifarlo ancora, senza sosta sinchè non fosse
uscito qualcuno a dirmi di smetterla. Ma non è mai successo niente.
Guardando dentro le palle che appena le giri scende la neve...
Sentivo di poter mettere dentro tutto quello che non mi andava, di agitare e
coprire tutto, di agitare e mettere tutto in ordine.
Il solo fatto che ogni volta tutto tornasse come prima mi agitava, ma mi
dava la rabbia per rifarlo. All'infinito.
Mi assaliva soltanto un grande freddo, dalla schiena sino alla punta delle
dita. Il mio corpo, i miei muscoli, la carne, tutto fermo. Vuoto a rendere.
Guardando dentro le palle che appena le giri scende la neve...
E' l'effetto della neve ad agosto a Milano.
Niente macchine, solo cumuli di acqua ghaicciata attorno a noi, nemmeno
la merda che copre i marciapiedi sarà più come prima.
Tutto il silenzio, il contorno della nostra vista, in questo freddo agosto di città.
Guardando dentro le palle che appena le giri scende la neve...
Tutto il mondo in miniatura, il mondo che schizza, sfreccia e arrossisce al
primo complimento.
Milano in agosto ha la neve agli angoli delle strade, offerta in comode
confezioni facili da usare. Che solo il vento può portare via.
La forma più democratica di finta esaltazione, emulazione del lusso.
La Milano d'inverno non è quella d'estate. Vero?
Guardando dentro le palle che appena le giri scende la neve...
Vedevo sempre piccoli omini girarsi, muoversi, senza parlarsi, senza
guardarsi in faccia, indifferenti, come chi non sa fermarsi a guardare un fiore.
Tra luglio e agosto cambia poco, ma è tutto differente. Con tutti i colori messi
insieme che si fondono, come neve al sole. Con tutti i colori coperti di neve,
un bianco unico, un finto candore. Innocenza macchiata.
Guardando dentro le palle che appena le giri scende la neve...
Preferivo sempre quelle col Duomo di Milano, senza piccioni, a quelle della
grande torre storta o dell'arena dei gladiatori.
Mi dava senso di casa e la sensazione di poter cambiare le cose, anche
l'indifferenza che vedevo in giro, quella che oggi si chiama normalità.
Purtroppo.
Era la neve che scendeva con un mio gesto a darmi quel potere.
Tutto bianco, tutto in silenzio, tutto coperto. Niente.
Una volta scesa, avere la forza di rifarlo ancora, senza sosta sinchè non fosse
uscito qualcuno a dirmi di smetterla. Ma non è mai successo niente.
Guardando dentro le palle che appena le giri scende la neve...
Sentivo di poter mettere dentro tutto quello che non mi andava, di agitare e
coprire tutto, di agitare e mettere tutto in ordine.
Il solo fatto che ogni volta tutto tornasse come prima mi agitava, ma mi
dava la rabbia per rifarlo. All'infinito.
Mi assaliva soltanto un grande freddo, dalla schiena sino alla punta delle
dita. Il mio corpo, i miei muscoli, la carne, tutto fermo. Vuoto a rendere.
Guardando dentro le palle che appena le giri scende la neve...
E' l'effetto della neve ad agosto a Milano.
lunedì, agosto 02, 2010
La poltrona
Che effetto fa sedere, solo, nella poltrona dove dormivi da bambino?
Una bottiglia di vino rosso aperta un'ora fa, macchia la pagina del libro
aperto trenta minuti prima, di cui non ho ancora letto nemmeno una riga.
La parete bianca è molto interessante vista da questa angolazione.
Ci proiettano sopra film in bianco e nero che sanno di Parigi. O del porto
squattrinato di Marsiglia, come i tre pastis che ho bevuto per aperitivo.
Ne ho offerto uno anche al mio ospite inatteso che ha lasciato la casa non
appena ha capito che non ne sarebbe mai uscito vivo.
Schiacciato dai sensi di colpa e fatto a pezzi dalla mia indifferenza.
Paranoica sensazione di mancansa di aria.
Non faccio il matto, tranquillo. Apro la finestra e il condizionatore protesta
per lo spreco. Fanculo la tecnologia.
Alzo la bottiglia di vino e ci sono ancora tre bicchieri abbondanti, tre buone
dosi di silezionzioso divertimento solitario.
La televisione dietro di me riflette l'immagine di un divano rosso con
sopra appoggiato un cappello di paglia e un mucchio di riviste.
In quasi tutti quei settimanali sono riportate notizie di guerra o di morti
ammazzati, di ladri e puttanieri. Il tutto è semplicemente normale in
tutti i giorni delle nostre settimane.
Non ci sorprende più niente.
Allora prendo tempe e inspiro aria fresca.
Decido che sarò direttore del giornale locale, ma focalizzo dopo poco che
scriverei solo per me, soprattutto dopo che il mio amico immaginario mi ha
lasciato con un pastis da finire.
Il fallimento del mio giornale mi lascia indifferente, come la parete bianca di
fronte a me di cui non ho più seguito il film. Che ora è a colori forti.
Accendo lo stereo, il volume è alto, molto alto. Solo dopo dieci minuti mi rendo
conto dell'orario e abbasso. Non vorrei mai far arrabbiare il vicino. Mai.
Troppo tardi eppure così fottutamente presto.
Dormo, non dormo. Ho ancora il vino da finire, solo un mezzo bicchiere e
poi potrò finire la mia ultima birra. L'ultima della serie.
Prima però, per digerire, un bicchiere di amaro. Tutto questo senza vedere
più, senza andare più oltre. Senza analizzare, come fossi un quotidiano locale.
Avrei fatto bene a non farlo scappare, a rimanere attaccato a quel barlume
di qualcosa che riempisse il niente. Immaginario.
Avrei fatto bene, però al tempo stesso fanculo.
E' solo un sogno, uno stupido sogno.
Sarà la poltrona dove dormivo da bambino a rendermi così, ma almeno
riesco ancora a stupurmi e indignarmi. Come all'ora.
Una bottiglia di vino rosso aperta un'ora fa, macchia la pagina del libro
aperto trenta minuti prima, di cui non ho ancora letto nemmeno una riga.
La parete bianca è molto interessante vista da questa angolazione.
Ci proiettano sopra film in bianco e nero che sanno di Parigi. O del porto
squattrinato di Marsiglia, come i tre pastis che ho bevuto per aperitivo.
Ne ho offerto uno anche al mio ospite inatteso che ha lasciato la casa non
appena ha capito che non ne sarebbe mai uscito vivo.
Schiacciato dai sensi di colpa e fatto a pezzi dalla mia indifferenza.
Paranoica sensazione di mancansa di aria.
Non faccio il matto, tranquillo. Apro la finestra e il condizionatore protesta
per lo spreco. Fanculo la tecnologia.
Alzo la bottiglia di vino e ci sono ancora tre bicchieri abbondanti, tre buone
dosi di silezionzioso divertimento solitario.
La televisione dietro di me riflette l'immagine di un divano rosso con
sopra appoggiato un cappello di paglia e un mucchio di riviste.
In quasi tutti quei settimanali sono riportate notizie di guerra o di morti
ammazzati, di ladri e puttanieri. Il tutto è semplicemente normale in
tutti i giorni delle nostre settimane.
Non ci sorprende più niente.
Allora prendo tempe e inspiro aria fresca.
Decido che sarò direttore del giornale locale, ma focalizzo dopo poco che
scriverei solo per me, soprattutto dopo che il mio amico immaginario mi ha
lasciato con un pastis da finire.
Il fallimento del mio giornale mi lascia indifferente, come la parete bianca di
fronte a me di cui non ho più seguito il film. Che ora è a colori forti.
Accendo lo stereo, il volume è alto, molto alto. Solo dopo dieci minuti mi rendo
conto dell'orario e abbasso. Non vorrei mai far arrabbiare il vicino. Mai.
Troppo tardi eppure così fottutamente presto.
Dormo, non dormo. Ho ancora il vino da finire, solo un mezzo bicchiere e
poi potrò finire la mia ultima birra. L'ultima della serie.
Prima però, per digerire, un bicchiere di amaro. Tutto questo senza vedere
più, senza andare più oltre. Senza analizzare, come fossi un quotidiano locale.
Avrei fatto bene a non farlo scappare, a rimanere attaccato a quel barlume
di qualcosa che riempisse il niente. Immaginario.
Avrei fatto bene, però al tempo stesso fanculo.
E' solo un sogno, uno stupido sogno.
Sarà la poltrona dove dormivo da bambino a rendermi così, ma almeno
riesco ancora a stupurmi e indignarmi. Come all'ora.
mercoledì, luglio 28, 2010
Anche se arrivi così
E' tutto il sapore del Mondo, indivisibile, anche se parti così, inutilmente.
Girare, vagare, la musica che ti prende e ti porta via. O ti lascia lì, a bocca
aperta, senz'aria, senza voglia, senza saliva.
Testa bassa, inutilmente, col pieno diritto di esserlo. Inutili.
C'è molta ipocrisia nel credersi normali, a meno che non si affermi che
siamo in un Mondo di matti.
Matti e non folli, la follia la ritengo un pregio.
Partire con la testa, con lo zaino, con il cuore.
Per niente, per qualcosa, per scopare, per amare.
Inutilmente, se poi ritorni come prima.
Testa bassa, inutilmente, fieri dell'occasione persa. Andata.
Ci sono treni che partono ogni cinque minuti e portano nel solito posto,
li prendi tutti i giorni, ed altri che passano una volta sola e puntualmente
perdi, come non mai.
E' in questi momenti che capisco l'invenzione del ritardo. Serve a non
prendere decisioni e farsi trasportare dagli eventi.
Testa bassa, inutilmente, in preda alle correnti del fiume in secca. Umidi.
La banalità della normalità viene ritenuta un pregio, che molti chiamano
umiltà, che fa sbocciare ma rischia anche di far appassire in fretta.
Mi rattristano i fiori appassiti, soprattutto se hanno ancora l'acqua nel vaso.
Continuerò a bere troppo caffè mettendo sempre meno zucchero, magari
correggendolo col Vernelli per dargli forza e vigore. Un liquore sconosciuto,
di quelli che si servono all'ombra, come i vecchi che giocano a carte nei bar
o quei terrazzi pieni di fiori che stanno all'interno dei palazzi, coperti da altri
palazzi e rinchiusi nei cortili.
Alzando lo sguardo ogni tanto, giusto per farne vedere la profondità in chi
sa osservare sino in fondo alla via e non soltanto i propri passi.
Rimanendo convinti che una farfalla, seppur bellissima, ha tutto il diritto di
non uscire mai dalla sua crisalide. Soprattutto se non ne ha voglia.
E' tutto l'odore del Mondo, invisibile, anche se arrivi così, inutilmente.
Girare, vagare, la musica che ti prende e ti porta via. O ti lascia lì, a bocca
aperta, senz'aria, senza voglia, senza saliva.
Testa bassa, inutilmente, col pieno diritto di esserlo. Inutili.
C'è molta ipocrisia nel credersi normali, a meno che non si affermi che
siamo in un Mondo di matti.
Matti e non folli, la follia la ritengo un pregio.
Partire con la testa, con lo zaino, con il cuore.
Per niente, per qualcosa, per scopare, per amare.
Inutilmente, se poi ritorni come prima.
Testa bassa, inutilmente, fieri dell'occasione persa. Andata.
Ci sono treni che partono ogni cinque minuti e portano nel solito posto,
li prendi tutti i giorni, ed altri che passano una volta sola e puntualmente
perdi, come non mai.
E' in questi momenti che capisco l'invenzione del ritardo. Serve a non
prendere decisioni e farsi trasportare dagli eventi.
Testa bassa, inutilmente, in preda alle correnti del fiume in secca. Umidi.
La banalità della normalità viene ritenuta un pregio, che molti chiamano
umiltà, che fa sbocciare ma rischia anche di far appassire in fretta.
Mi rattristano i fiori appassiti, soprattutto se hanno ancora l'acqua nel vaso.
Continuerò a bere troppo caffè mettendo sempre meno zucchero, magari
correggendolo col Vernelli per dargli forza e vigore. Un liquore sconosciuto,
di quelli che si servono all'ombra, come i vecchi che giocano a carte nei bar
o quei terrazzi pieni di fiori che stanno all'interno dei palazzi, coperti da altri
palazzi e rinchiusi nei cortili.
Alzando lo sguardo ogni tanto, giusto per farne vedere la profondità in chi
sa osservare sino in fondo alla via e non soltanto i propri passi.
Rimanendo convinti che una farfalla, seppur bellissima, ha tutto il diritto di
non uscire mai dalla sua crisalide. Soprattutto se non ne ha voglia.
E' tutto l'odore del Mondo, invisibile, anche se arrivi così, inutilmente.
venerdì, luglio 23, 2010
Un giorno giravo nel candido decadentismo
Un giorno lessi che per arrivare in alto ci voleva una scala a chiocciola e fu
lì che capii che la mia paura per i vortici mi avrebbe portato a non percorrerla
mai, nell'attesa del giorno perfetto.
La lunga attesa, l'onda perfetta.
Percorrendo i soliti percorsi sono quasi sicuro di notare cose sempre diverse,
nella luce del lampione, nell'ombra sui marciapiedi e nel solco che passa tra
una strada e l'altra.
Quale?
Quello che ti porta a prendere una decisione, che ti trasporta nel giorno
perfetto, il giorno candido.
Incrociando le dita e scontrando il razionale con la realtà, con musi allungati
e faccie stordite dal caldo, dall'affanno. Dalla noia.
Dal fastidio di vedersi riflesso ancora sugli stessi specchi che purtroppo
non deformano, ma lasciano le cose come stanno.
Un titolo di studio, un titolo sul giornale e un titolo al solito post depresso.
Nel giorno perfetto a un tratto si spegne la luce ed io immagino a cosa si
pensi nell'attimo prima che avvenga.
Non al buio, non alla luce. Un giorno candido.
Nel lungo attimo che passa in pochi centesimi di secondo. Quello che resta
impresso sulla tua retina l'attimo prima dell'ultimo attimo.
Come poco prima di impattare un pallone e già immaginarselo in rete o
come sapere che è già tutto finito prima di cadere dall'alto.
Immaginandosi il profumo dei fiori simile a quello del sapone dopo che hai
lavato le mani, sentendo in faccia l'umido delle lacrime e in bocca il marcio
delle cose scritte su una poesia persa in quelche bicchiere di troppo.
Un giorno candido come la fine.
Ma è risaputo che se si riuscisse a dare un peso alle parole si riuscirebbe
a non farle volare ed imprimerle su un foglio bianco le fissa nel tempo ma
non nell'istante in cui le hai pensate.
Da una scala a chicciola si può cadere con troppa facilità per il rischio di
arrivare in alto, anche nel giorno perfetto.
Un giorno tornerò a girare nel candido e decadente giorno perfetto.
lì che capii che la mia paura per i vortici mi avrebbe portato a non percorrerla
mai, nell'attesa del giorno perfetto.
La lunga attesa, l'onda perfetta.
Percorrendo i soliti percorsi sono quasi sicuro di notare cose sempre diverse,
nella luce del lampione, nell'ombra sui marciapiedi e nel solco che passa tra
una strada e l'altra.
Quale?
Quello che ti porta a prendere una decisione, che ti trasporta nel giorno
perfetto, il giorno candido.
Incrociando le dita e scontrando il razionale con la realtà, con musi allungati
e faccie stordite dal caldo, dall'affanno. Dalla noia.
Dal fastidio di vedersi riflesso ancora sugli stessi specchi che purtroppo
non deformano, ma lasciano le cose come stanno.
Un titolo di studio, un titolo sul giornale e un titolo al solito post depresso.
Nel giorno perfetto a un tratto si spegne la luce ed io immagino a cosa si
pensi nell'attimo prima che avvenga.
Non al buio, non alla luce. Un giorno candido.
Nel lungo attimo che passa in pochi centesimi di secondo. Quello che resta
impresso sulla tua retina l'attimo prima dell'ultimo attimo.
Come poco prima di impattare un pallone e già immaginarselo in rete o
come sapere che è già tutto finito prima di cadere dall'alto.
Immaginandosi il profumo dei fiori simile a quello del sapone dopo che hai
lavato le mani, sentendo in faccia l'umido delle lacrime e in bocca il marcio
delle cose scritte su una poesia persa in quelche bicchiere di troppo.
Un giorno candido come la fine.
Ma è risaputo che se si riuscisse a dare un peso alle parole si riuscirebbe
a non farle volare ed imprimerle su un foglio bianco le fissa nel tempo ma
non nell'istante in cui le hai pensate.
Da una scala a chicciola si può cadere con troppa facilità per il rischio di
arrivare in alto, anche nel giorno perfetto.
Un giorno tornerò a girare nel candido e decadente giorno perfetto.
mercoledì, luglio 21, 2010
Allestire futuri equivale a costruire castelli di carte
Testa muro testa muro testa muro.
Non bevo più nemmeno troppi caffè perchè mi han detto che fa male.
Fa male al cuore, al carattere, innervosisce.
Già.
Sbatto gli occhi, la gamba va a mille e tutto procede.
Scrivo e cancello tutto questo dieci, venti, cento volte e non saprò mai cosa
poteva venirne fuori.
Che non so quante volte avrò maledetto la mia totale incapacità a suonare
uno strumento o il fatto che ho una voce di merda.
Potevo campare di musica, io.
Invece ho scelto di giocare a calcio. Ennesimo fallimento di una vita.
Muro testa muro testa muro testa.
Quando mi arrabbiavo con mio padre, da piccolo, non gli davo mai la
sensazione di essermela presa, mi chiudevo in camera da solo e ne uscivo
con dei gran bernoccoli o dei graffi sulle braccia.
Roba da poco sia chiaro, ma c'è da chiedersi come abbia fatto a non esser
diventato scemo del tutto. Ma forse non c'è bisogno di chiederselo.
Se soltanto riuscissi a mettere in musica le parole, farne suoni, se soltanto
trovassi una chiave diversa dalla solita per raccontare, credo avrei
maggiori soddisfazioni. Anzi ne avrei qualcuna.
Sarei potuto essere anche un bravo disegnatore, colori o bianco e nero,
ombre e luci, senza la paura di apparire troppo cupo e malinconico.
Puoi sempre dire che quello è il tuo stile.
Cosa che non posso dire. Perchè per avere uno stile devi essere qualcuno.
Mu
ro muro muro testa. Rimbalzo.
Mi gioco la giacca bella, la camicia stirata, le mutande lavate.
Non serve a un cazzo. Perdo tutto al primo giro di marciapiedi, alla prima
svolta a destra. A sinistra non potevo girare, il semaforo era rosso.
Certo fosse stato tutto in bianco e nero non avrei avuto questo problema.
Testa muro testa muro testa...ora basta che comincia a farmi male.
Non bevo più nemmeno troppi caffè perchè mi han detto che fa male.
Fa male al cuore, al carattere, innervosisce.
Già.
Sbatto gli occhi, la gamba va a mille e tutto procede.
Scrivo e cancello tutto questo dieci, venti, cento volte e non saprò mai cosa
poteva venirne fuori.
Che non so quante volte avrò maledetto la mia totale incapacità a suonare
uno strumento o il fatto che ho una voce di merda.
Potevo campare di musica, io.
Invece ho scelto di giocare a calcio. Ennesimo fallimento di una vita.
Muro testa muro testa muro testa.
Quando mi arrabbiavo con mio padre, da piccolo, non gli davo mai la
sensazione di essermela presa, mi chiudevo in camera da solo e ne uscivo
con dei gran bernoccoli o dei graffi sulle braccia.
Roba da poco sia chiaro, ma c'è da chiedersi come abbia fatto a non esser
diventato scemo del tutto. Ma forse non c'è bisogno di chiederselo.
Se soltanto riuscissi a mettere in musica le parole, farne suoni, se soltanto
trovassi una chiave diversa dalla solita per raccontare, credo avrei
maggiori soddisfazioni. Anzi ne avrei qualcuna.
Sarei potuto essere anche un bravo disegnatore, colori o bianco e nero,
ombre e luci, senza la paura di apparire troppo cupo e malinconico.
Puoi sempre dire che quello è il tuo stile.
Cosa che non posso dire. Perchè per avere uno stile devi essere qualcuno.
Mu
ro muro muro testa. Rimbalzo.Mi gioco la giacca bella, la camicia stirata, le mutande lavate.
Non serve a un cazzo. Perdo tutto al primo giro di marciapiedi, alla prima
svolta a destra. A sinistra non potevo girare, il semaforo era rosso.
Certo fosse stato tutto in bianco e nero non avrei avuto questo problema.
Testa muro testa muro testa...ora basta che comincia a farmi male.
lunedì, luglio 19, 2010
Il peso della storia
La storia non serve a un cazzo.
Mi assumo il peso di questa affermazione, per ciò che vale.
Ma mi sono rotto i coglioni di pagine bianche macchiate di inchiostro e
corredate da foto in bianco e nero. Vuote, senza un senso e raccontate a
manichini senza memoria.
La storia ha un senso solo se lascia un segno, un segno indelebile nella
memoria delle persone che l'hanno vissuta, ma sopratutto in chi non l'ha
vissuta ma soltanto sentita raccontare.
La storia ha un senso soltanto se serve a evitare che si ripetano gli errori o
che tornino sotto altre vesti, magari soltanto più moderne.
A volte mi chiedo a cosa serva leggere tanto, immergersi in storie scritte
da altri su altre persone, dal Vangelo sino all'ultimo romanzo che ho in borsa.
Servirà forse a farmi dimenticare o a perdermi in qualche nuovo posto,
anzichè stordirmi con birre e vino. Serve forse a questo. Psichedelia.
Perchè anche le storie più belle non sono nulla se non vengono raccontate
e non passano di bocca in bocca facendo un ampio giro nelle teste pensanti
di chi le ascolta, per prendere ossigeno.
Ogni storia è fatta da storie di persone, alcune valide altre meno, che vanno
raccontate, discusse, vissute. Altrimenti non servono a un cazzo.
Io ero piccolo, giocavo sulla sabbia con le biglie e a un libro preferivo i video
giochi dei bar. Ero piccolo e non sapevo, ero piccolo e non potevo capire.
18 anni fa venne messo un grande lenzuola bianco sulla possibilità di fare
luce, di dare giustizia. Quel lenzuolo bianco è stato sporcato di sangue,
oramai rappreso, di parole vuote e di lacrime false. Troppe.
Ora ho quasi trent'anni e non ho più le mie biglie, il lenzuolo è ormai lercio e
copre gli occhi delle nostre coscienze, ci rende ciechi e perbenisti.
A quasi trent'anni, mi illudo che qualcosa possa cambiare e mi scontro su
muri di indifferenza, su libri bianchi senza parole, su corruzioni, mafie
tonache e congreghe.
Come se la storia non ci avesse insegnato nulla, come se la storia non
servisse proprio a un bel cazzo. Come se avesse ragione chi dice che le
speranze della gente sono come fumo, come il fumo che nasce da
un'esplosione. Però la storia ha un valore unico, assoluto.
Un valore che niente e nessuno potrà mai cancellare con televisioni e
opinioni lowcost ed è la possibilità di ricordare e fare in modo che nulla
venga cancellato.
Mi assumo il peso di questa affermazione, per ciò che vale.
Ma mi sono rotto i coglioni di pagine bianche macchiate di inchiostro e
corredate da foto in bianco e nero. Vuote, senza un senso e raccontate a
manichini senza memoria.
La storia ha un senso solo se lascia un segno, un segno indelebile nella
memoria delle persone che l'hanno vissuta, ma sopratutto in chi non l'ha
vissuta ma soltanto sentita raccontare.
La storia ha un senso soltanto se serve a evitare che si ripetano gli errori o
che tornino sotto altre vesti, magari soltanto più moderne.
A volte mi chiedo a cosa serva leggere tanto, immergersi in storie scritte
da altri su altre persone, dal Vangelo sino all'ultimo romanzo che ho in borsa.
Servirà forse a farmi dimenticare o a perdermi in qualche nuovo posto,
anzichè stordirmi con birre e vino. Serve forse a questo. Psichedelia.
Perchè anche le storie più belle non sono nulla se non vengono raccontate
e non passano di bocca in bocca facendo un ampio giro nelle teste pensanti
di chi le ascolta, per prendere ossigeno.
Ogni storia è fatta da storie di persone, alcune valide altre meno, che vanno
raccontate, discusse, vissute. Altrimenti non servono a un cazzo.
Io ero piccolo, giocavo sulla sabbia con le biglie e a un libro preferivo i video
giochi dei bar. Ero piccolo e non sapevo, ero piccolo e non potevo capire.
18 anni fa venne messo un grande lenzuola bianco sulla possibilità di fare
luce, di dare giustizia. Quel lenzuolo bianco è stato sporcato di sangue,
oramai rappreso, di parole vuote e di lacrime false. Troppe.
Ora ho quasi trent'anni e non ho più le mie biglie, il lenzuolo è ormai lercio e
copre gli occhi delle nostre coscienze, ci rende ciechi e perbenisti.
A quasi trent'anni, mi illudo che qualcosa possa cambiare e mi scontro su
muri di indifferenza, su libri bianchi senza parole, su corruzioni, mafie
tonache e congreghe.
Come se la storia non ci avesse insegnato nulla, come se la storia non
servisse proprio a un bel cazzo. Come se avesse ragione chi dice che le
speranze della gente sono come fumo, come il fumo che nasce da
un'esplosione. Però la storia ha un valore unico, assoluto.
Un valore che niente e nessuno potrà mai cancellare con televisioni e
opinioni lowcost ed è la possibilità di ricordare e fare in modo che nulla
venga cancellato.
martedì, luglio 13, 2010
Scrivere
Apro la seconda birra della serata e dentro me sapevo che il rischio di esser
solo in casa sarebbe stato questo.
Cerco lo stappabottiglie e non lo trovo. Poi lo vedo sotto il divano e penso a
chissà come potrà mai esserci arrivato. Forse il vento?
Ma scrivo soltanto quando è la pancia a dirmelo, senza imporre nulla.
Come un fiume in piena o un blues che ammazza la serata.
Un pò come mangiare, un pò come uno stimolo intestinale. Un pò un fottuto
vizio che mi è venuto chissà come e andrà via chissà quando.
Da quando ho cominciato a farmi in testa delle cronache per tutto ciò che
faccio, per quello che vedo. Un costante racconto che mi fa sempre pensare.
Bene o male, credo mi porterà alla follia. Di sicuro non guadagnarci qualcosa.
Trovarmi a scrivere su biglietti del tram, pezzi di giornale e tovaglioli,
semplici frasi, pensieri o disegni da cui poi partorisco altro.
Nulla di geniale, ma mio.
La cosa che più mi fa ridere è che a volte, soprattutto in passato mi abbian
detto che leggendo sembravo diverso da come apparivo.
Prima cosa, cazzo ne sai?
Poi è facile da dirsi e anche da pensarsi, non ci vogliono cultura particolare o
una spiccata intelligenza per scrivere. Forse è per questo che a volte sembra
"diverso" l'autore. Io non ho cultura e intelligenza particolari, ne tantomeno
un dono nello scrivere.
Fatico a scrivere una cartolina e non ho creatività negli auguri di Natale.
Ma ho la pancia, quel qualcosa che ti esce anche non seduto sul cesso.
La seconda birra è oramai a metà, l'orologio è avanti rispetto all'orario in cui
un bravo ragazzo va a letto per essere sveglio il giorno dopo a lavoro e la
verità è che non ho sonno.
Sto pensando a cosa sto facendo, lo sto raccontando a me stesso e penso a
cosa stai facendo tu, intreccio due cose, due storie. Magari lo racconteresti
meglio ma non scrivi.
La foto su Internazionale ha un colore strano e mi fisso a osservarla. La
macchia sul muro è soltanto umidità, non può essere l'immagine di Dio, Lui
non esiste e non siamo a Medjugoije per le apparizione ma in Giambellino,
piena Milano. Poi me l'ha detto Lui stesso che non c'è, quando gli corsi
incontro e mi fece trovare chiuso il portone della Chiesa.
Avevo bisogno, era chiuso. Eran 12 anni fa. Era luglio.
Oltretutto non c'entra un cazzo, ma proprio qui entra la pancia.
Finisco la seconda birra della serata, una lacrima si è formata sull'occhio
destro, sarà per quel portone chiuso o per il caldo.
Era luglio come ora, era caldo anche allora, non ero maggiorenne ma dal
racconto di quella corsa e quel portone chiuso capii che dalla pancia avrei
potuto dire tante cose.
solo in casa sarebbe stato questo.
Cerco lo stappabottiglie e non lo trovo. Poi lo vedo sotto il divano e penso a
chissà come potrà mai esserci arrivato. Forse il vento?
Ma scrivo soltanto quando è la pancia a dirmelo, senza imporre nulla.
Come un fiume in piena o un blues che ammazza la serata.
Un pò come mangiare, un pò come uno stimolo intestinale. Un pò un fottuto
vizio che mi è venuto chissà come e andrà via chissà quando.
Da quando ho cominciato a farmi in testa delle cronache per tutto ciò che
faccio, per quello che vedo. Un costante racconto che mi fa sempre pensare.
Bene o male, credo mi porterà alla follia. Di sicuro non guadagnarci qualcosa.
Trovarmi a scrivere su biglietti del tram, pezzi di giornale e tovaglioli,
semplici frasi, pensieri o disegni da cui poi partorisco altro.
Nulla di geniale, ma mio.
La cosa che più mi fa ridere è che a volte, soprattutto in passato mi abbian
detto che leggendo sembravo diverso da come apparivo.
Prima cosa, cazzo ne sai?
Poi è facile da dirsi e anche da pensarsi, non ci vogliono cultura particolare o
una spiccata intelligenza per scrivere. Forse è per questo che a volte sembra
"diverso" l'autore. Io non ho cultura e intelligenza particolari, ne tantomeno
un dono nello scrivere.
Fatico a scrivere una cartolina e non ho creatività negli auguri di Natale.
Ma ho la pancia, quel qualcosa che ti esce anche non seduto sul cesso.
La seconda birra è oramai a metà, l'orologio è avanti rispetto all'orario in cui
un bravo ragazzo va a letto per essere sveglio il giorno dopo a lavoro e la
verità è che non ho sonno.
Sto pensando a cosa sto facendo, lo sto raccontando a me stesso e penso a
cosa stai facendo tu, intreccio due cose, due storie. Magari lo racconteresti
meglio ma non scrivi.
La foto su Internazionale ha un colore strano e mi fisso a osservarla. La
macchia sul muro è soltanto umidità, non può essere l'immagine di Dio, Lui
non esiste e non siamo a Medjugoije per le apparizione ma in Giambellino,
piena Milano. Poi me l'ha detto Lui stesso che non c'è, quando gli corsi
incontro e mi fece trovare chiuso il portone della Chiesa.
Avevo bisogno, era chiuso. Eran 12 anni fa. Era luglio.
Oltretutto non c'entra un cazzo, ma proprio qui entra la pancia.
Finisco la seconda birra della serata, una lacrima si è formata sull'occhio
destro, sarà per quel portone chiuso o per il caldo.
Era luglio come ora, era caldo anche allora, non ero maggiorenne ma dal
racconto di quella corsa e quel portone chiuso capii che dalla pancia avrei
potuto dire tante cose.
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