Sono troppi giorni in cui passo troppo tempo a pensare da quanto tempo non scrivo.
Troppo.
Ma il problema, oltre a non avere nulla da aggiungere, sta nel fatto di non avere tempo.
Ne passo troppo a pensare.
In questi momenti credo sia sempre meglio non aggiungere parole vane, senza dover aggiungere un senso a ciò che già esiste.
Ma a volte parole "a caso" possono essere usate per far tornare in mente cose passate, fatti andati, avvenimenti che a volte è meglio lasciare sotto strati di indifferenza.
La voglia di scrivere due righe, di mettere qualche parola in fila, mi è stata data da un libro che sto leggendo, sensazioni date dalle prime cento pagine.
Si chiama "le Irregolari" di Massimo Carlotto edito da e/o.
La storia ripercorre quello che tutti conosciamo, spero, raccontando come un'intera generazione può essere distrutta dalla potenza di chi può nascondere la verità.
Se fortunatamente tutti sappiamo cos'è l'Olocausto e le sue conseguenze, se tutti abbiamo coscienza di cosa l'odio, l'ignoranza e la vigliaccheria unite ai soldi e alla Chiesa sono stati in grado di fare nel nostro Continente, forse qualcuno in meno conosce cosa è successo in Argentina tra il '76 e l'84.
Intere generazioni distrutte dal sospetto e dall'intolleranza, strappate alla vita con violenza, nel silenzio più totale. Leggevo e pensavo, pensavo e quelle parole non potevano fare altro che far salire in me la rabbia per ciò che leggevo.
Un circolo vizioso che solo l'impotenza di certi fatti realmente accaduti riesce a darTi.
Leggere e sapere, cose già in parte conosciute ma che fanno male ogni volta che le leggi.
Leggere e incazzarsi, ritenendosi comunque fortunato di essere in un Mondo non perfetto in un momento che vorresti cambiare. Avere 27 anni in Argentina nel '77 voleva dire rischiare la vita. Voleva dire sparire, essere rapito, essere torturato nei modi meno umani e non tornare più.
Soltanto per essere contro, per essere diverso dai cani del potere.
Avere 27 in quel periodo significa essere mio padre ora e allora il pensiero non può che correre alle migliaia di bambini rapiti o portati via a genitori poi uccisi. A donne rapite, tenute in vita solo per partorire e venderne la prole per poi ucciderle con due colpi di fucile.
Uno al viso per togliere l'identità e uno al ventre per togliere i segni della gravidanza.
Penso anche a quei ragazzi rapiti, a giovani tolti a genitori col solo peccato di essere sognatori e cresciuti poi da figli di puttana assassini e servitori della dittatura. Costretti a chiamarli genitori, senza sapere che sono gli assassini dei propri genitori.
In tutto questo uno Stato Democratico che ancora fa di tutto per mascherare ed una Chiesa che ha sempre appoggiato la dittatura al punto da esserne fiancheggiatrice e fedele compagna.
Per fare in modo che tutto non finisca in semplici foto mostrate in lunghe marce di protesta, le storie, i racconti e libri come questo, di chi sa cosa vuol dire la lotta e l'ideale.
In tutto ciò la lotta di madri e nonne che vogliono solo giustizia e il corpo di tanti N.N. cui dare riposo.
Per tutto questo e forse perchè da qui non si può far niente, senza aggiungere nulla se non il consiglio di leggere questo libro. Credo sia sempre meglio raccontarci queste storie, anzichè dimenticarLe e vomitare nel proprio bagno.
L'angolo adatto per nani, ballerine, cantanti, troie, alcolizzati e illusi. Ovviamente qui nulla è serio...se sei dei nostri...benvenuto, entra pure
giovedì, dicembre 11, 2008
giovedì, novembre 13, 2008
Dal tramonto all'alba
Giudicare il concetto di ciò che vogliamo.
Tempo andato, tempo perso, purtroppo a volte tempo dato e non ricevuto.
Perchè ci pensi e schiacci invio e ti ci incazzi e pigi la barra per lo spazio.
Tutto quello che può sembrare vero assume le celle del tuo fottuto excel che hai davanti e pensi che allora "è proprio vero, la vita è fatta per piccole porzioni di qualcosa."
Non esiste tempo per se stessi, se non lo spazio convenzionale in cui l'aria è vita, il cibo è forza e la mente...diventa automatismo.
Giorno dopo giorno, quello che prima era tempo libero diventa ossigeno per far le proprie cose, e rubi spazio al sole e mangi tempo al sonno; avere un quarto d'ora per cagare è l'appropriazione dei Diritti.
Quelli con la D maiuscola, quelli che dei concederti per sentirti bene.
Magari stai bene lo stesso, magari sei fiero di te. Magari eri un fottuto dandy narcisista che ora colleziona solo giramenti di coglioni, delusioni e poco altro.
Magari o forse è così.
Magari se non fosse per un'unica luce nel tuo presente saresti appeso alla bottiglia della delusione.
Non è neppure mancanza di impegno, perchè è inversamente proporzionale a ciò che ottieni.
Sono tramonti, è vero.
Arriva alla fine di una giornata di sole e non serve essere saggi per capire che al tramonto seguirà una nuova alba.
Tempo andato, tempo perso, purtroppo a volte tempo dato e non ricevuto.
Perchè ci pensi e schiacci invio e ti ci incazzi e pigi la barra per lo spazio.
Tutto quello che può sembrare vero assume le celle del tuo fottuto excel che hai davanti e pensi che allora "è proprio vero, la vita è fatta per piccole porzioni di qualcosa."
Non esiste tempo per se stessi, se non lo spazio convenzionale in cui l'aria è vita, il cibo è forza e la mente...diventa automatismo.
Giorno dopo giorno, quello che prima era tempo libero diventa ossigeno per far le proprie cose, e rubi spazio al sole e mangi tempo al sonno; avere un quarto d'ora per cagare è l'appropriazione dei Diritti.
Quelli con la D maiuscola, quelli che dei concederti per sentirti bene.
Magari stai bene lo stesso, magari sei fiero di te. Magari eri un fottuto dandy narcisista che ora colleziona solo giramenti di coglioni, delusioni e poco altro.
Magari o forse è così.
Magari se non fosse per un'unica luce nel tuo presente saresti appeso alla bottiglia della delusione.
Non è neppure mancanza di impegno, perchè è inversamente proporzionale a ciò che ottieni.
Sono tramonti, è vero.
Arriva alla fine di una giornata di sole e non serve essere saggi per capire che al tramonto seguirà una nuova alba.
venerdì, ottobre 17, 2008
...e che buio sia...
Tolse il buio dalla propria visuale.
La cosa lo fece ridere non soltanto per la scoperta della luce, ma anche perchè finalmente la parola "colore" aveva un senso. Come "suono", come "rumore".
Adesso sarebbe diventato l'esatto contrario di "dolore". Quasi come "gioia".
Adesso la sua mania per la libidine trovava complicità nel darle una tonalità, anche se perdeva il senso di astrazione che aveva prima.
Ma non fu soltanto un bene.
Perchè oltre al colore, si materializzò il "caos" e credette di aver capito cosa fosse il "dolore", ma quella sensazione durò pochi istanti. Si mise ad inventare storielle che lo distraessero dalla realtà, chiudeva gli occhi in continuazione per vedere sempre cose nuove...ma niente.
Chiusi, aperti, chiusi, aperti.
Ripetè il gioco più volte, ma nulla.
Allora iniziò a gridare cercando zone d'ombra, correva all'impazzata gridando, ma niente, nemmeno l'ombra, dava ai suoi occhi la giusta tranquillità.
Perse completamente la voce rendendosi conto di non aver detto nulla, allora strabuzzò gli occhi sempre più cercando di notare qualcosa o qualcuno di conosciuto, ma si ricordò presto che niente era uguale, coi colori della realtà. Era la sua città quella? Davvero non aveva mai visto niente di tutto ciò prima? Come era possibile non se ne fosse mai reso conto?
Eppure tutti gli raccontavano storie diverse, le radio e le televisioni che spesso riusciva a sentire non parlavano di questo.
Ma così il "vero" era questo.
Pianse, uscirono lacrime come prima di allora dai suoi occhi e si sentì stupido per aver voluto sapere, per aver desiderato così ardentemente qualcosa ed esserne rimasto deluso.
Passarono i giorni e cercò di abituarsi a certi colori, certe facce, addirittura a certi atteggiamenti e comportamenti. Si convinse che la notte era il suo Mondo, ma anche e più fermamente che il Mondo non faceva per lui.
Due passi indietro e sarebbe caduto nell'oblio, ma quel passo in avanti gli ha dato tristezza, la tristezza che solo i colori della realtà sanno dare.
Rimpianse il buio al punto da tornarci ed ora è dietro un monitor a leggere la sua malinconia.
Dopo il punto, riaccenderà la luce.
La cosa lo fece ridere non soltanto per la scoperta della luce, ma anche perchè finalmente la parola "colore" aveva un senso. Come "suono", come "rumore".
Adesso sarebbe diventato l'esatto contrario di "dolore". Quasi come "gioia".
Adesso la sua mania per la libidine trovava complicità nel darle una tonalità, anche se perdeva il senso di astrazione che aveva prima.
Ma non fu soltanto un bene.
Perchè oltre al colore, si materializzò il "caos" e credette di aver capito cosa fosse il "dolore", ma quella sensazione durò pochi istanti. Si mise ad inventare storielle che lo distraessero dalla realtà, chiudeva gli occhi in continuazione per vedere sempre cose nuove...ma niente.
Chiusi, aperti, chiusi, aperti.
Ripetè il gioco più volte, ma nulla.
Allora iniziò a gridare cercando zone d'ombra, correva all'impazzata gridando, ma niente, nemmeno l'ombra, dava ai suoi occhi la giusta tranquillità.
Perse completamente la voce rendendosi conto di non aver detto nulla, allora strabuzzò gli occhi sempre più cercando di notare qualcosa o qualcuno di conosciuto, ma si ricordò presto che niente era uguale, coi colori della realtà. Era la sua città quella? Davvero non aveva mai visto niente di tutto ciò prima? Come era possibile non se ne fosse mai reso conto?
Eppure tutti gli raccontavano storie diverse, le radio e le televisioni che spesso riusciva a sentire non parlavano di questo.
Ma così il "vero" era questo.
Pianse, uscirono lacrime come prima di allora dai suoi occhi e si sentì stupido per aver voluto sapere, per aver desiderato così ardentemente qualcosa ed esserne rimasto deluso.
Passarono i giorni e cercò di abituarsi a certi colori, certe facce, addirittura a certi atteggiamenti e comportamenti. Si convinse che la notte era il suo Mondo, ma anche e più fermamente che il Mondo non faceva per lui.
Due passi indietro e sarebbe caduto nell'oblio, ma quel passo in avanti gli ha dato tristezza, la tristezza che solo i colori della realtà sanno dare.
Rimpianse il buio al punto da tornarci ed ora è dietro un monitor a leggere la sua malinconia.
Dopo il punto, riaccenderà la luce.
venerdì, settembre 26, 2008
Spari in salvo
Nelle favole che mi raccontavano da piccolo, c'era sempre un Re che chiedeva alla sua
serva di raccontargli una storia. Questa iniziava dicendo che c'era a sua volta un Sultano
che chiedeva ad una serva una storia.
Non ho mai avuto fiabe con Principe e storie d'amore, sarà per questo che poi non mi sono
mai posto il problema di crearmene.
Mi riprendevo la realtà giocando ai soldatini comprati al mercato in grandi sacchetti di
plastica trasparente, tutti colorati, ogni nazione un colore diverso, in pose dinamiche nella
loro staticità. Giocando alla guerra immaginavo forse quanto sarebbe stato infame il giorno
d'oggi. Non credo fossi così avanti, un veggente, ma semplicemente mi permettevano di
crearmi la mia storia, la mia realtà, dove il soldato caduto al suolo per la giusta causa di
liberare quel pezzo di giardino, tornava in vita poco dopo per difendere la pozza d'acqua.
Senza morire.
Riprendevo la realtà a piccoli colpi, sparando in aria a caso, soltanto dove ero sicuro di
colpire qualcuno. Perchè anche se finti certi colpi costavano tantissimo in termini di
immaginazione.
Non avevo il patentino per sparare, ma avevo scelto il mio bersaglio nella fiaba del
Principe Azzurro. Si lottava nel suo regno distorto messo in croce da una dama puttana,
che troppo spesso somigliava a una Barbie maggiorata.
Son sicuro che quando mi rivedrà nell'aldilà, il Principe che era Azzurro non mi riconoscerà
come suo carnefice ma come realizzatore del suo sogno insano e mai confessato, uscire
dalla favola.
Forse mandare tutto a fare in culo senza inviare messaggi d'addio ma un solo bacio in
segno di pace. Mettere in fila i soldati era come organizzare i pensieri.
Una fila consistente per combattere la voglia sempre maggiore di stravolgere tutto, uno
schieramento ridicolo per difendere la propria morale o per dire "No" quando pensi che
stai per esagerare.
Una volta mi hanno anche chiesto di raccontare una fiaba, con castelli e draghi, orchi e fate,
ma tutto è finito per assomigliare troppo alla quotidianità. Così dopo meno di 5 minuti
ho acceso la televisione e ho detto che era meglio farsi raccontare le cazzate piuttosto
che dirle in giro.
Alle volte, quando esagero con i caffè, dico grazie a chi non mi ha mai raccontato
troppe favole da bambino. Se misurassi le tazze di caffè che han bagnato certi momenti
insonni, forse, mi sarei bevuto il Mar Nero. Ma anche questa è una storia.
Come è una storia inutile il fatto che la vita sia una merda e che certi lavori, anche se infami,
qualcuno li debba pur fare.
Però un merito l'ho avuto in tutto ciò, non mi illudo più di niente e provo a prendermi
tutto ciò che voglio, magari senza aiuti. Piccole soddisfazioni correlate da sacrifici, poco
margine per muoversi e poco tempo per capire cosa si sta facendo.
Come il dinamismo statico dei soldatini.
Arriva sempre però il momento in cui fermarsi per capire dove si sta andando e,
per ora, continuerò a sparare contro la scatola di cartone difesa dai soldatini verdi.
Dentro c'è il Principe Azzurro e abbiamo ancora un conto in sospeso.
Poi ci sono le piccole soddisfazioni...
serva di raccontargli una storia. Questa iniziava dicendo che c'era a sua volta un Sultano
che chiedeva ad una serva una storia.
Non ho mai avuto fiabe con Principe e storie d'amore, sarà per questo che poi non mi sono
mai posto il problema di crearmene.
Mi riprendevo la realtà giocando ai soldatini comprati al mercato in grandi sacchetti di
plastica trasparente, tutti colorati, ogni nazione un colore diverso, in pose dinamiche nella
loro staticità. Giocando alla guerra immaginavo forse quanto sarebbe stato infame il giorno
d'oggi. Non credo fossi così avanti, un veggente, ma semplicemente mi permettevano di
crearmi la mia storia, la mia realtà, dove il soldato caduto al suolo per la giusta causa di
liberare quel pezzo di giardino, tornava in vita poco dopo per difendere la pozza d'acqua.
Senza morire.
Riprendevo la realtà a piccoli colpi, sparando in aria a caso, soltanto dove ero sicuro di
colpire qualcuno. Perchè anche se finti certi colpi costavano tantissimo in termini di
immaginazione.
Non avevo il patentino per sparare, ma avevo scelto il mio bersaglio nella fiaba del
Principe Azzurro. Si lottava nel suo regno distorto messo in croce da una dama puttana,
che troppo spesso somigliava a una Barbie maggiorata.
Son sicuro che quando mi rivedrà nell'aldilà, il Principe che era Azzurro non mi riconoscerà
come suo carnefice ma come realizzatore del suo sogno insano e mai confessato, uscire
dalla favola.
Forse mandare tutto a fare in culo senza inviare messaggi d'addio ma un solo bacio in
segno di pace. Mettere in fila i soldati era come organizzare i pensieri.
Una fila consistente per combattere la voglia sempre maggiore di stravolgere tutto, uno
schieramento ridicolo per difendere la propria morale o per dire "No" quando pensi che
stai per esagerare.
Una volta mi hanno anche chiesto di raccontare una fiaba, con castelli e draghi, orchi e fate,
ma tutto è finito per assomigliare troppo alla quotidianità. Così dopo meno di 5 minuti
ho acceso la televisione e ho detto che era meglio farsi raccontare le cazzate piuttosto
che dirle in giro.
Alle volte, quando esagero con i caffè, dico grazie a chi non mi ha mai raccontato
troppe favole da bambino. Se misurassi le tazze di caffè che han bagnato certi momenti
insonni, forse, mi sarei bevuto il Mar Nero. Ma anche questa è una storia.
Come è una storia inutile il fatto che la vita sia una merda e che certi lavori, anche se infami,
qualcuno li debba pur fare.
Però un merito l'ho avuto in tutto ciò, non mi illudo più di niente e provo a prendermi
tutto ciò che voglio, magari senza aiuti. Piccole soddisfazioni correlate da sacrifici, poco
margine per muoversi e poco tempo per capire cosa si sta facendo.
Come il dinamismo statico dei soldatini.
Arriva sempre però il momento in cui fermarsi per capire dove si sta andando e,
per ora, continuerò a sparare contro la scatola di cartone difesa dai soldatini verdi.
Dentro c'è il Principe Azzurro e abbiamo ancora un conto in sospeso.
Poi ci sono le piccole soddisfazioni...
giovedì, agosto 07, 2008
...qualcosa...
Chiamala pure una città utopica.
Portala alle estreme condizioni sociali, togli il cielo azzurro e metti qua e là qualche pizzico di razze differenti.
Un insieme irrazionale di persone a condividere storie e passioni, frenesie e linee metropolitane.
Dal cielo e dalla terra, persino dal mare se solo ci fosse, verrebbero fuori le ansie e le mode, i torpori
e i tristi avventi.
Non tutto è investito in banche e qualche puntata tra troie e Casinò è consentita più o meno a tutti.
Tra il Centro controllato dal milite armato alla periferia in mano a pochi balordi, si completa una delle poche democrazie ancora vigenti tra il controllo interessato e il controllo degli interessi.
Fosse solo per pochi pezzi di città, passati mille volte ai nostri occhi tra andate e reverse violenti, col telecomando controllato da una sveglia alle 7 e 3o del mattino.
Da una piazza in cui una bomba ha dato vita ad un'Italia troppo smorta mettendo fine al "bianco&nero" per un colore solo, il rosso, a regni senza patria in mano a finti signorotti col passatempo della politica.
Dai locali strogonfi di ovvietà fuoriesce l'utilità di quello che non c'è, della mancanza di letti doppi e al dominio della porzione singola, senza condimento.
Mancano i paragoni, gli estremi e le sostanze, tutto concentrato verso il vertice di una parabola tendente verso il basso, un grosso contenitore di mediocrità e di volgarità.
Sia bene chiaro che adoro le tette e i culi nudi in quegli inutili cartelloni pubblicitari.
E non sono le stagioni tutte uguali...
tantomeno i pochi parchi vuoti o le file del sabato fuori dal supermercato...
in parte i call center e l'aria condivisa tra chi ha troppo e chi troppo poco,
anche se ormai il prezzo della benzina diminuirà il gonfiore del portafoglio sano.
Ora prendendomi un pò di tempo, cerco di vedere questa stronza ipocrita da un pò più lontano.
Capire perchè quando si è lontani si paragona tutto a lei trovandolo bellissimo e comprender come mai si ha sempre voglia di tornare indietro, cercando di far cambiar qualcosa.
Molto spesso le partite hanno il risultato scritto, ma mi piace giocare.
Portala alle estreme condizioni sociali, togli il cielo azzurro e metti qua e là qualche pizzico di razze differenti.
Un insieme irrazionale di persone a condividere storie e passioni, frenesie e linee metropolitane.
Dal cielo e dalla terra, persino dal mare se solo ci fosse, verrebbero fuori le ansie e le mode, i torpori
e i tristi avventi.
Non tutto è investito in banche e qualche puntata tra troie e Casinò è consentita più o meno a tutti.
Tra il Centro controllato dal milite armato alla periferia in mano a pochi balordi, si completa una delle poche democrazie ancora vigenti tra il controllo interessato e il controllo degli interessi.
Fosse solo per pochi pezzi di città, passati mille volte ai nostri occhi tra andate e reverse violenti, col telecomando controllato da una sveglia alle 7 e 3o del mattino.
Da una piazza in cui una bomba ha dato vita ad un'Italia troppo smorta mettendo fine al "bianco&nero" per un colore solo, il rosso, a regni senza patria in mano a finti signorotti col passatempo della politica.
Dai locali strogonfi di ovvietà fuoriesce l'utilità di quello che non c'è, della mancanza di letti doppi e al dominio della porzione singola, senza condimento.
Mancano i paragoni, gli estremi e le sostanze, tutto concentrato verso il vertice di una parabola tendente verso il basso, un grosso contenitore di mediocrità e di volgarità.
Sia bene chiaro che adoro le tette e i culi nudi in quegli inutili cartelloni pubblicitari.
E non sono le stagioni tutte uguali...
tantomeno i pochi parchi vuoti o le file del sabato fuori dal supermercato...
in parte i call center e l'aria condivisa tra chi ha troppo e chi troppo poco,
anche se ormai il prezzo della benzina diminuirà il gonfiore del portafoglio sano.
Ora prendendomi un pò di tempo, cerco di vedere questa stronza ipocrita da un pò più lontano.
Capire perchè quando si è lontani si paragona tutto a lei trovandolo bellissimo e comprender come mai si ha sempre voglia di tornare indietro, cercando di far cambiar qualcosa.
Molto spesso le partite hanno il risultato scritto, ma mi piace giocare.
lunedì, luglio 28, 2008
Il senso sta nel finire nel modo migliore
Poi si presero tutti per mano e si avviarono verso un lento declino, quello dei giusti.
Quello di coloro che senza più un obiettivo o una speranza credono sia meglio uscire dall'occhio di bue.
Lo lasceranno a chi avrà la faccia buona per apparire alle telecamere e ai flash dei fotografi, chi porta le borse spesso è troppo sudato per apparire bello, chi ha troppi segni in faccia non può far sembrare il mondo una favola.
Hanno lasciato la rivoluzione in mano a chi sapeva parlare, per farla destrutturare, spiegare, psicanalizzare.
Ne hanno parlato in cene in bettole alternative bagnate a vino rosso e pagate con pesanti carte di credito.
Hanno tolto le loro maglietta con i volti di sognatori argentini e le parole stonate di ballate rock per i loro maglioncini con il collo a "V" e le iniziali ben visibili a sinistra.
Che si sappia bene il nome di chi può essere visto, di chi ha capito.
Si dirà che gli altri hanno mollato, si scriverà che l'intelligenza era tutto nel dire e non nel fare, nel delegare e non nel fare, nel far credere di essere e non nel fare.
Insomma l'essenza sta nell'apparire, benvenuta nel XXI secolo, baby...
Camminavano mano nella mano, per non far vedere a nessuno che tremavano, certi che non fosse paura eran spaventati da cosa sarebbe stato.
Il fatto che poi tutto sarebbe finito al tramonto avrebbe dato soltanto l'illusione di un nuovo giorno.
Forse la speranza di poter tornare a lottare per qualcuno o per qualcosa di più concreto.
Fuori le chiacchiere degli eletti si perderanno nei canali benpensanti, incastonandosi su pagina stampate come pietre delle vergogna.
Le lodi e lo fortune non li toccheranno, i meriti e i colori non li onoreranno.
Anime lievi sull'onda del precario mare, un giorno sulla cresta ci sono state anche loro, anche se ora osservan tutto da lontano.
Non han l'odore per stare in mezzo agli altri, non han l'aspetto per fornire un immagine.
Mano nelle mano, uniti, sapevano che da qualche parte sarebbero arrivati.
Precariamente.
Quello di coloro che senza più un obiettivo o una speranza credono sia meglio uscire dall'occhio di bue.
Lo lasceranno a chi avrà la faccia buona per apparire alle telecamere e ai flash dei fotografi, chi porta le borse spesso è troppo sudato per apparire bello, chi ha troppi segni in faccia non può far sembrare il mondo una favola.
Hanno lasciato la rivoluzione in mano a chi sapeva parlare, per farla destrutturare, spiegare, psicanalizzare.
Ne hanno parlato in cene in bettole alternative bagnate a vino rosso e pagate con pesanti carte di credito.
Hanno tolto le loro maglietta con i volti di sognatori argentini e le parole stonate di ballate rock per i loro maglioncini con il collo a "V" e le iniziali ben visibili a sinistra.
Che si sappia bene il nome di chi può essere visto, di chi ha capito.
Si dirà che gli altri hanno mollato, si scriverà che l'intelligenza era tutto nel dire e non nel fare, nel delegare e non nel fare, nel far credere di essere e non nel fare.
Insomma l'essenza sta nell'apparire, benvenuta nel XXI secolo, baby...
Camminavano mano nella mano, per non far vedere a nessuno che tremavano, certi che non fosse paura eran spaventati da cosa sarebbe stato.
Il fatto che poi tutto sarebbe finito al tramonto avrebbe dato soltanto l'illusione di un nuovo giorno.
Forse la speranza di poter tornare a lottare per qualcuno o per qualcosa di più concreto.
Fuori le chiacchiere degli eletti si perderanno nei canali benpensanti, incastonandosi su pagina stampate come pietre delle vergogna.
Le lodi e lo fortune non li toccheranno, i meriti e i colori non li onoreranno.
Anime lievi sull'onda del precario mare, un giorno sulla cresta ci sono state anche loro, anche se ora osservan tutto da lontano.
Non han l'odore per stare in mezzo agli altri, non han l'aspetto per fornire un immagine.
Passo dopo passo, quelli in cui credevano avevano fatto la Storia, senzi luci e poche foto.
Si eran ripetuti mille volte che il miglior modo per metterli a tacere fosse fare il proprio e qualcosa in più.
Si eran detti che un grandioso "fanculo" avrebbe messo tutto alle spalle, come sempre.
Magari aiutato da un paio di birre, fredde al punto giusto.
Mano nelle mano, uniti, sapevano che da qualche parte sarebbero arrivati.
Precariamente.
sabato, luglio 19, 2008
Mostra
Settimana prossima inaugura la mia mostra di cose iniziate in un posto bellissimo senza tetto ne porte.
Ci sono solo le finestre sul lato aperto della facciata frontale.
Le mura sono state abbattute e nella stanza finale, vuota, tutto ciò che son riuscito a terminare.
Dentro porta razionalità e senso tattico, ingresso assolutamente singolo e maggiorazione per le comitive.
Se si entra in due l'arresto può esser la variante ad una manganellata.
Le guardie dell'ordine vengono dalla scuola Diaz, ma non erano i bidelli.
Penso che l'inaugurazione, ad invito, sarà aperta a tutti, senza musiche canti e balli.
All'insegna del minimal incendieremo tutti i sensi perbenisti evocando gli spiriti cattivi,
quelli che non ti fanno dormire di notte convincendoti che hai mangiato pesante.
Quelli che ti convincono che facendoti del male riesci ad essere felice.
Quelli che ti illudono che appesantendoti di colpe allegerisci e tuoi problemi.
Porta anche loro all'inaugurazione, ingresso libero, pago io.
Io ho riempito un furgone di cose incompiute, alcune a metà altre nemmeno iniziate.
Ho chiamato chi voglio più bene per dirgli di non presentarsi e di starne lontano.
C'è il sole, puoi trovare il mare e se giri in tondo sali anche in montagna.
Insomma piuttosto segui il tour del Papa in televisione, ma non farti vivo.
Non passerò nemmeno io alla mia mostra, lasciando tutto ancora più incompleto e poi
mi presenterò in abito bianco, come le mie pene e chiuderò tutto a doppia mandata,
che ciò che non ho finito non è detto che debba esser fatto.
Tornerò a perdermi nel blu dei miei occhi godendo della mancanza di senso.
Ci sono solo le finestre sul lato aperto della facciata frontale.
Le mura sono state abbattute e nella stanza finale, vuota, tutto ciò che son riuscito a terminare.
Dentro porta razionalità e senso tattico, ingresso assolutamente singolo e maggiorazione per le comitive.
Se si entra in due l'arresto può esser la variante ad una manganellata.
Le guardie dell'ordine vengono dalla scuola Diaz, ma non erano i bidelli.
Penso che l'inaugurazione, ad invito, sarà aperta a tutti, senza musiche canti e balli.
All'insegna del minimal incendieremo tutti i sensi perbenisti evocando gli spiriti cattivi,
quelli che non ti fanno dormire di notte convincendoti che hai mangiato pesante.
Quelli che ti convincono che facendoti del male riesci ad essere felice.
Quelli che ti illudono che appesantendoti di colpe allegerisci e tuoi problemi.
Porta anche loro all'inaugurazione, ingresso libero, pago io.
Io ho riempito un furgone di cose incompiute, alcune a metà altre nemmeno iniziate.
Ho chiamato chi voglio più bene per dirgli di non presentarsi e di starne lontano.
C'è il sole, puoi trovare il mare e se giri in tondo sali anche in montagna.
Insomma piuttosto segui il tour del Papa in televisione, ma non farti vivo.
Non passerò nemmeno io alla mia mostra, lasciando tutto ancora più incompleto e poi
mi presenterò in abito bianco, come le mie pene e chiuderò tutto a doppia mandata,
che ciò che non ho finito non è detto che debba esser fatto.
Tornerò a perdermi nel blu dei miei occhi godendo della mancanza di senso.
lunedì, luglio 07, 2008
Ci credi quando senti dire questo?
E' un regalo, uno stupido pacchetto, qualcosa che non puoi impacchettare, una piccola lettera virtualmente spedita.
E' un regalo che a volte può darti molto, altre volte cose molto grosse non ti restano nemmeno.
Lo trovi in un libro impacchettato con parole, in un bracciale dato quasi con timore,
nelle righe lontane di chi comunque è vicino.
Ma non è cambiato niente dal giorno prima, sei solo un anno più grande,
un anno più vicino alle tue responsabilità...
...che se oggi ti senti ancora un ventenne, prima o poi dovrai cominciare a pensare che si diventa grandi non solo per le foto o le cartoline e decisioni e responsabilità saranno il resto dei conti da pagare.
Cazzate...
Ma ancora attendo di incontrare qualcuno per la strada perchè non ho voglia di salire in casa.
Ho ancora voglia di sentirmi dire quanto sono invecchiato per un solo giorno passato,
che dovrò smetterla di essere ciò che sono stato per cominciare ad essere chissà chi.
Ma in fondo non mi è mai fottuto nulla di ciò che si potrebbe essere...
...penso proprio sarà un'altro libro da scartare, un regalo da godermi e forse un'altra mail lontana per un amico che sarà sempre vicino.
Un anno in più, non cambia niente...
E' un regalo che a volte può darti molto, altre volte cose molto grosse non ti restano nemmeno.
Lo trovi in un libro impacchettato con parole, in un bracciale dato quasi con timore,
nelle righe lontane di chi comunque è vicino.
Ma non è cambiato niente dal giorno prima, sei solo un anno più grande,
un anno più vicino alle tue responsabilità...
...che se oggi ti senti ancora un ventenne, prima o poi dovrai cominciare a pensare che si diventa grandi non solo per le foto o le cartoline e decisioni e responsabilità saranno il resto dei conti da pagare.
Cazzate...
Ma ancora attendo di incontrare qualcuno per la strada perchè non ho voglia di salire in casa.
Ho ancora voglia di sentirmi dire quanto sono invecchiato per un solo giorno passato,
che dovrò smetterla di essere ciò che sono stato per cominciare ad essere chissà chi.
Ma in fondo non mi è mai fottuto nulla di ciò che si potrebbe essere...
...penso proprio sarà un'altro libro da scartare, un regalo da godermi e forse un'altra mail lontana per un amico che sarà sempre vicino.
Un anno in più, non cambia niente...
lunedì, giugno 30, 2008
Era Giugno
Il solo prezzo da pagare a questa vita...
E' veramente passato un mese dall'ultimo post. Veramente giorno più giorno meno, ma l'esattezza non sempre riesce ad entrare in queste righe, no?
Molto spesso ordina soltanto la confusione che ho in testa.
Non mi sono molto impegnato a scovare pensieri da scrivere, tantomeno mi sono impegnato a fissare il foglio bianco cercando qualcosa che potesse far scendere di qualche centimetro quel...5 giugno 2008...
neanche fosse una data da ricordare, un giorno importante. Non ricordo neppure cosa ho fatto quel giorno.
Nel frattempo ho fatto.
Ho portato avanti qualcosa che sono ormai quasi sicuro di non essere in grado di fare, perso treni, ho rincorso e mi sono fatto rincorrere. Mi sono reso conto di quanto è approssimativa la vita.
La mia vita.
Di quanto a volte non si ha il tempo per fare ciòche si vorrebbe e di quanto a volte non si vuole avere il tempo per averne.
E sono il solo prezzo da pagare a questa vita.
Così stasera, non sapendo bene cosa fare e avendo la sensazione di avere molto tempo, mi sono rimesso a scrivere soltanto per dire che non ho mai smesso. Purtroppo.
Forse però, non ci sono molte cose accattivanti in giro che ci convincano a fare altro, magari è meglio leggere cosa dice un vecchio giovane che sentire anche solo un quarto d'ora di televisione.
Non so nemmeno più se Penthouse è ancora nel palinsesto di Antenna3...non avrei mai pensato potesse accadere.
Allora ben vengano il troppo tempo perso a lavorare, l'insicurezza e l'approssimatività del mio essere sempre sicuro di una cosa, che se non ci arrivo è perchè mi sono rotto le palle e mi sono fermato prima.
Forse è meglio essere il solo prezzo da pagare alla propria vita, che dipendere da menti precarie.
Ma forse è solo l'inconsapevolezza di un precario.
E' veramente passato un mese dall'ultimo post. Veramente giorno più giorno meno, ma l'esattezza non sempre riesce ad entrare in queste righe, no?
Molto spesso ordina soltanto la confusione che ho in testa.
Non mi sono molto impegnato a scovare pensieri da scrivere, tantomeno mi sono impegnato a fissare il foglio bianco cercando qualcosa che potesse far scendere di qualche centimetro quel...5 giugno 2008...
neanche fosse una data da ricordare, un giorno importante. Non ricordo neppure cosa ho fatto quel giorno.
Nel frattempo ho fatto.
Ho portato avanti qualcosa che sono ormai quasi sicuro di non essere in grado di fare, perso treni, ho rincorso e mi sono fatto rincorrere. Mi sono reso conto di quanto è approssimativa la vita.
La mia vita.
Di quanto a volte non si ha il tempo per fare ciòche si vorrebbe e di quanto a volte non si vuole avere il tempo per averne.
E sono il solo prezzo da pagare a questa vita.
Così stasera, non sapendo bene cosa fare e avendo la sensazione di avere molto tempo, mi sono rimesso a scrivere soltanto per dire che non ho mai smesso. Purtroppo.
Forse però, non ci sono molte cose accattivanti in giro che ci convincano a fare altro, magari è meglio leggere cosa dice un vecchio giovane che sentire anche solo un quarto d'ora di televisione.
Non so nemmeno più se Penthouse è ancora nel palinsesto di Antenna3...non avrei mai pensato potesse accadere.
Allora ben vengano il troppo tempo perso a lavorare, l'insicurezza e l'approssimatività del mio essere sempre sicuro di una cosa, che se non ci arrivo è perchè mi sono rotto le palle e mi sono fermato prima.
Forse è meglio essere il solo prezzo da pagare alla propria vita, che dipendere da menti precarie.
Ma forse è solo l'inconsapevolezza di un precario.
giovedì, giugno 05, 2008
Fuori
Pensavo che il giorno cominciasse soltanto una volta in cui riuscivi ad aprire gli occhi.
Convinto che l'ora non contasse. Ma mi hanno spiegato che esisteva un alba, cui seguiva un tramonto.
Davanti ai miei occhi e alle spalle, qui e in altri mille luoghi.
Non ho mai avuto lo sguardo confuso dall'invidia di dover far vedere ciò che ho fatto, ma capisco i problemi che generano l'invidia e la necessità di autocelebrazione.
In fondo sono un amante delle pause onanistiche.
Pensavo, perchè così mi avevano spiegato, che non dovevano esserci differenze, dividere il poco che ho e cercando ciò che gli altri potevano offrirmi. Mi hanno anche detto, ammiccando, che spesso le cose te le devi guadagnare oppure prendere con le cattive. Anche se non hai voglia.
Guardavo spesso fuori, cercavo grandi spazi e momenti speciali.
A volte ho desiderato essere un uccello anche solo per pochi istanti, per la durata di pochi piani, per lo sbattere distratto di due ciglia.
Guardavo fuori dai finestrini della macchina, quando guidava mio padre. Stavo zitto non perchè fossi arrabbiato, ma semplicemente per capire le differenze. Vedevo ragazze bellissime immortalate sui cartelloni e altre guardarle sognanti dietro strati di pigrizia. Altre ancora non riuscivano ad alzare lo sguardo piegate dalla vita, dallo sfuttamento e dal piacere retribuito di un vecchio viscido, nel cruscotto di una macchina di seconda mano.
A volte riuscivo a guardare anche fuori dalla televisione. Vedevo cartoni animati dentro i quali mi sarei voluto trovare, ragazze semi nude che qualche anno dopo mi avrebbero donato erezioni e cose che non riuscivo a capire. Bambini con la pancia gonfia d'aria che morivano per avere sempre la pancia vuota.
Controsensi che nemmeno la madre di tutti i paradossi avrebbe potuto spiegarmi.
Avevo sempre voglia di guardare fuori, di capire perchè molti avevano il caro prezzo da pagare per tirare avanti e altri soldi da buttare in ogni istante della propria vita.
Se me lo avessero detto quella volta tempo fa, forse mi sarei sorpreso meno, nel tempo.
Anche se mio nonno lo diceva sempre, il tempo che passa porta gioia quando si è in giovane età, ma dopo vedere le proprie cose cadere come foglie, non porta mai felicità. Anche se la chiamano esperienza.
E' stato li che ho capito che ti rendi conto dell'importanza di una cosa solo quando non l'hai più, ma anche che forse hanno maggior valore quando hai poco per te.
L'ho visto guardando fuori, ora credo sia ancora lì.
Convinto che l'ora non contasse. Ma mi hanno spiegato che esisteva un alba, cui seguiva un tramonto.
Davanti ai miei occhi e alle spalle, qui e in altri mille luoghi.
Non ho mai avuto lo sguardo confuso dall'invidia di dover far vedere ciò che ho fatto, ma capisco i problemi che generano l'invidia e la necessità di autocelebrazione.
In fondo sono un amante delle pause onanistiche.
Pensavo, perchè così mi avevano spiegato, che non dovevano esserci differenze, dividere il poco che ho e cercando ciò che gli altri potevano offrirmi. Mi hanno anche detto, ammiccando, che spesso le cose te le devi guadagnare oppure prendere con le cattive. Anche se non hai voglia.
Guardavo spesso fuori, cercavo grandi spazi e momenti speciali.
A volte ho desiderato essere un uccello anche solo per pochi istanti, per la durata di pochi piani, per lo sbattere distratto di due ciglia.
Guardavo fuori dai finestrini della macchina, quando guidava mio padre. Stavo zitto non perchè fossi arrabbiato, ma semplicemente per capire le differenze. Vedevo ragazze bellissime immortalate sui cartelloni e altre guardarle sognanti dietro strati di pigrizia. Altre ancora non riuscivano ad alzare lo sguardo piegate dalla vita, dallo sfuttamento e dal piacere retribuito di un vecchio viscido, nel cruscotto di una macchina di seconda mano.
A volte riuscivo a guardare anche fuori dalla televisione. Vedevo cartoni animati dentro i quali mi sarei voluto trovare, ragazze semi nude che qualche anno dopo mi avrebbero donato erezioni e cose che non riuscivo a capire. Bambini con la pancia gonfia d'aria che morivano per avere sempre la pancia vuota.
Controsensi che nemmeno la madre di tutti i paradossi avrebbe potuto spiegarmi.
Avevo sempre voglia di guardare fuori, di capire perchè molti avevano il caro prezzo da pagare per tirare avanti e altri soldi da buttare in ogni istante della propria vita.
Se me lo avessero detto quella volta tempo fa, forse mi sarei sorpreso meno, nel tempo.
Anche se mio nonno lo diceva sempre, il tempo che passa porta gioia quando si è in giovane età, ma dopo vedere le proprie cose cadere come foglie, non porta mai felicità. Anche se la chiamano esperienza.
E' stato li che ho capito che ti rendi conto dell'importanza di una cosa solo quando non l'hai più, ma anche che forse hanno maggior valore quando hai poco per te.
L'ho visto guardando fuori, ora credo sia ancora lì.
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